{"id":6303,"date":"2010-07-19T00:00:16","date_gmt":"2010-07-18T22:00:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.transcend.org\/tms\/?p=6303"},"modified":"2010-07-19T12:20:08","modified_gmt":"2010-07-19T10:20:08","slug":"italian-conflitto-israelo-palestinese-l%e2%80%99esperienza-nonviolenta-di-at-tuwani-e-di-operazione-colomba","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.transcend.org\/tms\/2010\/07\/italian-conflitto-israelo-palestinese-l%e2%80%99esperienza-nonviolenta-di-at-tuwani-e-di-operazione-colomba\/","title":{"rendered":"(Italian) Conflitto Israelo-Palestinese: L\u2019Esperienza Nonviolenta di At-Tuwani e di Operazione Colomba"},"content":{"rendered":"<p>Sabato 12 giugno una trentina di coloni mascherati hanno attaccato con sassi e spranghe la casa del villaggio palestinese di At-Tuwani pi\u00f9 prossima all\u2019avamposto di Havat Ma\u2019on, nelle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania. Nell\u2019abitazione in quel momento si trovavano solo donne e bambini. Da allora, ogni notte, i coloni si sono organizzati in ronde e non hanno cessato di lanciare intimidazioni agli abitanti del villaggio. Solo un altro aneddoto del mitico conflitto mediorientale?<\/p>\n<p>At-Tuwani \u00e8 un paesino di circa trecento abitanti situato in una zona rurale semiarida vicino alla Linea Verde che, secondo il piano di spartizione ONU del 1948, dovrebbe segnare la frontiera tra Israele e quelli che poi sono diventati i Territori Occupati Palestinesi. Secondo gli accordi di Oslo (1993) At-Tuwani si trova in area C, ovvero sotto controllo militare e amministrativo israeliano. All\u2019inizio degli anni Ottanta, sulle terre di alcuni contadini del villaggio, \u00e8 sorto l\u2019insediamento israeliano di Ma\u2019on, a cui nel 1999 ha fatto seguito la creazione dell\u2019avamposto di Havat Ma\u2019on, un\u2019estensione illegale della colonia. Entrambi i siti sono tutt\u2019oggi in continua e documentata espansione, nonostante le pressioni e le promesse di congelare le colonie.<\/p>\n<p>La complessit\u00e0 del pi\u00f9 lungo e conosciuto conflitto mediorientale \u00e8 di una semplicit\u00e0 disarmante nella concretezza della vita quotidiana di At-Tuwani. Le terre sottratte ai palestinesi sono servite per installare abitazioni di civili israeliani nei Territori Occupati, bench\u00e9 espressamente vietato dalle convenzioni di Ginevra. La costruzione di nuove case nella colonia e nell\u2019avamposto, inoltre, ha strappato ulteriori porzioni di terra ai palestinesi, poich\u00e9 intorno agli insediamenti si \u00e8 creata di fatto una zona cuscinetto di cui i legittimi proprietari non possono pi\u00f9 usufruire. Questa strategia indica chiaramente la tendenza della politica di occupazione a frammentare la mobilit\u00e0 dei palestinesi all\u2019interno della Cisgiordania.<\/p>\n<p>Nell\u2019avamposto vivono coloni nazional-religiosi il cui leader ideologico appartiene a un gruppo terroristico israeliano. Questi spesso attaccano il vicino villaggio palestinese, minacciano e aggrediscono i pastori e persino i bambini palestinesi durante il loro tragitto da e per la scuola. Dal 2004 il parlamento israeliano, la Knesset, ha stabilito una scorta militare israeliana per proteggere questi bambini dagli attacchi verbali e fisici dei coloni. La presenza della scorta militare per i bambini palestinesi e i numerosi posti di blocco (checkpoint) evidenziano la situazione di forte militarizzazione dei Territori Occupati.<\/p>\n<p>Inoltre in area C \u00e8 sempre la stessa potenza occupante a detenere il potere amministrativo: ad At-Tuwani chiunque voglia sporgere una denuncia, ad esempio in seguito ad un attacco da parte dei coloni, \u00e8 costretto a rivolgersi al commissariato israeliano della colonia di Kyriat Arba.<\/p>\n<p>Molte case, la scuola e la moschea di At-Tuwani hanno ricevuto l\u2019ordine di demolizione, non avendo previamente ottenuto un permesso di costruzione. Stessa sorte \u00e8 toccata al manto stradale e ai piloni della luce, sradicati dall\u2019esercito israeliano nel novembre 2009, nonostante le promesse di Tony Blair, rappresentante del Quartetto (UE, USA, ONU e Russia), di impegnarsi per migliorare le condizioni di vita degli abitanti della zona.<\/p>\n<p>Di fronte a questa situazione di violenza, tanto strutturale quanto diretta, prevale nello spettatore occidentale, saturo di notizie senza approfondimenti, un senso di impotenza. Il popolo palestinese dimostra invece una sorprendente capacit\u00e0 di resilienza. Bench\u00e9 prevalgano nei media le esperienze di lotta armata, esistono realt\u00e0 di resistenza nonviolenta attive, creative ed efficaci.<\/p>\n<p>Gli abitanti di At-Tuwani, riuniti con altri villaggi vicini in un comitato popolare di resistenza nonviolenta, hanno deciso di spezzare il circolo della violenza utilizzato da Israele per legittimare i propri crimini. La rinuncia alla difesa armata da parte dei palestinesi mette in luce l\u2019asimmetria di potere tra l\u2019esercito israeliano e la popolazione civile.<\/p>\n<p>Vivere la nonviolenza in zona di conflitto \u00e8 una scelta tutt\u2019altro che semplice e ingenua, accusa questa spesso rivolta ai movimenti pacifisti. Si tratta piuttosto della capacit\u00e0 di non reagire ai soprusi nella stessa maniera in cui questi vengono perpetrati, stimolando piuttosto la giustizia a fare il suo dovere. Resistenza nonviolenta ad At-Tuwani significa continuare a vivere normalmente una quotidianit\u00e0 violentata dall\u2019occupazione: continuare a mandare i propri bambini a scuola, continuare a pascolare le greggi sulle proprie terre, continuare a costruire case e nuove aule nonostante l\u2019impossibilit\u00e0 di ottenere i permessi necessari.<\/p>\n<p>La nonviolenza attiva si traduce anche in momenti di incontro con \u201cl\u2019altra parte\u201d, come accade durante le visite di pacifisti israeliani o durante i campi estivi in cui bambini palestinesi ed israeliani giocano insieme.<\/p>\n<p>La strategia di resistenza nonviolenta prevede anche azioni dirette nonviolente. Quando nel novembre 2009 i soldati hanno tentato di portare via i piloni dell\u2019elettricit\u00e0 tutto il villaggio si \u00e8 opposto; le donne e i bambini in particolare si sono interposti tra l\u2019esercito e i piloni. In altre occasioni, ad esempio per impedire la consegna degli ordini di demolizione di alcune case, gli uomini si sono messi a pregare di fronte ai soldati formando un cordone. Altre volte ancora i pastori della zona hanno rivendicato il diritto alle proprie terre andando insieme a pascolare le greggi nei pressi dell\u2019avamposto. Anche le pecore, riunite in una \u201ccritical mass\u201d, sono capaci di essere strumento di lotta nonviolenta.<\/p>\n<p>Se si pensa alla politica di occupazione che i vari governi israeliani non hanno smesso di seguire, con diversa intensit\u00e0, dal 1967, non stupisce la reazione delle forze armate israeliane, una costante repressione e intensificazione delle misure di controllo militare nell\u2019area, di fronte alla scelta nonviolenta di At-Tuwani. Come spesso accade, si pensi al recente caso dell\u2019attacco alla \u201cFreedom flotilla\u201d, il diritto alla sicurezza viene usato per celare una vera e propria persecuzione di ogni manifestazione nonviolenta.<\/p>\n<p>Tuttavia, ci\u00f2 che pi\u00f9 sconcerta \u00e8 l\u2019indifferenza della comunit\u00e0 internazionale verso le realt\u00e0 nonviolente come pratica virtuosa per la trasformazione dei conflitti. Lo spazio che occupa la violenza nell\u2019immaginario collettivo, dai media al senso comune, passando per la politica, dimostra la direzione del pensiero egemonico. La violenza arriva a proporsi come soluzione a se stessa, quando invece vie alternative, coerenti e percorribili esistono e sono gi\u00e0 messe alla prova sul campo. Lo scarso interesse suscitato dagli esperimenti con la nonviolenza denota la mancanza di volont\u00e0 politica per risolvere il conflitto.<\/p>\n<p>Operazione Colomba, corpo di pace attivo per la riconciliazione in zone di conflitto, solidale con la scelta compiuta dal comitato popolare di resistenza nonviolenta, ha stabilito dal 2004 una presenza permanente nel villaggio. Lo stile di Operazione Colomba nell\u2019interpretare il sapere nonviolento nel peculiare contesto del conflitto israelo-palestinese \u00e8 caratterizzato da alcune dimensioni distintive di tale esperienza. La presenza dei volontari si fonda sulla condivisione diretta con le vittime dell\u2019ingiustizia: vivere al fianco e nelle medesime condizioni della gente del posto, oltre a esprimere rispetto, aiuta ad assottigliare la distanza culturale nell\u2019incontro con l\u2019altro. Un principio gandhiano della nonviolenza \u00e8 quello di farsi carico della sofferenza dell\u2019altro assumendone il peso su di s\u00e9. In questo modo la bilancia del potere si sposta da una relazione asimmetrica di aiuto verso una di equit\u00e0 e fratellanza. Il centro dell\u2019agire non risiede tanto nel fare, quanto nella presenza che si configura come un \u201cessere con\u201d, piuttosto che un \u201cessere per\u201d.<\/p>\n<p>Gli internazionali, volontari di Operazione Colomba e dell\u2019associazione statunitense Cristian Pacemaker Team (CPT), accompagnano le famiglie nel loro quotidiano, poich\u00e9 anche le attivit\u00e0 pi\u00f9 semplici e abituali implicano il pericolo di attacchi da parte dei coloni o soprusi da parte dell\u2019esercito. In caso di emergenza i volontari cercano di dialogare con i soldati o di interporsi per proteggere chi accompagnano. In alcuni casi gli stessi internazionali sono stati feriti dalle aggressioni dei coloni. La nonviolenza esige, in casi estremi, la disponibilit\u00e0 ad assumere il rischio che comporta mettere il proprio corpo come mezzo per diminuire o fermare la furia della violenza.<\/p>\n<p>Un altro aspetto della pratica nonviolenta di Operazione Colomba riguarda l\u2019attivit\u00e0 di denuncia e testimonianza. I volontari utilizzano sempre videocamere per registrare quanto accade e denunciare alla polizia israeliana e alle istituzioni internazionali competenti le violazioni dei diritti umani di cui sono testimoni. Video e foto, oltre a fornire un supporto alle azioni legali, sono un materiale prezioso in ambito comunicativo. Nell\u2019era delle telecomunicazioni, ma anche della manipolazione dell\u2019informazione, una fonte diretta che racconti l\u2019assurdit\u00e0 della violenza rappresenta una ricchezza per chi abbia voglia di ascoltare una realt\u00e0 diversa da quella costruita dai media tradizionali. L\u2019agire nonviolento oggigiorno passa anche per un uso strategico dei nuovi media improntato al rendere giustizia alla verit\u00e0. In questo caso non si richiede il coraggio dell\u2019azione diretta, quanto creativit\u00e0 per rivolgersi a un pubblico non politicamente preparato n\u00e9 sensibile e onest\u00e0 intellettuale per andare oltre miti e stereotipi legati alle parti in causa nel conflitto, senza paura di affrontarne la complessit\u00e0 n\u00e9 di individuarne le responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Una comunicazione nonviolenta del conflitto permette di ascoltare \u201cla voce di chi non ha voce\u201d, contribuisce a sfumare posizioni polarizzate in cui una vittima ottiene il diritto alla violenza e interroga il nostro ruolo di spettatori passivi di fronte all\u2019impunit\u00e0 di chi viola il diritto internazionale, una conquista di tutti erosa dall\u2019arroganza dell\u2019occupazione.<\/p>\n<p>Un\u2019ultima riflessione deve essere spesa sull\u2019efficacia di una strategia nonviolenta nell\u2019economia di potere attiva in un conflitto. Occorre sottolineare che i criteri di valutazione non si possono che misurare nel lungo periodo e sono negativamente influenzati dallo scarsissimo appoggio che istituzioni e donatori prestano a esperienze di questo tipo, a fronte di una quantit\u00e0 di risorse sprecate nel settore militare e a volte persino nella cooperazione allo sviluppo. Nel caso concreto di At-Tuwani prendiamo in considerazione almeno tre risultati positivi.<\/p>\n<p>Anzitutto diverse famiglie costrette ad abbandonare le proprie case sono ritornate ad abitare al villaggio. La scelta nonviolenta offre un significato alla lotta e una speranza alla vita violata dal trauma della violenza. In tal senso pu\u00f2 essere percepita come un intervento di empowerment sociale. In quanto scelta collettiva, infatti, rinsalda le relazioni all\u2019interno della comunit\u00e0, favorisce processi decisionali partecipativi, assicura un grado crescente di controllo su di un contesto anormale.<\/p>\n<p>In secondo luogo l\u2019intervento dei corpi civili di pace realizza concretamente quella solidariet\u00e0 che le sole parole non porterebbero oltre le buone intenzioni. La condivisione quotidiana, oltre ad arricchire entrambe le culture dell\u2019incontro con l\u2019altro, rompe l\u2019isolamento in cui Israele cerca di rinchiudere la comunit\u00e0 palestinese, secondo le stesse Nazioni Unite soggetta a un regime di apartheid e frammentata in un arcipelago di bantustan.<\/p>\n<p>\u00c8 infine presumibile che la presenza di osservatori internazionali diminuisca gli abusi di potere e le violazioni dei Diritti Umani, specialmente da parte dell\u2019esercito, maggiormente attento alla propria immagine pubblica.<\/p>\n<p>In definitiva, il criterio in riferimento al quale valutare una scelta nonviolenta rimane quello etico. In un contesto che possiamo definire di tortura sociale istituzionalizzata, l\u2019impegno per la nonviolenza agisce efficacemente su tre dimensioni: contribuisce a preservare una memoria del conflitto scevra dagli interessi del potere politico e a salvaguardare la propria cultura di appartenenza dall\u2019ideologia della violenza; combatte il silenzio che promuove l\u2019impunit\u00e0 dei torturatori e genera indifferenza nelle terze parti; guarda al futuro tessendo relazioni capaci di disinnescare il circolo della violenza, di rendere possibile l\u2019incontro con l\u2019altro, di costruire una pace con giustizia.<\/p>\n<p><a target=\"_blank\" href=\"http:\/\/serenoregis.org\/2010\/07\/conflitto-israelo-palestinese-l%E2%80%99esperienza-nonviolenta-di-at-tuwani-e-di-operazione-colomba-davide-ziveri\/\" >GO TO ORIGINAL \u2013 CENTRO STUDI SERENO REGIS<\/a><\/p>\n<p><strong><em>Join the <span style=\"color: #ff0000;\">BDS-Boycott, Divestment, Sanctions<\/span><\/em> <\/strong>campaign to protest the Israeli barbaric siege of Gaza, illegal occupation of the Palestine nation, the apartheid wall, and its inhuman and degrading treatment of the Palestinian people: <span style=\"color: #ff0000;\"><strong>DON&#8217;T BUY<\/strong><\/span> products whose <span style=\"color: #ff0000;\"><strong>BARCODE<\/strong><\/span> starts with <span style=\"color: #ff0000;\"><strong>729<\/strong><\/span>, which indicates that it is produced in Israel. <strong>DO YOUR PART! MAKE A DIFFERENCE!<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff0000;\"><strong>7 2 9: BOYCOTT!<\/strong><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sabato 12 giugno una trentina di coloni mascherati hanno attaccato con sassi e spranghe la casa del villaggio palestinese di At-Tuwani pi\u00f9 prossima all\u2019avamposto di Havat Ma\u2019on, nelle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania. Nell\u2019abitazione in quel momento si trovavano solo donne e bambini. Da allora, ogni notte, i coloni si sono organizzati in ronde e non hanno cessato di lanciare intimidazioni agli abitanti del villaggio. 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