(Italiano) Negazionismi duplici

ORIGINAL LANGUAGES, 2 May 2022

Jake Lynch | Centro Studi Sereno Regis ­­­­­­­­­­­­­­­­­–TRANSCEND Media Service

Foto di Xach Hill da Pexels

29 Aprile 2022 – Si è formato un consenso d’opinione provvista di credenziali che Israele, nel suo trattamento dei Palestinesi, sta azionando un sistema di apartheid, quale definito dalla Convenzione ONU del 1973. Per il proprio livello di unanimità e la robusta base probatoria, dovrebbe essere considerate alla stregua del consenso sull’origine umana del cambiamento climatico e imporre un altrettanto uguale responsabilità – alla comunità internazionale, ai governi, ma anche a tutte le istituzioni e organizzazioni significative – d’intraprendere un’effettiva azione riparatoria. Come in barba all’evidenza di un riscaldamento globale antropogenico, tuttavia, le reazioni politiche hanno mostrato una pronunciata tendenza negazionista.

L’impunità per Israele, per i suoi ben documentati crimini di guerra e, con la diagnosi d’apartheid, crimini contro l’umanità, è incorporata in un sistema geopolitico e securitario estrattivista, che sta rapidamente erodendosi. I reperti climatologici sulla necessità di evitare un aumento catastrofico temperatura, e dei gruppi di monitoraggio specialistici sui diritti palestinesi riflettono e rafforzano entrambi uno slittamento del discorso, che incide le tendenze negazioniste in ambo i campi. La sfida è formare e proiettare nuovi concetti di sicurezza, per il benessere futuro di tutti i popoli nella storica terra di Palestina, e anzi dell’intera umanità.

“Israele è la nave da guerra inaffondabile dell’America in Medio Oriente”. La citazione, attribuita a Caspar Weinberger quando era segretario alla Difesa USA con il presidente Ronald Reagan, incapsula una valutazione strategica da parte di un mondo basato sull’economia degli idrocarburi. Lo ‘shock petroliero’ degli anni 1970, alla chiusura dei rubinetti dei paesi del Golfo in protesta per il sostegno di Washington a Israele nella cosiddetta guerra del Ramadan o Yom Kippur, stabilì il controllo dell’accesso al petrolio come precursore strategico chiave alla dominazione globale.

La reazione fu sbrigativa. La ‘Diplomazia dei dollari’, sborsati mediante il Fondo Monetario Internazionale, ‘convertì’ l’Egitto dalla sfera d’influenza di Mosca, mediante gli Accordi di Camp David: il primo riconoscimento da parte di un paese arabo del diritto d’Israele ad esistere. Si strinsero i legami con l’Arabia Saudita mediante l’accordo multimiliardario sulle armi British Al Yamamah, un trasferimento continuativo di tecnologia ed expertise senza di che qualunque tentativo di proiezione della forza militare – in Yemen, per esempio – resterebbe un miraggio.

Più tardi, l’atto finale nella caduta del comunismo sovietico servì paradossalmente a concentrare ancor più l’attenzione USA sulla regione. Saddam Hussein provò ad impossessarsi delle reserve di petrolio del Kuwait in aggiunta alle proprie, al che il governo del magnate texano del petrolio George Bush mise insieme una coalizione multilaterale per espellerne le forze, istituendo così il Pentagono come braccio impositivo della comunità internazionale. La riuscita dell’ ‘Operazione Desert Storm’ fu proclamata in Defense Planning Guidance, il memorandum del Pentagono trafugato al New York Times un anno dopo, come indicazione chiave delle priorità strategiche per il periodo successivo: mantenere la leadership, e contenere potenziali egemoni rivali nelle regioni chiave “West-Europa, Est-Asia, il territorio dell’ex-Unione Sovietica, e Sudwest-Asia”, e poteva emergere un nuovo ordine mondiale a dominanza USA.

L’immagine dei primi ministri, il mese scorso, di Morocco, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti, a mani giunte e sorridenti per la fotocamera con le loro controparti di Israele, Egitto e USA a un incontro nel Negev/Naqab, pareva confermare la nuova era inaugurata dai cosiddetti ‘Accordi d’Abramo’. I vantaggi commerciali (compresi, come sempre, accordi di armi) hanno prevalso (tramite Trump) le precedenti riserve sul trattamento dei palestinesi.  Ma rappresenta una configurazione politica sia più fragile di quanto paia al momento della sua ripetizione, sia in declino alla lunga. Un immediato ammonimento è venuto quando gli EAUhanno improvvisamente cancellato i piani di partecipare alla cosiddetta ‘Manifestazione aerea del Giorno dell’Indipendenza’, per protesta contro le incursioni militari nella moschea Al-Aqsa di Gerusalemme.

E ogni Nuovo impeto di violenza, come con l’ulteriore bombardamento di Gaza la settimana scorsa, costa altra legittimazione al progetto politico sionista. Un A nuovo sondaggio d’opinione commissionato dalla Rete di Advocacy Australia-Palestina mostra un sostegno pubblico maggioritario per uno stato palestinese indipendente, e nell’immediato per un’indagine sui crimini di guerra israeliani della Corte Penale Internazionale  – nonostante l’atteggiamento negazionista di Canberra su ambo i casi.

Negazione dell’apartheid

Fin dall’ultima grossa aggressione militare a Gaza il maggio scorso, parecchi resoconti hanno specificato il carattere oppressive delle leggi, pratiche e comportamenti che negano ai palestinesi il diritto di libero movimento e riunione e la fruizione di una casa e una vita famigliare. Il più influente fra essi , quello di Amnesty International, rintraccia il sistema discriminatorio fin dall’istituzione di uno stato ebraico nel 1948. Da allora, dice,  Israele ha perseguito un’esplicita politica di creazione e mantenimento un’egemonia demografica ebraica” (dal Sommario Esecutivo a pag.7); specificando poi: “Fin dalla propria creazione, lo stato israeliano ha attuato massicce e crudeli confische di terra per spossessare ed escludere i palestinesi dalle proprie terre e abitazioni”, rendendoli così “un gruppo con diritti definitivamente minori” (pag. 14).

Politici eminenti negli USA e nei paesi alleati, con il ruolo perenne di minimizzare, scusare e offuscare tali crudeltà, si sono affrettati a sconfessare questi resoconti – pur beninteso senza entrare in alcuna ricusa dettagliata delle loro constatazioni. La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ha reagito a un precedente verdetto di Human Rights Watch (HRW) dicendo semplicemente che “non è l’opinione di questa amministrazione” che Israele pratichi l’apartheid. (Risultando di essere sottoposta a una rigorosa formazione in etica giornalistica in preparazione al proprio nuovo ruolo dal vivo alla NBC Television, la futura Psaki, speriamo, esigerà altre giustificazioni per quella dichiarazione anziché riferirla per buona in stile stenografico).

L’esperienza legale del leader britannico laburista Sir Keir Starmer dovrebbe incutere rispetto per le prove [acquisite] e la procedura appropriata, ma invece non gli ha impedito di disconoscer con disinvoltura la voluminosa ricerca approfondita svolta da Amnesty Int’l, HRW e altri sulle leggi applicate a diversi gruppi di persone soggetti a vari livelli in definitiva alla giurisdizione israeliana, valutate secondo gli standard previsti nella Convenzione sull’ Apartheid.

Frattanto, l’attuale campagna per l’elezione federale in Australia è segnata dall’abituale avversione per i fatti provati che unisce i partiti maggiori, riguardo ai nostri due duplici negazionismi. Il parlamento uscente ha visto incendi e alluvioni catastrofici – eventi meteorologici estremi resi più frequenti e gravi dal cambiamento climatico indotto dall’uomo – eppure laburisti e coalizione sono entrambi impegnati a ben 114 nuovi progetti concernenti carbone e gas. E pur essendoci segni benvenuti d’impegno con i diritti palestinesi fra i parlamentari di secondo piano, né l’uno né l’altro candidato Primo Ministro ha affrontato questioni di sorta a loro proposito.

La Francia ha assunto in generale un approccio più imparziale in diplomazia, benché la lobby sionista locale abbia menato per il naso i decisori politici tentando di sopprimere la difesa propalestinese e la protesta. Fra le tante ragioni di rimpianto per l’aver mancato (per un pelo) l’elezione presidenziale il candidato della sinistra Jean-Luc Mélenchon al secondo turno dell’elezione appena conclusa, è la sua opposizione alla repressione [israeliana] e la sua recente dichiarazione che la successione di rapporti sull’apartheid indica “un’innegabile realtà”.

Per molti al di fuori della politica mainstream, la conclusione del rapporto [di Amnesty Int’l] avrà effettivamente confermato le loro impressioni preesistenti, ivi compresi un buon quarto degli ebrei USA, secondo uno studio dell’Istituto Elettorale Ebraico. Un quinto degli intervistati rigetta inotre espressamente il sionismo. La recente adozione di una posizione anti-sionista da parte della sinagoga Tzedek di Chicago conferma chiaramente questo elettorato crescente, favorevole alla. sostituzione d’Israele e dei Territori Occupati con uno stato per tutti in un regime basato su uguali diritti.   Questa era anche la soluzione preferita da Londra allorché l’ONU giunse a deliberare il destino della Palestina dopo il mandato britannico, che fu però intralciata a favore della divisione del territorio dopo la manipolazione lobbysta dell’amministrazione Truman. La proposta definitiva del 1947, allocarne 56% a uno stato a maggioranza ebraica e 44% a una controparte a maggioranza palestinese, ottenne il requisito di maggioranza di due terzi dell’Assemblea Generale solo dopo che l’ostruzionismo sionista pospose di tre giorni il voto, durante i quali le delegazioni furono influenzate mediante una combinazione ad arte di ricatti e prepotenze.

Alla risoluzione corrispose un’immediata reazione militare araba. Al che tutta la questione degenerò in una gara di tiro a segno, che ha lasciato in eredità l’ingiusto status quo odierno. “gli stati fanno la guerra”, osservava Charles Tilly, “come la guerra ha fatto gli stati”. Lungo il percorso, lo stato d’Israele fu fondato su un atto premeditato di pulizia etnica su vasta scala: al Nakba, che vide centinaia di migliaia di palestinesi scacciati da casa e le loro comunità distrutte.

L’era moderna della formazione dello stato-nazione, che ha ispirato l’aforisma di Tilly, ha visto altri pezzi dell’Impero Ottomano scassinati – in Bulgaria, per esempio, a seguito della brutale repressione di una ribellione nel 1876 e di una guerra condotta dai russi somigliante a un intervento umanitario dell’ultimo giorno. È in questo contest che Theodor Herzl giunse a interpretare la promessa di Dio ad Abramo – “al tuo seme ho dato questa terra” – in termini materiali anziché spirituali. Ai ben documentati nessi territoriali ebraici dell’antichità si aggiunse un’opinione eurocentrica, colonialista – e razzista – della Palestina moderna come “una terra senza un popolo”; l’esatto equivalente della “terra nullius” britannica in Australia.

La nozione di uno stato dove gli ebrei possano formare una maggioranza e una supremazia permanenti attirava come salvaguardia contro l’oppressione subita per secoli nell’Europa cristiana; e le fu impresso, ovviamente, ulteriore impeto con l’Olocausto. Ma mantenere questa situazione adesso comporta inevitabilmente violazioni seriali al diritto internazionale generale ed umanitario nonché – alla luce delle constatazioni di apartheid – un crimine continuativo contro l’umanità. Un prezzo troppo alto, specialmente dato che chi lo paga, i palestinesi, non sono stati implicati né nelle espulsioni e persecuzione storiche degli ebrei, né nelle atrocità naziste. Per politici desiderosi di evitare d’impegnarsi seriamente nelle problematiche, non resta che il ricorso al negazionismo.

Sono quindi ben comprensibili gli appelli di chi invece ci s’impegna affinché Israele cambi rotta e a che la pressione internazionale lo realizzi. Michael Lynk, Rapporteur Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, conclude nel suo più recente rapporto al Consiglio per i Diritti Umani: “la comunità internazionale dovrebbe comporre un menu diplomatico di misure di rendicontazione per porre fine del tutto all’occupazione israeliana e alla sua pratica di apartheid nel territorio palestinese”.

Altrettanto famigliare è la campagna a propulsione popolare di Boycottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, per aggiungere misure di rendicontazione dalla base. Sono ambedue importanti.

Il bisogno di alternative positive

Dissolvere il negazionismo, tuttavia, richiede che si presenti una visione alternativa positiva, anziché solo prendere posizione ‘contro’ le cose come stanno. L’improbabile ritorno del governo Morrison favorevole al carbone in Australia nel 2019 è stato in parte attribuito a una campagna concomitante di alto profilo per ‘Fermare Adani’ – riferita al conglomerato indiano mirante ad aprire un’enorme miniera a cielo aperto in Queensland – fronteggiato dall’ex-leader del partito Verde, Bob Brown. Le comunità dello stato dove i salari dell’industria estrattiva rafforzano le economie locali si sentirono timorose al punto di rigettare il cambiamento, si suppose.

Il partito ha invece approcciato le urne quest’anno con un “piano per l’energia aldilà del carbone e del gas… [pur] proteggendo i lavoratori e le comunità del carbone durante tutta l’imminente chiusura dell’industria carboniera”. E la massima minaccia a una maggioranza rinnovata Liberal-Nazionale si crede provenire dai cosiddetti indipendenti ‘alzavole’ che prendono di mira elettorati chiave appoggiati da Climate 200, un gruppo trasversale ai partiti finanziato da donatori individuali che enfatizza le “opportunità dalla decarbonizzazione”.

Analogamente, dobbiamo richiedere che venga contrastato il colonialismo degli insediati, e che s’inverta la divisione della Palestina, ma dev’esserci anche una visione positiva per proteggere tutti gli abitanti del territorio e della più ampia regione. Colpisce come sovente tali visioni, quando vengano espresso, comportino l’eliminazione di confini – che sono però l’artefatto distintivo del moderno sistema di stato-nazione e la sua impostazione predefinita, a meno che e fintanto che non s’intraprendano azioni per ovviarvi.

Due scrittori di retaggio palestinese, Jeanine Hourani e Amal Naser, sono protesi, in un recente contributo sulla rivista Overland verso:   “Un future che trascenda la struttura colonial dei confini: dove l’apolidia non sia più una situazione vissuta; dove si possa passare dalla Palestina del ‘48 alla Cisgiordania e dalla Cisgiordania a Gerusalemme senza attraversare un posto di controllo; dalla Galilea a Beirut e a Damasco senza attraversare un confine”.

Oltre 20 anni fa, quando funsi da moderatore con Johan Galtung in un seminario sul Giornalismo di Pace ad Amman per redattori e reporter di Palestina, Giordania, Israele ed Egitto, abbiamo sentito aspirazioni similiin risposta alla domanda iniziale di Galtung: “Com’è il Medio Oriente in cui vorreste vivere?”   (Era un tempo di Speranza rinnovata, allorché il primo ministro laburista Ehud Barak stave formando un governo, fra aspettative che esso insufflasse nuova vita nel ‘Processo di Pace’ sponsorizzato dagli USA).

Le risposte degli informatori da tutta la regione, raccolte per molti anni, confermavano la sua ancor sempre rilevante prospettiva di pace TRANSCEND per una Comunità del medio Oriente”, modellata sul precedente europeo, che prospetta uno stato palestinese “sui confini del 4 giugno 1967 [cioè, prima dell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza] con piccoli scambi territoriali”. Israele e Palestina “diventerebbero federazioni, con due cantoni israeliani in Palestina e due cantoni palestinesi in Israele”. Il diritto al ritorno sarebbe “accettato il linea di principio, i numeri relativi da negoziarsi entro la formula cantonale”.

Oggi, ovviamente, quell’area del globo dove si è intrapreso il più esteso programma d’azioni per evitare confini è la zona Schengen, costruita su accordi UE per armonizzare gli standard e istituzionalizzare un alto livello di diritti concordate in comune, in dozzine di territori contigui. E’ di sicuro questa visione che deve ispirarci poiché il sostituto dell’ordine attuale, distorto com’è da un’agenda sionista che limita il libero movimento con un’estesa rete di posti di controllo, senza riconoscere formalmente alcun limite alle proprie pretese territoriali annunciando o accettando i propri confini. Disposizioni interinali potrebbero assumere qualche forma simile alla struttura federativa immaginata da Galtung (come effettivamente avvenuto in Europa).

È impossibile essere ‘progressisti salvo che sulla Palestina’, adesso che è stabilito che l’attuale condizione dei palestinesi è mantenuta da violazioni continuative e seriali comprensive del crimine di apartheid. Queste violazioni non sono accidentali per il sionismo, ma ci sono state intessute fin dall’inizio, come dimostra il rapporto di Amnesty International. Essere progressive significa non solo opporsi a ciò che è, ma anche essere in grado di mostrare ciò che potrebbe essere. Pur con questi due duplici negazionismi, i contorni di future disposizioni più giuste e sostenibili vanno facendosi costantemente più visibili.

Con il calare della dipendenza [patologica] dagli idrocarburi e l’indebolirsi delle logiche estrattiviste  (affrettato, dobbiamo sperare, dal rendersi conto in settimane recenti di quanto poco sia saggio dipendere da un fornitore di combustibile che può improvvisamente finire al centro dell’ indignazione internazionale), diventerà meno attraente ingraziarsi monarchie repressive del Golfo – e possiamo anche osservare l’ulteriore indebolimento del sostegno USA al sionismo, che ne è stato il principale fondamento dal 1947. Sia per alimentare d’energia il pianeta, sia per recare pace alla Palestina, dobbiamo essere pronti con visioni alternative.

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Jake Lynch lavora presso il Dipartimento di studi sulla pace e sui conflitti dell’Università di Sydney, dopo aver completato una Leverhulme Visiting Professorship presso l’Università di Coventry, nel Regno Unito, nel 2020. Il suo romanzo di debutto “Blood on the Stone: An Oxford Detective Story of the 17th Century” (“Sangue sulla pietra: una storia di spionaggio a Oxford del 17° secolo” n.d.t.), pubblicato per Unbound Books. Jake ha trascorso 20 anni a sviluppare e condurre ricerche nel giornalismo di Pace, tra teoria e pratica. È autore di sette libri e oltre 50 articoli e capitoli di pubblicazione accreditati. Il suo lavoro in questo campo è stato riconosciuto con il premio del Luxembourg Peace Prize nel 2017, dalla Schengen Peace Foundation. Ha svolto servizio per due anni come Segretario generale dell’International Peace Research Association, per cui ha organizzato la sua conferenza biennale a Sydney nel 2010. Prima di cimentarsi nel mondo accademico, Jake ha intrapreso la carriera da giornalista per 17 anni, per un breve periodo come corrispondente della politica a Westminster per Sky News, sempre come corrispondente per il quotidiano Independent a Sydney, culmina nel ruolo di presentatore televisivo per la BBC World Television News. Lynch è membro di TRANSCEND Rete per uno svillupo ambientale e di Pace e consulente di TRANSCEND Media Service. È co-autore insieme a Annabel McGoldrick, di “Peace Journalism” (Hawthorn Press, 2005), e “Debates in Peace Journalism”, Sydney University Press e TRANSCEND University Press. È stato inoltre co-autore con Johan Galtung e Annabel McGoldrick di “Reporting Conflict: An Introduction to Peace Journalism”, il cui editore Antonio C.S. Rosa per TMS ha tradotto in Portoghese. Il suo libro più recente di ricerca accademica s’intitola “A Global Standard for Reporting Conflict” (Taylor & Francis, 2014).

Original in English: Dual Denialisms – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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