(Italiano) Cambiamento Climatico, Sopravvivenza e Giustizia

ORIGINAL LANGUAGES, 22 Nov 2021

Richard Falk | Centro Studi Sereno Regis - TRANSCEND Media Service

Punti di partenza

18 Nov 2021 – Il Raduno sul Cambiamento Climatico ONU COP-26 recentemente concluso a Glasgow ha rilasciato messaggi misti a un pubblico mondiale preoccupato. I governi sono parsi finalmente sensibili alla necessità di trovare un percorso globale per adeguarsi alle sfide del cambiamento climatico prima che il riscaldamento globale raggiunga punti di ribaltamento disastrosi recentemente identificati con ampio consenso dai climatologi. Solo il futuro ci dirà se Glasgow fosse un benvenuto nuovo inizio o, secondo la retorica azzeccata di Greta Thunberg, “altro blah, blah, blah”. Che a Glasgow ci fosse o meno un singolo tema unificato da parte della gioventù mondiale o dei leader mondiali, il tempo dell’esortazione in merito era finito e anzi da parecchio scaduto quello dell’azione. Non c’è dubbio che il senso d’urgenza della società civile a Glasgow sia stato decisamente grave, ma in quanto a quello dei capi e rappresentanti degli stati sovrani resta scetticismo, e con buone ragioni.

Non sarà facile essere all’altezza delle sfide posteci dal cambiamento climatico, che comportano andare in senso contrario al carattere del capitalismo, dello statalismo, del nazionalismo, del materialismo e dell’individualismo. Eppure, con la rivalsa in corso della natura, non potrebbero esserci incentivi più intensi ad approfittare delle modalità potenziali di connettere i rapporti mai così ampi individuo/comunità/stato/[macro]regione/mondo. Alla fin fine è questione di scoprire se la specie umana come se possedesse, o sapesse rapidamente sviluppare una robusta volontà collettiva di specie per sopravvivere.

Che questa esista, e forte, fra collettività umane meno vaste e singoli individui non c’è dubbio superando le minacce al benessere e alla stessa sopravvivenza comunitarie e nazionali. Ma finora gli indizi di un istinto di sopravvivenza di specie non sono incoraggianti. Le risposte prevalentemente a livello di stato alla pandemia Covid-19 sono un’altra indicazione che, seppure esista un’identità di specie, resta comunque decisamente troppo debole per sostenere reazioni che implementino interessi umani e globali.

Rilevanza delle considerazioni etiche

In tale processo di venire a patti col cambiamento climatico, si valuta sempre più che non sarà possibile raggiungere un controllo saldo e sufficiente sulle emissioni di dannosi gas con effetto serra causanti le dinamiche di riscaldamento globale senza prendere in debito conto al tempo stesso del danno arrecato nel mentre a popoli vulnerabili:

  1. Il grado cui l’agricoltura tradizionale e tutti gli aspetti della sicurezza alimentare vengono minati dalla crisi di climatico, i mezzi di sussistenza di molti fra i più vulnerabili;
  2. Guardando avanti si evidenzia che costanti conflittuali e la fonte della maggioranza dei migranti sorgeranno dall’influsso critico del riscaldamento globale sull’agricoltura tradizionale e la sicurezza alimentare con modalità che richiamano l’attenzione sull’ingiustizia del mondo a molti livelli, geo-economici, ecologici, politici.

Le linee di demarcazione etiche se tracciate grezzamente riproducono in modo inesatto i confini fra il Nord globale e il Sud globale, dagli anni 1960 con i relativi evidenti abissi polemici riguardo alle politiche dei commerci, degli investimenti e dello sviluppo.

Questa vittimizzazione di società e popoli del Sud globale per la loro vulnerabilità al cambiamento climatico viene esperita soprattutto con riferimento alla delocalizzazione e distruzione dell’agri-coltura tradizionale e della sicurezza alimentare. Queste sfide ai vulnerabili sono state aggravate soprattutto dall’agricoltura smart [con hi-tech integrata – ndt] nonché dalla globalizzazione neoliberista, da disuguaglianze crasse, dalla corruzione delle élite, dalla pochezza delle risorse, da investimenti speculativi esteri, nonché bizze climatiche; in particolare, pratiche come l’arraffamento di terre su vasta scala da parte di aziende straniere del Nord. Tali sviluppi di agricoltura industriale distruggono comunità a lungo dipendenti dall’agricoltura tradizionale e causano diffuse tragedie umane nella scia del riscaldamento climatico in società sovente con le minime capacità reattive/adattative.

Imperialismo ecologico

Queste condizioni più generali di deprivazione evidenziano caratteristicamente gli effetti cumulativi di varie forme d’ingiustizia, ivi compreso il verdeggiare dell’Europa a spese ecologiche dell’Africa. In effetti, le dinamiche del cambiamento climatico, fra cui gli adeguamenti attuati per diminuire o ritardare i suoi impatti—il ‘guadagnare tempo’—hanno l’effetto di riprodurre e accentuare la miriade d’ingiustizie del sistema globale dell’ordine internazionale. Con la rilocazione delle attività più emittenti carbonio del Nord nel Sud, i paesi più ricchi diventano più Verdi, mentre i popoli del Sud vengono assoggettati a nocività sempre maggiori per il riscaldamento globale da aumenti di combustibili inquinanti, da normative regolatrici deboli atte ad attrarre un post-colonialismo investitore estero, o da spostamenti umani di massa. Lo schema complessivo dà luogo a sottili forme di egemonia Nord/Sud; non è esagerato chiamarla ‘imperialismo ecologico’.

Dalle casualità geografiche può insorgere una dimensione d’ingiustizia. L’impatto di punte di riscaldamento climatico produce dati che mostrano che l’1% della popolazione mondiale subisce attualmente condizioni climatiche appena vivibili; percentuale destinata ad aumentare in futuro con l’aumentare delle temperature globali. La portata spaziale dell’abitabilità marginale è destinata a raggiungere un incredibile 19% della superficie di terre emerse della Terra entro il 2070.

E’ fastidioso da una prospettiva umanistica che letteralmente tutti paesi geograficamente più svantaggiati sono situati nel Sud globale, prevalentemente in Africa centrale e ampie porzioni del SudAmerica settentrionale e del CentrAmerica. Si stima che queste condizioni avverse estreme di sussistenza produrranno da sole oltre un miliardo di migranti climatici, più propriamente considerati cercatori d’asilo climatico.

Ci sono altri crucci che influiranno negativamente sul Sud globale. Perfino i paesi ricchi di petrolio e gas naturale del Golfo rischiano gravi crisi nei prossimi decenni se nel Nord globale s’instaura sul serio un’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili, come pare sempre più probabile. Tale nòcciolo energetico dell’adattamento al cambiamento climatico quasi certamente non terrà conto che minimamente delle disequità generate alle economie dipendenti da combustibili fossili a causa della preoccupazione nel Nord di ridurre al più presto le emissioni di carbonio. Questa dinamica comporterà le proprie calamità da aggiustamento più nazionali e indurrà i governi del Nord a concentrare qualunque scrupolo etico posseggano sul minimizzare gli impatti sensibili internamente di tali dislocazioni, ignorando danni extraterritoriali più estesi. Notiamo questo fenomeno disgregativo nelle controversie negli USA e altrove riguardo al porre fine all’estrazione di carbone.

Verso un globalismo ecologico

Sembra evidente come non mai prima nella storia umana l’essere diventata una necessità urgente e pratica trovare soluzioni win/win (vantaggiose per tutti i coinvolti) alle sfide del cambiamento climatico. Il che sarà la sfida più formidabile mai affrontata dalla modernità. Industrializzazione, capitalismo e geopolitica hanno permesso al Nord globale di scalare le chine della ricchezza e del potere perseguendo senza cessa logiche vincente/perdente. E’ ora di considerare e imparare dalla maestria cinese il loro approccio win/win alla politica estera come esemplificato dal loro Progetto Road and Belt e la loro ascesa da nazione povera e debole a sfidante per la posizione apicale. Ovviamente, le sfide dello sviluppo non sono le stesse che quelle del cambiamento climatico, ma l’affidarsi al soft power (potere garbato) come meccanismo primario di politica è molto rilevante sia ecologicamente sia eticamente.

Un altro blando segno di speranza è l’aumentato riconoscimento che i costi insorgenti dal mancato controbilanciamento del danno causato dal cambiamento climatico con un apporto finanziario sostanzioso intensificherà conflitti e tensioni locali. Contribuirà a scarsità materiali, che se abbastanza gravi genereranno fiumane di migranti climatici accaniti nello sfuggire alla devastazione e alle aspre condizioni dovute ai livelli oceanici in aumento, a fenomeni meterologici estremi, e all’agricoltura industriale. Queste sfide non solo causano un massiccio sfollamento umano interno e internazionale, ma tendono ad aggiungersi alla disgregazione della benefica inter-dipendenza fra habitat naturali e benessere umano.

Solo un ethos transnazionale di solidarietà umana basata sull’autentica ricerca di soluzioni win/win a casa propria e a livello transnazionale può rispondere efficacemente alla grandezza e varietà delle crescenti sfide climatiche. Solo una transizione a un ethos win/win può alterare le tendenze mondiali attuali: un ritrarsi in enclave nazionaliste di protezionismo, all’opera per accentuare la frammentazione politica e psicologica del mondo, incoraggiando più ancora strategie win/lose.

Una posizione mediana fra le prospettive meta-nazionaliste funzionalmente necessarie ed eticamente desiderabili può trovarsi in quel che si chiama ‘statismo responsabile’ da parte dei paesi più ricchi e potenti — un riconoscimento del loro crescente auto-interesse nazionale nel massimizzare l’adattamento al cambiamento climatico e sforzi per mitigarlo alle proprie fonti trans-nazionali. Affinché lo statismo responsabile diventi operative su vasta scala ci vuole un consenso sufficiente nel Nord globale per spartirsi valutazioni atte ad assistere paesi nel bisogno, principalmente nel Sud globale, incoraggiando inoltre una destrezza responsabile della dirigenza statale nei paesi destinatari, specialmente modelli più equi e non-corrotti di governance.

Quel che c’è da fare è sempre più noto, ma attuarlo effettivamente pone sfide senza precedenti. Comporterà restringere molto gli attuali divari fra la gravità e le incombenti cause di danno e la fievolezza delle risposte attuative; fra impennate dell’attivismo della società civile e iniziative locali, anche procedure dal basso per imporre responsabilità, rendicontazione, e auto-interesse illuminato al governo; superare l’attenzione al solo breve termine; empatia verso i migranti, basarsi su fonti pro-climatiche per un cibo nutriente per tutti, stabilità generale, promozione dei diritti umani basilari. In breve: una transizione dai barbarism attuli a una civiltà umanistica non ancor nata, protettiva degli habitat naturali compresi quelli degli animali non-umani.

Ascolteranno i capi? E se sì, sapranno trasformare le fonti strutturali di resistenza? Sceglieranno i pubblici nazionali la strada giusta? Può la gioventù mondiale in risveglio esercitare abbastanza pressione da far sì che la classe politica del Nord globale si tagli fuori dai sistemi di fede militarizzata del realismo politico e del capitalismo?

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Richard Falk è membro del TRANSCEND Network, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, Distinguished Research FellowOrfalea Center of Global Studies, UCSB, autore, coautore o editore di 60 libri e relatore e attivista per gli affari mondiali. Nel 2008, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha nominato Falk per due periodi di tre anni come relatore speciale delle Nazioni Unite sulla «situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967». Dal 2002 vive a Santa Barbara, in California, e si è associato con il campus locale dell’Università della California, e per diversi anni ha presieduto il Board of the Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization and Disarmament (2019).

Original in English: Climate Change, Survival, and JusticeTRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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