{"id":2285,"date":"2009-04-30T00:00:00","date_gmt":"2009-04-30T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/localhost\/wordpress\/2009\/04\/italian-liberare-l%e2%80%99oppressore\/"},"modified":"2009-04-30T00:00:00","modified_gmt":"2009-04-30T00:00:00","slug":"italian-liberare-l%e2%80%99oppressore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.transcend.org\/tms\/2009\/04\/italian-liberare-l%e2%80%99oppressore\/","title":{"rendered":"(ITALIAN)   LIBERARE L\u2019OPPRESSORE"},"content":{"rendered":"<p>La nonviolenza &egrave; empowerment (acquisizione di potere). Permette agli individui di riconoscere che hanno scelte, che hanno la capacit&agrave; di trattare qualunque tematica d&rsquo;ingiustizia si trovino ad affrontare individualmente o in quanto comunit&agrave;.<\/p>\n<p>L&rsquo;empowerment aiuta a decidere di cambiare la realt&agrave; che si affronta, l&rsquo;ingiustizia, con modalit&agrave; che porranno fine all&rsquo;uso della violenza dalla parte avversa. Potrebbe non significare una cessazione immediata della violenza, ma pi&ugrave; ci s&rsquo;impegna nella nonviolenza, pi&ugrave; debole diventa la parte avversa.<\/p>\n<p>Tre fattori essenziali contribuiscono alla riuscita della pratica nonviolenta. Primo, si deve arrivare al punto di non accettare pi&ugrave; lo status quo; di riconoscere che si vive in una situazione ingiusta. Questo non &egrave; limitato al livello politico, potrebbe essere anche a livello sociale, in un quartiere o una famiglia, per esempio. Ma il primo passo &egrave; riconoscere che c&rsquo;&egrave; qualcosa di sbagliato e rifiutare di accettare oltre tale situazione.<\/p>\n<p>Secondo, si deve capire che impegnarsi nella nonviolenza richiede una disponibilit&agrave; al sacrificio. La pratica della nonviolenza comporta un alto livello d&rsquo;impegno e dedizione. <\/p>\n<p>Parlando di sacrificio in una situazione politica, per esempio, la comunit&agrave; dev&rsquo;essere pronta a offrire il sacrificio supremo, cio&egrave; se stessa, e in quanto agli individui, devono essere pronti a sacrificare la propria vita in una lotta nonviolenta.<\/p>\n<p>Terzo, ci si deve rendere conto che impegnarsi in una resistenza o un attivismo nonviolenti non significa che necessariamente si conseguiranno i propri obiettivi. Naturalmente, questo vale altres&igrave; per la violenza, che pure non garantisce la riuscita. La nonviolenza non &egrave; una formula magica, bens&igrave; una forma di empowerment che permette agli individui e alle comunit&agrave; di dire di aver dato il meglio di se stessi senza cadere nella trappola d&rsquo;intensificare la violenza dall&rsquo;una o dell&rsquo;altra parte del conflitto.<\/p>\n<p>Investimento a lungo termine<\/p>\n<p>La nonviolenza affronta le questioni in modo pi&ugrave; profondo e pi&ugrave; reale che la violenza. La violenza non risolve i conflitti, pur mostrando decisamente risultati immediati. Per questo varie persone si impegnano nella lotta violenta, perch&eacute; cos&igrave; vedono accadere qualcosa di concreto &ndash; qualcuno che viene ucciso o il nemico distrutto, per esempio. Ma questi sono risultati a brevissimo termine.<\/p>\n<p>Bench&eacute; la nonviolenza possa anche in molti casi produrre risultati immediati &ndash; seppure non cos&igrave; drammatici e pertanto soddisfacenti per i media, che preferiscono trattare atti di violenza piuttosto che l&rsquo;attivismo nonviolento &ndash; alla lunga la nonviolenza sostiene l&rsquo;instaurarsi di una relazione continua &ndash; e pi&ugrave; positiva e migliore &ndash; fra le fazioni impegnate in un conflitto. La violenza pu&ograve; porre fine a una certa fase del conflitto per lo squilibrio di potere, ma non tocca le problematiche chiave causa del conflitto n&eacute; che cosa si pu&ograve; fare per costruire una relazione pi&ugrave; intensa per il futuro.<\/p>\n<p>Il potere della nonviolenza sta nella capacit&agrave; di rendere visibile l&rsquo;ingiustizia dell&rsquo;altro. Quando si sia assunto tale potere impegnandosi nella nonviolenza, si espone tale ingiustizia non solo al mondo ma al &ldquo;nemico&rdquo; stesso, che molte volte non ne afferra la natura perch&eacute; le strutture che ha creato per praticare la violenza vengono giustificate nell&rsquo;ambito dei processi mentali di tale comunit&agrave;. Prendiamo l&rsquo;occupazione israeliana, ad esempio: la costruzione del muro o l&rsquo;occupazione di un altro popolo o la costruzione di insediamenti delle colonie sono giustificate nella mentalit&agrave; del pubblico israeliano. Ma queste sono strutture, non individui.<\/p>\n<p>Il successo della nonviolenza sta nella capacit&agrave; di incidere sull&rsquo;umanit&agrave; di ogni individuo. Per esempio, durante una dimostrazione del venerd&igrave; contro il muro che ha avuto luogo ad Al Ma&rsquo;sara, un villaggio nella zona sud di Betlemme, un volontario brasiliano avvicin&ograve; un soldato israeliano che stava bloccando con altri il percorso dei dimostranti chiedendogli: &ldquo;Su che cosa verte il conflitto israelo-palestinese?&rdquo; Il soldato rispose:&rdquo;Nessuno ci capisce niente del conflitto in questa zona, anche leggendo libri e libri&rdquo; Il volontario prosegu&igrave;: &ldquo;Perch&eacute; impedisci alla gente di fare resistenza se non capisci il conflitto?&rdquo; Il soldato rispose:&rdquo;Sono nel servizio militare obbligatorio; se rifiutassi, sarei in prigione!&rdquo;<\/p>\n<p>La nonviolenza rompe le strutture di violenza che sostengono il conflitto. Essa fa emergere l&rsquo;umanit&agrave; in ciascun individuo, permettendo all&rsquo;altra parte di vedere che qualcosa &egrave; sbagliato e che anch&rsquo;essi debbono fare qualcosa. Strati di sfiducia, percezioni arbitrarie e paura si sono depositati sopra la nostra umanit&agrave; condivisa. Da attivisti nonviolenti, dobbiamo scavare dentro e rendere manifesti tali strati.<\/p>\n<p>Richiesta crescente<\/p>\n<p>Dal 2002 la comunit&agrave; palestinese &egrave; diventata via via pi&ugrave; consapevole che la resistenza armata e la violenza non hanno portato a nulla, e sta cercando alternative. Pur in tempi di profonda disperazione, non ci si &egrave; arresi e si cercano opzioni autentiche per gestire la situazione. E&rsquo; aumentata la richiesta per la nostra formazione e i nostri corsi, a un punto tale che non siamo in grado di soddisfarla, cos&igrave; nel 2006 abbiamo formato 27 formatori alla nonviolenza che ci aiutassero nel farvi fronte. E facciamo formazione solo quando invitati.<\/p>\n<p>Ma nonostante l&rsquo;interesse crescente, la nonviolenza &egrave; ancora a stadi molto acerbi in Palestina. La gran parte di coloro che s&rsquo;impegnano nella nonviolenza risiedono nei villaggi, dove sono direttamente interessati dal muro o dall&rsquo;invadenza delle colonie, mentre nelle citt&agrave; c&rsquo;&egrave; ancora pochissimo attivismo nonviolento.<\/p>\n<p>E a questo punto &egrave; pi&ugrave; che altro un movimento di reazione: si reagisce a qualunque cosa ci facciano i militari o i coloni israeliani; se stanno costruendo un pezzo di muro, andiamo a far resistenza, se hanno un posto di controllo, andiamo a cercare di toglierlo, se i coloni si sono presi della terra andiamo a cercare di mantenervi una presenza. Ma perch&eacute; la nonviolenza abbia successo dev&rsquo;essere trasformata in un movimento pro-attivo anzich&eacute; reattivo. Questo vuol dire che dobbiamo decidere quali attivit&agrave; si dovrebbero svolgere e impegnarci in esse, aspettando che siano gli occupanti a reagire alle nostre iniziative. Prima che essi reagiscono dobbiamo svolgere altre attivit&agrave; o un insieme diverso di strategie o nuovi approcci alla nonviolenza. Questo &egrave; ci&ograve; che manca, a mio parere, nell&rsquo;attuale contesto palestinese.<\/p>\n<p>Indebolire le strutture di violenza<\/p>\n<p>La nonviolenza &egrave; pi&ugrave; difficile da sviluppare come strategia che la violenza, ma una volta sviluppata e praticata produce, secondo me, un maggiore successo. Gli insegnamenti di Gandhi e Martin Luther King dimostrano la necessit&agrave; di sviluppare modalit&agrave; creative per trattare il conflitto, ed essi distinguono fra esseri umani e strutture: mentre le persone potrebbero sostenere strutture foriere di violenza, queste possono e dovrebbero alla fin fine essere distrutte. Nel contesto palestinese, se adottiamo la violenza contro l&rsquo;occupazione, finiamo solo per rafforzarne le strutture di violenza e giustificarne la perdurante esistenza. Questo &egrave; parte dell&rsquo;analisi che Gandhi fu in grado di elaborare in India e Martin Luther King negli Stati Uniti. King disse, per esempio, che c&rsquo;&egrave; razzismo negli USA, ma che non vi &egrave; innato, &egrave; insegnato. Sono strutture a insegnarlo agli individui e sono le strutture che dobbiamo combattere.<\/p>\n<p>La nonviolenza non libera solo gli oppressi, ma anche gli oppressori dalle strutture di violenza che hanno creato, rendendo l&rsquo;oppressore consapevole dell&rsquo;ingiustizia, mettendola in evidenza e, ancor pi&ugrave; importante, fornendo alternative alle strutture di violenza. Non si pu&ograve; semplicemente distruggere qualcosa senza offrire delle alternative migliori per il futuro. La nonviolenza lo fa.<\/p>\n<p>Lo scorso autunno sono andato in Colombia per la prima volta e ho partecipato a un pellegrinaggio con un gruppo forte e impegnato della Comunit&agrave; di Pace di Tamera, che &egrave; solidale con la comunit&agrave; di San Jos&eacute; de Apartad&ograve;, formata da circa 1500 persone che 12 anni fa si dichiararono comunit&agrave; di pace e continuano a rifiutare di allinearsi con qualsiasi gruppo o milizia violenta, del governo o della guerriglia che siano.<\/p>\n<p>Il pellegrinaggio &egrave; stato per me un&rsquo;esperienza incredibile che mi ha aiutato a rendermi conto di quanto fossi connesso a chiunque altro globalmente come in una famiglia. So adesso pi&ugrave; di prima che la violenza ci tocca tutti in qualche modo. Anche se gli strumenti, i meccanismi e le strategie in Colombia sono diversi che in Palestina, le cause soggiacenti e i risultati ultimi sono gli stessi e distruggono (direttamente o indirettamente, intenzionalmente o meno) l&rsquo;integrit&agrave; fisica e morale della creazione divina.<\/p>\n<p>Come disse Martin Luther King, &ldquo;Ovunque vi sia un&rsquo;ingiustizia &hellip; c&rsquo;&egrave; un&rsquo;ingiustizia dappertutto&rdquo;. Non importa dove si vive, si &egrave; influenzati dalla violenza provata nel pi&ugrave; piccolo e pi&ugrave; isolato villaggio in Colombia, Palestina, Zimbabwe o Indonesia. Ma &egrave; pur vero che guarire dalla violenza e dall&rsquo;ingiustizia da qualche parte aiuter&agrave; a guarire ovunque. Quando cominceremo a vedere la violenza e l&rsquo;avidit&agrave; come un&rsquo;epidemia globale che ha bisogno di guarigione globale, cominceremo a sviluppare gli strumenti, i modelli e i meccanismi che serviranno all&rsquo;effettiva guarigione.<\/p>\n<p>Ma il primo passo lo si deve fare su scala locale. Individui, comunit&agrave;, e perfino nazioni, che si trovino di fronte alla violenza e all&rsquo;oppressione quotidiana devono cominciare a liberarsi dai vincoli della vittimizzazione, da quelle narrative che conducono a vicoli ciechi e azioni interne di auto-distruzione. Questo approccio comincer&agrave; a creare le opportunit&agrave; per una vera guarigione. Non possiamo pi&ugrave; chiedere ad altri, implorarli o anche solo supporre, di salvarci se non siamo pronti noi stessi a rischiare tutto per farlo. Non possiamo considerare altri responsabili qualora dovessimo scegliere di non assumerci la nostra responsabilit&agrave;.<\/p>\n<p>___________________<\/p>\n<p><em>Sami Awad&nbsp; &egrave; Direttore della ONG Holy Land Trust di Betlemme, <a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.holylandtrust.org\" >http:\/\/www.holylandtrust.org<\/a><\/p>\n<p>21 aprile, 2009, Vicky Samantha Rossi intervista Sami Awad sul potere della nonviolenza.<a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.transnational.org\/\" > http:\/\/www.transnational.org<\/a><\/p>\n<p>disponibile anche su:<a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.cssr-pas.org\/portal\/2009\/04\/liberare-loppressore-sami-awad\/www.esaonline.org\/Images\/mmDocument\/PRISM%20Archive\/Features%202009\/LiberatingTheOppressorMarApr09.pdf\" ><br \/><\/a><a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.cssr-pas.org\/portal\/2009\/04\/liberare-loppressore-sami-awad\/www.esaonline.org\/Images\/mmDocument\/PRISM%20Archive\/Features%202009\/LiberatingTheOppressorMarApr09.pdf\" >www.esaonline.org\/Images\/mmDocument\/PRISM%20Archive\/Features%202009\/LiberatingTheOppressorMarApr09.pdf <\/a><\/p>\n<p>Traduzione di Miki Lanza per il Centro Sereno Regis<\/em><br \/><a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.cssr-pas.org\/portal\/2009\/04\/liberare-loppressore-sami-awad\/\" ><br \/>GO TO ORIGINAL &ndash; CENTRO STUDI SERENO REGIS<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La nonviolenza &egrave; empowerment (acquisizione di potere). 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