(Italian) L’influenza di Tolstoj su Gandhi

ORIGINAL LANGUAGES, 29 Nov 2010

Enrico Peyretti – TRANSCEND Media Service

1- Alcuni caratteri del pensiero di Tolstoj 2- Come Gandhi conosce Tolstoj 3- La Lettera a un indù, di Tolstoj, conquista Gandhi 4- Carteggio Gandhi – Tolstoj 5- Che cosa Gandhi deve a Tolstoj 6 – Gandhi dice le differenze tra lui e Tolstoj 7 – Differenze oggettive Tolstoj-Gandhi

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Bori, Tolstoj. Oltre la letteratura, Edizioni Cultura della Pace 1991

Bori, L’altro Tolstoj, Il Mulino 1995

Bori-Sofri, Gandhi e Tolstoj. Un carteggio e dintorni, Il Mulino 1985

Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza. Con Saggio introduttivo di Giuliano Pontara, Einaudi 1996

Gandhi, Vi spiego i mali della civiltà moderna. Hind Swaraj, GandhiEdizioni 2009

Gandhi, La forza della verità, vol. 1, Civiltà, politica e religione, Sonda 1991

Manara, Una forza che dà vita. Ricominciare con Gandhi in un’età di terrorismi, Unicopli 2006

Milone, Tolstoj e il rifiuto della violenza, Servitium 2010

Tolstoj, Il Regno di Dio è in voi, Publiprint Manca editrice 1988

Altieri, Presentazione, a Gandhi, Vi spiego i mali della civiltà moderna (Hin Swaraj). Gandhiedizioni 2009

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1 – Alcuni caratteri del pensiero di Tolstoj

Alcuni caratteri del pensatore russo possono essere così individuati: il suo è un anarchismo religioso mistico; egli è accostabile ai “chrétiens sans église”, evangelici non confessionali, contrari al sacramentalismo, al “sola fide” e alla predestinazione, schierati per la tolleranza. Tolstoj relativizza i contenuti di verità a favore della carità. Apprezza Erasmo, scopre Castellione (fu per la tolleranza, condannò la condanna di Serveto nella Ginevra di Calvino), simpatizza con i quaccheri e con movimenti settari. È contro la violenza, sia istituzionale che rivoluzionaria, perché viola la legge dell’amore che è la legge della vita (cfr Bori, in Bori-Sofri, p. 137)

2 – Come Gandhi conosce Tolstoj

«Tolstoj fu certamente l’autore non indiano che più influenzò la formazione di Gandhi» (G. Sofri, in Bori-Sofri, p. 45)

Gandhi, dopo il 1890 (quando ha 31 anni), legge gli scritti di Tolstoj su droghe, alcol, tabacco. Nel 1894 legge Il Regno di Dio è dentro di voi, pubblicato l’anno precedente, e dice: «Mi entusiasmò. (…) Mi fece una impressione incancellabile». Ha per Tolstoj la stessa ammirazione che ebbe per il Sermone della montagna nei vangeli.

Dirà poi (nel 1928): «A quel tempo io credevo nella violenza. La sua lettura mi guarì dal mio scetticismo, e fece di me un fermo credente nell’ahimsa» (non è ancora il satyagraha). (Sofri, p. 45-46). Rileggerà quel libro di Tolstoj nel 1908 e lo regalerà a varie persone. Tra il 1894 e il 1896 legge altri libri di Tolstoj, tra cui Breve esposizione del Vangelo. Nell’appendice bibliografica a Hind Swaraj (1909) cita sei libri di Tolstoj sui 20 complessivi citati.

Gandhi non lesse mai i grandi romanzi di Tolstoj, Guerra e pace; Anna Karenina. Forse, ma non è certo, lesse con commozione La morte di Ivan Il’i?, Resurrezione, La sonata a Kreutzer.

Conosceva i racconti popolari di Tolstoj e ne pubblica alcuni nel 1905 su Indian Opinion. Nello stesso anno 1905 riassume in brevi frasi didascaliche, su Indian Opinion, l’insegnamento di Tolstoj:

«In questo mondo l’uomo non dovrebbe accumulare beni.

Per quanto male una persona possa arrecarci dovremmo sempre farle del bene. Questo è il comandamento di Dio e anche la sua legge.

Nessuno dovrebbe combattere.

È peccato esercitare il potere politico, poiché questo causa tanti dei mali del mondo.

L’uomo è nato per compiere il suo dovere verso il Creatore; dovrebbe perciò prestare più attenzione ai suoi doveri che ai suoi diritti.

L’agricoltura è la vera occupazione dell’uomo. È perciò contrario alla legge divina costruire grandi città, dar lavoro a centinaia di migliaia di persone che si occupano dei macchinari delle industrie così che i pochi sguazzano nel denaro. Se lo possono permettere sfruttando gli indifesi e la povertà della maggioranza». (in La forza della verità p. 118 e in Sofri-Bori p. 48).

Nel 1910, presentando la traduzione inglese di Hind Swaraj, Gandhi scrive: «Tolstoj è stato uno dei miei insegnanti per molti anni» (La forza della verità, p. 257). E in una lettera del 21 maggio dello stesso anno, egli dice di Tolstoj: «Ciò che ha predicato, come del resto tutti i maestri del mondo, è che ogni uomo deve obbedire alla voce della propria coscienza, deve essere maestro di se stesso e cercare il Regno di Dio dentro di sé. Secondo lui non esiste governo in grado di controllarlo senza la sua approvazione. Tale uomo è superiore ad ogni governo» (ivi, p. 280).

A sua volta, il pensiero indiano e orientale influì su Tolstoj, che attinge alle sapienze antiche, e in nome dell’induismo incoraggia gli indiani alla nonviolenza (cfr Bori, in Bori-Sofri, pp. 149-159). Nel periodo tra i 50 e 60 anni (1878-1888) non è citato il pensiero indiano nelle letture di Tolstoj (Bori, L’altro Tolstoj, p. 146).

Gandhi legge altri autori del filone anarco-religioso, dell’evangelismo sociale, tra cui il più importante per lui è Ruskin (autore inglese, tra i riformatori sociali e religiosi citati da Gandhi in appendice a Hind Swaraj), che legge nel 1904 in Sudafrica; quindi traduce-sintetizza il suo libro principale Unto This Last in gujarati col titolo Sarvodaya (Il benessere di tutti). Legge Thoreau nel 1907, lo ammira, ma ne critica i limiti. Legge Carpenter nel 1909. Qui è l’inizio, per Gandhi della critica radicale della civiltà moderna che culminerà in Hind Swaraj, nel 1909.

3 – Con la Lettera a un indù Tolstoj conquista Gandhi

Decisiva per l’influsso di Tolstoj su Gandhi è la Lettera a un indù, dello scrittore russo, nel 1908-1909.

Il 24 maggio 1908 un giovane indiano estremista ed esule politico, Taraknath Das, scrive a Tolstoj: «Voi odiate la guerra, ma la fame in India è più spaventosa di qualsiasi guerra … non per penuria di alimenti, ma a causa del depredamento della popolazione e della spoliazione del paese da parte del governo britannico» (Sofri-Bori, p. 107).

Tolstoj riceve la lettera il 7 giugno e lo stesso giorno comincia quella risposta che diventerà la Lettera a un indù, dopo sei mesi di lavoro e 27 (!) stesure successive, per 413 fogli diversi. Il 14 dic. 1908 annota: «Ho finito la lettera a un indù. È debole. Ci sono ripetizioni». Il 2 maggio 1909 corregge la traduzione inglese. Estratti della lettera sono già apparsi su due riviste russe.

Das riceve la risposta di Tolstoj, che ormai è una lettera aperta, e la pubblica nel marzo-aprile 1910, con una sua replica, in cui dice che è disposto ad adottare la resistenza passiva, ma anche ad abbandonarla quando si rivela vana (dunque è nonviolento pragmatico, relativo, tattico).

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Questa Lettera a un indù è in Bori-Sofri (pp. 181-197). Bori (pp. 163-168) illustra la lettera con varie citazioni dei contemporanei Diari di Tolstoj e da altri suoi scritti.

Facciamo qui una sintesi-schema del testo della Lettera a un indù:

– quali sono le cause dell’oppressione di pochi oziosi sulla maggioranza del popolo lavoratore?

– 200 milioni di Indiani sono assoggettati da una piccola cricca di estranei, incomparabilmente inferiori dal punto di vista etico-religioso

– la causa è l’assenza di insegnamento religioso razionale che illumini la legge della vita, sostituito da principi pseudoreligiosi e pseudoscientifici; questi causano effetti immorali chiamati civiltà

– la storia è sempre stata dominio di pochi su molti

– sia i dominatori che i dominati ritengono il dominio necessario per la convivenza (cfr Hobbes)

– nonostante ciò, c’è la religione universale dell’amore: è un pensiero inerente alla natura umana ed è verità

– ma questa verità è deformata e ostacolata da chi ha il potere, con una religione stabilita dal potere. Questo è accaduto ovunque

– c’è una contraddizione: gli uomini accettano contemporaneamente la legge dell’amore e l’opposizione al male con la violenza, perché accettano l’organizzazione sociale basata sulla violenza

– ma col tempo si è indebolita la fede nel diritto divino dei monarchi

– ci si attenderebbe ora che ci si liberi dalla sottomissione all’autorità, che ha perso il diritto divino

– e invece viene un nuovo inganno: la classe dei governanti che, col pretesto di governare il popolo, vive del suo lavoro

– si pretende dare un fondamento “scientifico” ai nuovi poteri, come prima si dava “religioso”

– la violenza viene presentata e giustificata 1) come legge perpetua della storia 2) come selezione naturale nella lotta per l’esistenza 3) e anche come volontà del popolo (nelle forme rappresentative di governo)

– intanto, l’infelice maggioranza degli oppressi accetta queste stupidità scientifiche, come prima quelle religiose, e continua a sottomettersi ai nuovi sovrani altrettanto crudeli, ma alquanto più numerosi

– la superstizione scientifica prende piede anche in oriente

– alla tesi violenta di Das – resistenza all’aggressione non è solo giustificabile, ma è un imperativo; la non-resistenza offende sia l’altruismo sia l’egoismo – Tolstoj replica: l’amore è l’unico modo di cui l’uomo dispone per salvarsi da tutte le calamità

– questo fondamento religioso della vita è tipico dell’India dall’antichità, ma ora l’India si contraddice se sostiene la resistenza al male con la violenza

– voi dite che gli inglesi vi hanno asservito perché non avete resistito, ma è vero il contrario: gli indiani sono sottomessi perché hanno creduto alla violenza come principio e fondamento dell’ordine sociale, perché hanno accettato la legge della violenza

– non sono stati gli inglesi, ma gli Indù stessi a ridursi in schiavitù

– dovete non collaborare al male (amministrazione, tribunali, tasse, esercito) e nessuno vi ridurrà in schiavitù

– l’umanità, come una persona che cresce, passa da un’età all’altra e deve assumere una guida adeguata alla nuova età

– ora è questo passaggio ad una nuova età

– occorre superare la contraddizione tra la legge benefica dell’amore e il sistema violento

– la legge della vita è l’amore

– occorre la completa liberazione di questa verità dalle superstizioni religiose e scientifiche, dalle credenze che oscurano la verità

– una sola cosa è necessaria: la legge dell’amore è la legge della vita

– questa è verità connaturata ad ogni uomo e presente in tutte le religioni del mondo

– emergendo quella verità, scomparirà tutto il male da cui ora l’umanità è afflitta

4 – Carteggio Gandhi – Tolstoj

(Il testo integrale di queste lettere è in Bori-Sofri pp. 199-213)

Abbiamo visto che è la Lettera a un indù, di Tolstoj, del 1908, che induce Gandhi a scrivergli. A Gandhi arriva in mano una copia inglese di quello scritto nell’estate 1909. Si dice «rapito» dalla lettura, ed entusiasta perché la trova affine al suo pensiero, che lo scritto di Tolstoj rafforza e stimola.

G 1 – Il 1° ottobre di quel 1909 Gandhi scrive a Tolstoj: è la prima lettera del loro carteggio (7 lettere: 4 di Gandhi, 3 di Tolstoj). Gandhi chiede a Tolstoj di poter pubblicare la Lettera a un indù.

T 1 – Tolstoj risponde subito l’indomani dicendosi «molto commosso» della lettera di Gandhi che ha ricevuta il 24 settembre (6 ottobre) e autorizza la pubblicazione.

Gandhi ne riferisce in un articolo dicendo di essere «molto rallegrato» della risposta di Tolstoj: «È motivo di profonda soddisfazione per noi avere il sostegno di un così grande e santo uomo. La sua lettera ci mostra in maniera convincente che la forza dell’animo – satyagraha – è la nostra sola risorsa» (Sofri 118).

Gandhi tenta di far pubblicare in Inghilterra la Lettera a un indù, ma non riesce. Allora la pubblicherà a puntate su Indian Opinion, in inglese e in gujarati, tra dicembre 1909 e gennaio 1910. Nella Prefazione a questa pubblicazione scrive: «La lettera di Tolstoj ha per me un grande valore. Chiunque abbia goduto dell’esperienza della lotta del Transvaal ne percepirà subito il valore. Un gruppo di satyagrahi indiani ha contrapposto al potere delle armi da fuoco del governo del Transvaal amore e forza d’animo. Questo è il fondamento dell’insegnamento di Tolstoj, dell’ insegnamento di tutte le religioni».

Poco più oltre, troviamo un primo accenno alle differenze tra maestro e discepolo: «Nessuno potrebbe affermare che io accetto tutte le idee di Tolstoj, lo considero uno dei miei maestri, ma certamente non concordo con tutte le sue idee» (La forza della verità, p. 119-120).

G 2 – Il 10 nov. 1909, prima di partire da Londra, Gandhi scrive di nuovo a Tolstoj. Lo prega di far conoscere al vasto pubblico la lotta degli indiani del Transvaal (questa regione di immigrazione indiana nel 1902 è colonia britannica, autonoma nel 1907, dal 1910 nell’Unione Sudafricana).

Tolstoj non risponde.

G 3 – Gandhi scrive di nuovo il 4 aprile 1910, con l’occasione della pubblicazione in inglese del suo Hind Swaraj. Tolstoj annota nel diario il 19 aprile (2 maggio): «Da un indiano un libro e una lettera in cui smaschera tutti i difetti della civiltà europea, compresi si suoi svantaggi pratici». «Ho letto il libro di Gandhi sulla civiltà. Molto buono». «Molto importante. Devo scrivergli». Ora, più di prima, prende Gandhi sul serio. «È un uomo molto vicino a noi, a me. .. Voglio scrivergli a lungo».

Tolstoj rilegge la propria Lettera a un indù, pubblicata da Gandhi in India e inviatagli: ora gli piace di più di quando la finì, nel 1908 [vedi sopra al 14 dicembre 1908]. Gandhi l’aveva tradotta dal 13 al 22 novembre 1909 in gujarati sulla nave da Londra a Città del Capo, prima di scrivere, nello stesso viaggio (freneticamente, con crampi alla mano destra), Hind Swaraj. (Altieri p. 11; Sofri p. 119)

T 2 – Tolstoj risponde brevemente il 25 aprile (8 maggio) 1910. Ha problemi di salute. Apprezza Hind Swaraj. Non trova più le lettere precedenti. Promette una lettera più lunga.

G 4 – Gandhi scrive il 15 agosto 1910. Ha fondato col “tolstojano” Kallenbach una fattoria collettiva: Fattoria Tolstoj. Allega una foto dei suoi abitanti. Si augura di ricevere da lui una «critica particolareggiata» di Hind Swaraj.

T 3 – 16 e 17 settembre (29, 30 settembre) 1910. Ultima lettera di Tolstoj, inviata anche a Londra per essere pubblicata in un periodico di amici tolstojani, per propagandare in Inghilterra le idee di Gandhi.

Gandhi la riceve solo due mesi dopo, il 26 novembre, quando Tolstoj è già morto. Però, via Londra, la lettera di Tolstoj è già arrivata e lo stesso giorno è pubblicata su Indian Opinion, insieme a un commosso necrologio di Tolstoj scritto da Gandhi, col titolo: Il Conte Tolstoj e la resistenza passiva; un messaggio agli indiani del Transvaal.

In questo necrologio, Gandhi evidenzia il maggior merito di Tolstoj: «La grande virtù di Tolstoj fu di mettere in pratica ciò che predicava» (La forza della verità, p. 121). Ripeterà questo motivo di ammirazione in varie occasioni, come nel discorso per il centenario della nascita di Tolstoj, nel 1928 (ivi, pp. 123, 125, 128).

Nella sua ultima lettera a Gandhi, Tolstoj dà un aperto riconoscimento alla lotta nonviolenta degli indiani del Transvaal: «.. la vostra attività nel Transvaal, che ci pare ai confini della terra, è l’opera più centrale, più importante fra tutte quelle che si svolgono attualmente nel mondo, e di essa saranno partecipi necessariamente non solo i popoli del mondo cristiano, ma quelli di tutto il mondo».

Sembra una profezia e un testamento del più celebre pacifista e nonviolento in favore del suo più giovane “discepolo” (Sofri, in Bori-Sofri, p. 123)

Per tutta la vita Gandhi riconoscerà il suo debito verso Tolstoj, e continuerà a tenere rapporti coi tolstojani, e a tradurre e pubblicare gli scritti del maestro russo.

Passando in Italia nel 1931 il Mahatma ebbe il piacere di fare visita, a Roma, a Tatiana Tolstoj, figlia di Lev Tolstoj, vedova Sukhotin. Quando Gandhi fu ucciso, il 30 gennaio 1948, Tatiana scrisse a Nehru, il 3 novembre 1949, per chiedere la grazia per i due assassini condannati a morte.

5- Che cosa Gandhi deve a Tolstoj

In una lettera del 1926, Gandhi scrive: «Non c’è dubbio sul fatto che gli scritti di Tolstoj abbiano avuto un effetto molto forte su di me. Egli ha rafforzato il mio amore per la nonviolenza. Mi ha reso capace di vedere le cose più chiaramente di prima (…). Allo stesso tempo, so che c’erano differenze fondamentali tra noi e, sebbene rimangano, sono poche in confronto alle cose per le quali mi sento riconoscente» (La forza della verità, p. 122).

Nel discorso del 1928 per il centenario della nascita, Gandhi prende spunto dal ricordo di Tolstoj per precisare ai seguaci del proprio movimento il concetto di nonviolenza: «Nonviolenza vuol dire un oceano di compassione, vuol dire respingere da noi ogni traccia di volontà negativa nei confronti degli altri. Non vuol dire abiezione o timidezza, oppure fuggire per paura. Vuol dire, invece, fermezza morale e coraggio, uno spirito risoluto» (La forza della verità, p. 126). «Questa nonviolenza non si limita a rifiutarsi di uccidere creature invalide. Non ucciderle può essere dharma [dovere], ma l’amore va infinitamente oltre. A che cosa serve salvare le vite di creature invalide, se non si ha avuto visione di tale amore?» (ivi, p. 130. Forse Gandhi pensa all’eutanasia per pietà, che gli approva, a differenza di Tolstoj).

In un’altra lettera del 1928, il Mahatma dice di non escludere che gli scritti e gli insegnamenti di Tolstoj abbiano influito sulla sua decisione a proposito della castità (ivi, p. 123).

Gandhi dichiara in una intervista, nel 1931, i limiti del suo debito verso T.:

«Gli debbo molto, certo, e lo vanto come uno dei miei maestri. Ma con tutta umiltà posso dire che Tolstoj non mi ha arrecato qualcosa di nuovo, ma egli mi ha fortificato in certe cose confuse in me. Io non debbo interamente a Tolstoj la dottrina della resistenza nonviolenta, ma è ai suoi scritti che debbo la forza maggiore» (Sofri-Bori, p. 47).

Però lo chiama «il più grande dei satyagrahi» (Sofri-Bori, p. 48)

Nello stesso 1931, l’8 dicembre, di passaggio a Losanna, in un discorso in pubblico, Gandhi chiarisce questa differenza: «È stato spesso sostenuto che la dottrina della nonviolenza la debbo a Tolstoj. Non si tratta di una piena verità, ma certamente io ricavo dai suoi scritti la più grande forza. Ma come lo stesso Tolstoj ammise, il metodo della non-resistenza che ho coltivato ed elaborato in Sudafrica era differente dalla non-resistenza su cui ha scritto Tolstoj e che egli ha raccomandato. Questo non lo dico a detrimento della fama di Tolstoj. Non è allievo adatto quello che non costruisce sulle fondamenta poste dal suo maestro per lui. Egli ha solo bisogno di un buon maestro che possa permettergli di aggiungere all’eredità che lui stesso gli ha lasciato. Sarei un figlio non degno di mio padre se non ampliassi la mia eredità, e così io ho sempre considerato come un punto d’onore che, grazie a Dio, ciò che ho imparato da Tolstoj ha dato frutti cento volte maggiori. Tolstoj ha parlato spesso di resistenza passiva, ma la non-resistenza elaborata in Transvaal era una forza infinitamente più attiva della resistenza che un uomo armato può offrire e sono lieto di ricordare il fatto che in una lunga lettera che mi scrisse, senza esserne richiesto, disse che i suoi occhi erano puntati su di me ovunque fossi. E se studierete i movimenti del Sudafrica e dell’India, troverete come questa cosa sia capace di infinita espansione» (cit. da Manara, p. 108-109).

Ho sottolineato alcune parole: – da Tolstoj Gandhi ricava grande forza; – differenza delle due forme di non-resistenza; – fondamenta poste dal maestro; – aggiungere all’eredità del maestro; – ciò che Gandhi ha imparato da Tolstoj ha dato frutti molto maggiori; – la non-resistenza degli indiani in Sudafrica era infinitamente più attiva; – gli occhi di Tolstoj erano puntati sull’azione di Gandhi.

Quanto alla lunga lettera di Tolstoj, si tratta dell’ultima, del 20 settembre 1910 (meno di due mesi dalla morte di T), lucidissima. Dobbiamo notare che:

1) Gandhi enfatizza la reale attenzione di Tolstoj (“i suoi occhi erano puntati su di me ovunque fossi”) sulla sua azione in Sudafrica e in India;

2) in realtà la lettera di Tolstoj non è totalmente spontanea, perché c’è un carteggio in corso tra loro due;

3) l’elogio dell’azione di Gandhi è soprattutto nella lettera di Certkov (il segretario tuttofare e, pare, un po’ impiccione) del 27 settembre che accompagna quella di Tolstoj.

Questo riconoscimento, e l’aggiunta (termine capitiniano!) gandhiana, ci mostreranno ora le differenze tra Tolstoj e Gandhi.

6 – Gandhi dice le differenze tra lui e Tolstoj

Nel 1920 (dichiarazione alla Commissione Hunter), Gandhi scrive con forza: «Il satyagraha differisce dalla resistenza passiva come il Polo Nord dal Polo Sud».

Nel 1931, nel seguito dell’intervento dell’8 dicembre a Losanna, Gandhi insiste sulla differenza tra satyagraha e resistenza passiva. La radicale novità del satyagraha è che chi lotta così sceglie di non infliggere all’altro alcuna sofferenza, ma di accettarla su di sé. E ciò è possibile a tutti: vecchi, donne e bambini, purché dotati di forza morale (riassunto da Manara, p. 110).

Ciò rende possibile una rivoluzione popolare nonviolenta e politica, mentre Tolstoj promuoveva una rivoluzione religiosa e culturale, non politica operativa, salvo la fondazione di alcune comuni, e la noncollaborazione dei funzionari pubblici e dei soldati di leva.

7 -Differenze oggettive tra Tolstoj e Gandhi

7/1 – Sulla resistenza

La non-resistenza di Tolstoj è diversa dalla nonviolenza-satyagraha di Gandhi.

Tolstoj sembra spesso identificare la resistenza al male con la violenza (Bori-Sofri, p. 210, nell’ultima lettera a Tolstoj; p. 191, nella Lettera a un hindù, cap. V). Gandhi romperà l’equazione resistenza = violenza e farà resistenza al male senza fare violenza. Del resto, Tolstoj ha precisato più volte che intende l’evangelico «Non resistere al male» (Matteo 5,39, che è per lui il nocciolo del messaggio di Gesù), come «non resistere al male col male».

Sia Tolstoj che Gandhi conoscono e hanno a che fare con le correnti terroristiche nei loro paesi. Vi si oppongono costruttivamente entrambi: Tolstoj più sul piano morale-profetico, pre-politico; Gandhi più sul piano attivo-politico, sulla base morale chiarificata da Tolstoj.

Giuliano Pontara (Saggio introduttivo a Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, p. XXVIII) scrive: «È importante che la nonviolenza gandhiana non venga identificata con la posizione del tradizionale pacifismo religioso, del quale il maggior esponente è forse Lev Tolstoj».

7/2 – Sull’uccidere

Pontara (ibidem, p. XXX) sottolinea che il rifiuto che Gandhi oppone alla violenza non è di carattere assoluto.

Addirittura, per Gandhi, «uccidere può essere un dovere» (ivi p. XXXIII e p. 69). Vedi il caso classico del pazzo omicida tra la folla, oppure l’eutanasia per pietà, o il caso del cane idrofobo, o delle scimmie che distruggono il raccolto.

Per Tolstoj, invece, il non uccidere è assoluto; un vero cristiano non ucciderà nemmeno il pazzo dell’esempio fatto da Gandhi (si può leggere questo caso estremo, in Il Regno di Dio è in voi, p. 40-41, riassunto in Milone, Tolstoj e il rifiuto della violenza, p. 122).

Vedi anche il fatto, narrato da Tolstoj, dell’esame di religione della ragazza, la quale afferma che uccidere è sempre vietato, mentre il prelato insegna che è permesso uccidere in guerra e come pena capitale (nell’ultima lettera di Tolstoj a Gandhi, in Bori-Sofri, p. 211).

7/3 – Sull’abolire la violenza nella vita e nelle strutture

Per Tolstoj sono da abolire, mediante la noncollaborazione e l’obiezione di coscienza, tutte le istituzioni, che usano la violenza.

Per Gandhi, invece, nessuna attività è possibile senza un certo grado di violenza, quindi «ciò che dobbiamo fare è limitare questa violenza quanto più possibile». L’imperativo di Gandhi non è tanto il negativo “Astieniti dalla violenza” quanto il positivo (kantiano) «Agisci in modo tale che la tua azione porti alla maggior riduzione possibile della violenza a lungo termine e in tutte le sue forme!» (v. Pontara, citato, pp. XXXII-XXXIII).

7/4 – Schematicamente:

Tolstoj è predicatore-profeta, Gandhi è sperimentatore-innovatore: è stato chiamato il “Galileo della scienza dei conflitti”.

Tolstoj rifiuta ogni violenza, Gandhi costruisce la cultura e i metodi per il superamento progressivo della violenza.

7/5 – Sullo stato

Sull’antistatalismo di Tolstoj, osservo (da uno spunto in Milone, p. 173) che l’istituzione stato ha due facce, può essere vista da due punti di vista:

  1. Un punto di vista più pessimistico-disperato:
  1. Lo stato sancisce la violenza da cui nasce (E. Krippendorff, Stato e guerra, Gandhiedizioni 2008)
  2. Lo stato pone qualche regola-limite, imperfettissima, all’homo homini lupus

c) L’unica nonviolenza possibile è la democrazia, cioè contare le teste invece di tagliarle (è questa la posizione di Norberto Bobbio e della sua scuola), cioè il rispetto dei diritti umani e la tolleranza delle opinioni diverse.

2 – Un punto di vista più ottimistico-impegnato:

a) La “legge della vita” è la cooperazione sociale-politica; essere per gli altri, “amore” effettivo (Tolstoj e Gandhi)

b) Sorge una domanda-ricerca-speranza: la convivenza umana saprebbe attuarsi meglio con istituzioni associative nonviolente, invece che con l’impero della legge sanzionata da pene, cioè da violenza contro violenza? Tolstoj nega tribunali e pene; Gandhi oscilla tra il programma di autoamministrazione dei villaggi, senza potere statale, e un certo maggiore adattamento realistico allo stato.

Due critiche dello stato:

1 – di sinistra, in nome della nonviolenza: Capitini indica l’onnicrazia (il “potere di tutti”) come aggiunta e compimento della democrazia; e i “centri di orientamento sociale”, invece dei partiti rivali, come luoghi di elaborazione condivisa delle scelte sociali.

2 – di destra, in nome del liberalismo individualistico: v. la destra statunitense che insiste sul diritto costituzionale a difendersi da soli con le armi per non sottostare allo stato (Internazionale 22 ottobre 2010, “Cittadini a mano armata”, pp. 56-60), a curarsi coi propri mezzi economici, giudicando “socialista” la riforma sanitaria di Obama, tendente all’uguale diritto alla salute.

Tra le dichiarazioni di Gandhi sullo stato, alcune spingono i nonviolenti a non accettare cariche politiche (come voleva Tolstoj), mentre altre volte Gandhi li autorizza. Nel 1940, Gandhi prevede uno stato nonviolento che non avrà esercito, ma probabilmente avrà ancora bisogno di una polizia: «Questo, lo confesso – dichiara Gandhi – è un sintomo dell’imperfezione del mio ahimsa», ma «le sue file saranno composte da seguaci della nonviolenza. Questi saranno i servitori e non i padroni del popolo». «La forza di polizia disporrà di alcune armi, ma ne farà uso solo raramente, se non addirittura affatto. Di fatto i poliziotti saranno dei riformatori»1. «L’India sta cercando di sviluppare una vera democrazia, ossia libera dalla violenza»2.

È interessante evidenziare che proprio nel Sudafrica delle prime esperienze gandhiane, nei primi anni del Novecento, alla fine dello stesso secolo si è verificato un importante e molto innovativo esperimento di giustizia nonviolenta con il processo “Verità e Riconciliazione”. Questo metodo, con la mediazione dello stato, ha affrontato le violenze dell’apartheid razziale e le loro conseguenze non sulla base di pene vendicative, non di amnistie generali, ma mediante operazioni serie e concrete, veritiere, di riconoscimento della dignità offesa delle vittime da parte dei colpevoli, che ricevevano amnistia personale a condizione di ristabilire il rapporto umano violato e, in assenza di ciò, ricevevano le pene giudiziarie tradizionali.3

Enrico Peyretti, 24 novembre 2010

Testo per il convegno di studi nel centenario della morte di Lev Tolstoj, indetto dal Centro Gandhi e dal Corso serale dell’IPSSAR G. Matteotti

Pisa 16 novembre 2010

Note

1Teoria e pratica della nonviolenza, p. 144. Su questo punto è necessario ricordare la differenza tra forza e violenza, contro una confusione verbale anche voluta (vedi l’espressione corrente “forze armate” per dire l’esercito attrezzato per la violenza, non per la sola forza di contenimento), quindi la differenza tra polizia ed esercito. Vedi l’articolo Distinzione tra forza e violenza, in http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti&p=2

2 Ivi, p. 141.

3 Cfr una sintesi della vicenda nel mio contributo al volume di AA VV, Teoria e pratica della Riconciliazione, Edizioni Qualevita, 2009, (info@qualevita.it), pp. 39-50.

1 Teoria e pratica della nonviolenza, p. 144. Su questo punto è necessario ricordare la differenza tra forza e violenza, contro una confusione verbale anche voluta (vedi l’espressione corrente “forze armate” per dire l’esercito attrezzato per la violenza, non per la sola forza di contenimento), quindi la differenza tra polizia ed esercito. Vedi l’articolo Distinzione tra forza e violenza, in http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti&p=2

2 Ivi, p. 141.

3 Cfr una sintesi della vicenda nel mio contributo al volume di AA VV, Teoria e pratica della Riconciliazione, Edizioni Qualevita, 2009, (info@qualevita.it), pp. 39-50.

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