{"id":3458,"date":"2010-01-21T00:00:00","date_gmt":"2010-01-21T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/localhost\/wordpress\/2010\/01\/italian-i-contractors-sono-mercenari\/"},"modified":"2010-01-21T00:00:00","modified_gmt":"2010-01-21T00:00:00","slug":"italian-i-contractors-sono-mercenari","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.transcend.org\/tms\/2010\/01\/italian-i-contractors-sono-mercenari\/","title":{"rendered":"(ITALIAN)  I CONTRACTORS SONO MERCENARI?"},"content":{"rendered":"<p>Un giudice federale di Washington, Ricardo Urbina, ha rifiutato l&rsquo;incriminazione per strage di alcuni mercenari nordamericani, dipendenti della famigerata Blackwater, accusati di aver ucciso, senza motivo, 17 civili iracheni a Baghdad nel 2007. Le ragioni con cui Urbina ha motivato la sua decisione sono una vera e propria caricatura del garantismo pi&ugrave; estremo e capzioso: gli investigatori e i procuratori che hanno indagato sull&rsquo;eccidio &ldquo;nel loro zelo di portare prove, hanno cercato aggressivamente dichiarazioni subito dopo la sparatoria e nelle indagini successive&rdquo;. E non &egrave; tutto. Il giudice Urbina sostiene che, nel fare questo lavoro &ldquo;la squadra di inquirenti del governo di Washington ha ripetutamente trascurato gli avvertimenti di esperti e procuratori anziani assegnati specificamente al caso per consigliarli&rdquo;, con tanti saluti all&rsquo;autonomia degli stessi inquirenti. E questo perch&eacute;, secondo lui, avrebbero utilizzato per l&rsquo;accusa dichiarazioni che gli indagati avevano reso sotto la minaccia di essere licenziati e con la promessa che non sarebbero state usate in tribunale. <\/p>\n<p>Cos&igrave;, basandosi su questo fondamento giuridico scovato chiss&agrave; dove, Urbina ha evitato ai cinque un processo per strage, rifiutandosi, in definitiva, di &ldquo;giustificare la sconsiderata violazione dei diritti costituzionali degli imputati come un innocuo errore&rdquo;. Dello sconsiderato eccidio di donne, vecchi e bambini compiuto a Nisour Square il 16 settembre 2007 dai cinque mercenari della Blackwater, facenti parte della scorta a un convoglio che stava evacuando funzionari americani dopo un attentato, a lui invece non &egrave; importato nulla, n&eacute; come giudice n&eacute; come essere umano.<\/p>\n<p>Per Ricardo Urbina, campione della giustizia della democrazia nordamericana, non &egrave; importante sapere perch&eacute; a un incrocio trafficato i cinque contractors individuati -ma anche altri non identificati- abbiano cominciato a sparare a man salva sulla folla. Senza nessuna ragione, secondo l&rsquo;accusa, in risposta invece a un attacco, secondo la difesa.<\/p>\n<p>Ma grazie alla linea scelta da Urbina, senza nessun rispetto per l&rsquo;etica e il diritto di tutti, non solo dei mercenari, non lo sapremo mai e l&rsquo;eccidio di Nisour Square sar&agrave; solo uno dei tanti &ldquo;effetti collaterali&rdquo; o uno dei tanti &ldquo;tragici errori&rdquo; di una guerra senza senso e senza motivazioni, se non quella squallida del controllo di paesi scomodi ma con fonti di energia.<\/p>\n<p>Cosa sono, in fondo, diciassette civili iracheni uccisi e senza giustizia? Come ha scritto qualcuno, &ldquo;una goccia trascurabile nel mare dei caduti sulla strada della democrazia&rdquo;. Quello che pi&ugrave; colpisce, semmai, &egrave; proprio l&rsquo;affermazione che le vittime civili siano il prezzo pagato al ristabilimento della democrazia. Di quale democrazia stiamo parlando se, per esempio, in Afghanistan, per un&rsquo;altra guerra senza fine in una terra che &egrave; gi&agrave; stata una trappola fatale per Gran Bretagna e Unione Sovietica, attualmente sono in campo pi&ugrave; contractors [104mila] che soldati dell&rsquo;esercito Usa e del contingente Nato [circa 100mila]? <\/p>\n<p>Quale morale crediamo di esportare se la guerra, specie quella sporca, la fanno i mercenari, senza alcuna regola? Una volta la guerra veniva dichiarata, con ambasciatori. Non &egrave; che fosse pi&ugrave; nobile o accettabile di quelle che si fanno adesso, senza alcuna dichiarazione. Ma almeno la combattevano gli eserciti e soltanto gli eserciti. Adesso i conflitti si fanno per procura e le cose pi&ugrave; abominevoli, dalle stragi di civili, alle torture ai prigionieri, alla protezione dei presunti uomini d&rsquo;affari che vanno nei teatri di guerra per rapinare le ricchezze di un popolo o di una nazione, sono appaltate alle confraternite della violenza, chiamate agenzie di sicurezza, in realt&agrave; veri e propri eserciti privati che non rispettano nessuna regola e nessuna legge. <\/p>\n<p>Forse &egrave; per questo che da noi tali combattenti, a 15mila dollari al mese, li chiamano contractors e non mercenari, per quell&rsquo;ipocrisia delle parole per cui la guerra in Afghanistan, che dura da 9 anni, si chiama &ldquo;operazione libert&agrave; duratura&rdquo;.<\/p>\n<p>Di questo uso spregiudicato e fuorviante delle parole si rallegrava, invece, recentemente, il <em>Corriere della Sera, <\/em>commentando l&rsquo;archiviazione dell&rsquo;indagine riguardante Paolo Simeone e Valeria Castellani, proprietari della Intersos, un&rsquo;agenzia di sicurezza italiana, che aveva ingaggiato, per alcune operazioni in Iraq, quattro italiani, Quattrocchi, Stefio, Agliana e Cupertino. I quattro, per&ograve;, erano stati catturati nell&rsquo;aprile del 2004 dalle Brigate Verdi, una delle fazioni della resistenza irachena e Quattrocchi [non &egrave; stato ancora chiarito perch&eacute;] era stato fucilato dopo pochi giorni.<\/p>\n<p>Era morto con grande dignit&agrave;. &ldquo;Vi faccio vedere come muore un italiano&rdquo;, aveva detto prima dell&rsquo;esecuzione davanti a una telecamera, e il suo comportamento orgoglioso aveva colpito l&rsquo;opinione pubblica tanto che ben due procure, quella di Genova e quella di Bari, avevano aperto un indagine in base all&rsquo;articolo 288 del codice penale che punisce &ldquo;l&rsquo;arruolamento o l&rsquo;armamento non autorizzato al servizio di uno Stato estero&rdquo;, per scoprire in che modo Quattrocchi e i suoi compagni erano stati arruolati, e per quale lavoro.<\/p>\n<p>Ora il giudice per le indagini preliminari di Genova, su richiesta del pubblico ministero Francesca Nanni,&nbsp; ha deciso l&rsquo;archiviazione dichiarandosi convinta che i quattro contractors italiani svolgevano in Iraq attivit&agrave; di security, di guardia del corpo e non partecipavano, invece a &ldquo;incursioni dirette a mutare l&rsquo;ordine costituzionale di un paese&rdquo;. Non erano quindi, a suo giudizio, dei mercenari, ma solo dei bodyguards.<\/p>\n<p>&Egrave; difficile stabilire se l&rsquo;interpretazione corretta di questa storia &egrave; quella della procura di Genova e non quella della procura di Bari, che invece continua a indagare su Salvatore Stefio e sul suo socio Giampiero Spinelli, accusati di aver violato lo stesso articolo del codice, quello riguardante l&rsquo;ingaggio di persone per andare a fare una guerra su commissione, per il quale sono stati assolti i proprietari dell&rsquo;agenzia Intersos.<\/p>\n<p>Certo, ci vuole un bel coraggio per arrivare alla conclusione, come ha fatto il Corriere della Sera, che, dopo questo verdetto, andare a fare il contractor in Iraq sia un lavoro leggittimo, pulito, per costruirsi un avvenire e una famiglia, non importa se sulla pelle di un popolo. E quindi &egrave; normale che qualcuno voglia dedicare una strada a Quattrocchi<\/p>\n<p>Perch&eacute; anche chi prende 15mila euro al mese per fare il guardiaspalla -e non il mercenario come quelli di Blackwater, che invece non si vergognano per niente di questa definizione- dovrebbe domandarsi cosa ci fa in un paese dove servono decine di migliaia di bodyguards per proteggere un esercito mandato in teoria per ristabilire la democrazia, o per scortare dei manager venuti per avviare la ricostruzione di un paese che invece saccheggiano.<\/p>\n<p>Per questo sono sconcertato quando apprendo che solo il 30 dicembre scorso, nell&rsquo;attacco suicida del terrorista giordano Humam al-Balawi nella base Usa di Camp Chapman a Khost, sul confine fra Afghanistan e Pakistan nella zona dove teoricamente si nasconde bin Laden, fra le sette vittime nordamericane, tutti agenti della Cia, c&rsquo;erano anche due contractors della Xe, come ora si chiama la famigerata Blackwater, Dane Paresi e l&rsquo;ex membro dei corpi speciali della Marina Usa Jeremy Wise. <\/p>\n<p>Lascia basiti non solo il fatto che, dopo nove anni di guerra, i talebani siano ancora in grado di colpire al cuore l&rsquo;intelligence nordamericana e decapitare l&rsquo;avamposto Cia pi&ugrave; sofisticato nel loro territorio, ma anche che, dopo tutte le smentite di Leon Panetta, direttore della Cia, sul livello di collaborazione ancora in piedi con gli impresentabili guerrieri a gettone di Xe-Blackwater, i drammatici risultati dell&rsquo;attentato rivelino che il Dipartimento di Stato e il Pentagono si avvalgono ancora di questi assassini e torturatori e non per azioni superficiali.<\/p>\n<p>&ldquo;A oggi, Blackwater non &egrave; coinvolta in nessuna nostra operazione in ruoli che non siano di sicurezza o supporto&rdquo; aveva dichiarato ufficialmente il portavoce della Cia, George Little, lo scorso 11 dicembre. E, prima di lui, il direttore Panetta, a giugno aveva dichiarato davanti al Congresso che la Cia aveva cancellato tutti i piani di assassini mirati in cui era coinvolto personale Blackwater.<\/p>\n<p>Non sono le bugie che lasciano perplessi, ma la convinzione che la guerra nel tempo che viviamo debba essere per forza &ldquo;sporca&rdquo; e vada condotta senza alcun ritegno, magari, per salvare la faccia, appaltandola a professionisti dei crimini di guerra. Nella maggior parte &egrave; questo il mestiere del contractor.<\/p>\n<p>Non sorprende quindi che sempre <em>The Nation, <\/em>cos&igrave; come fece per i tremila cittadini americani di religione musulmana &ldquo;desaparecidos&rdquo; qualche anno fa per le leggi antiterrorismo varate da Bush jr dopo l&rsquo;11 settembre 2001, abbia messo sotto tiro la Blackwater e tutte le sue vecchie e nuove imprese e stia conducendo una puntuale indagine sul modo disinvolto di condurre le guerre in Afghanistan e Iraq anche nell&rsquo;epoca di Obama.<\/p>\n<p>Un dovere al quale, ancora una volta, non hanno sentito di dover ottemperare i media italiani, d&rsquo;altronde carenti in precisione ed etica per esempio su tutti gli argomenti caldi nel complicato tramonto del 2009 in America latina. Dalle elezioni farsesche in Honduras, al voto dell&rsquo;Onu &ndash;ribadito per la 18esima volta da 187 nazioni- contro l&rsquo;embargo Usa a Cuba, al trionfo di un ex tupamaro, Pepe Mujica, nelle elezioni presidenziali in Uruguay, e alla conferma di Evo Morales in quelle boliviane dopo che, per anni, la stampa occidentale aveva preannunciato l&rsquo;imminente fine del suo progetto di societ&agrave; che sogna il buen vivir e il rispetto dei diritti di tutti.<\/p>\n<p>Per parte della stampa occidentale, ma &egrave; pi&ugrave; giusto dire di quella italiana e spagnola, anche quella che una volta fu progressista, era pi&ugrave; pressante dare spazio alla bloguera cubana Yoani S&aacute;nchez, anche dopo che era stato provato che le sue tirate contro la Revoluci&oacute;n erano trasmesse grazie a un server tedesco che dispone di una banda 60 volte superiore a quella dell&rsquo;intera rete cubana, e che il suo sforzo, come detto, era solo un segmento della cyberguerra decisa nel 2003 dall&rsquo;ex ministro della Difesa Usa Donald Rumsfeld, contro Cuba. Non a caso la rivista <em>Resumen latinoamericano <\/em>l&rsquo;ha definita &ldquo;la figlia di Prisa&rdquo;, ricordando che questa nuova strategia della tensione &egrave; cominciata con il premio Ortega y Gasset assegnatole un anno fa dal gruppo che edita el Pa&iacute;s, uno dei quotidiani un tempo progressisti e che, recentemente, ha ceduto parte del suo impero riguardante radio e televisioni locali, che servono nel mondo 30 milioni di utenti, al gruppo Mediaset. <\/p>\n<p>&Egrave; una questione di sensibilit&agrave; giornalistica e di morale, sulla quale &egrave; inutile dilungarsi ancora.<\/p>\n<p>Su gli spunti che queste due storie portano in superficie e suggeriscono, &egrave; basato questo numero 109 della rivista. &nbsp;<\/p>\n<p>Voglio riservare le ultime righe ad Harry Villegas, <em>Pombo, <\/em>uno di cinque compagni sopravvissuti al Che in Bolivia, su cui &egrave; uscito recentemente un interessante libro di Roberto Borroni e che mi ha aiutato, con i suoi ricordi, a leggere con pi&ugrave; chiarezza il suo paese nel film documentario in due parti <em>Cuba nell&rsquo;epoca di Obama<\/em>. Un film di prossima uscita nel quale ho tentato di raccontare con onest&agrave; Cuba dal di dentro in una stagione di inevitabile cambiamento<br \/><a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/www.giannimina-latinoamerica.it\/editoriali\/522-editoriale-del-la-109-prossimamente-in-uscita\" ><br \/>GO TO ORIGINAL &ndash; LATINOAMERICA<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un giudice federale di Washington, Ricardo Urbina, ha rifiutato l&rsquo;incriminazione per strage di alcuni mercenari nordamericani, dipendenti della famigerata Blackwater, accusati di aver ucciso, senza motivo, 17 civili iracheni a Baghdad nel 2007. 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