(Italiano) Alcune riflessioni teoriche a partire dalla Grande guerra

ORIGINAL LANGUAGES, 20 Jul 2015

Antonino Drago - Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace

La guerra è un flagello [sociale] fatto da mano d’uomo. In realtà si fanno la guerra e la rivoluzione [violenta] perché si subiscono la miseria e la servitù [anche culturale].Lanza del Vasto, I Quattro Flagelli, 1959

tonino drago WWI italianoA poco più di cento anni dall’inizio della Prima guerra mondiale, una delle domande che viene in mente per tentare di spiegare le ragioni profonde, le dinamiche, gli esiti e il senso di quegli eventi, è perché i due principali attori politici popolari del tempo, ovvero il movimento socialista da una parte e il movimento cristiano-cattolico dall’altro, siano caduti in quel terribile conflitto, all’interno del quale forse per la prima volta nella storia umana è mancato ogni limite e ogni controllo sull’uso della forza armata. Riflettendo su questo punto, ritengo si possano ricavare alcune lezioni sul tipo di organizzazione e sul tipo di sviluppo politico che dovrebbero essere promossi per evitare nuove guerre: promuovere con decisione una politica auto-gestionaria e un modello di sviluppo non più guidato da scienza e tecnologia concepiti come un blocco unitario e monolitico, senza alternative interne e senza significative interazioni con gli altri campi del sapere umano.

  1. La Chiesa cattolica e la guerra

Considero all’interno del movimento cristiano soprattutto la Chiesa cattolica, in quanto rappresenta la maggior parte della cristianità coinvolta nella guerra. In quei tempi essa si ostinava a voler rappresentare Dio in Terra attraverso un Regno politico di stampo assolutistico. Nei suoi rapporti politici esterni la sua politica era da autorità suprema, che poteva anche contrapporsi alle altre nazioni sovrane. All’interno, aveva aumentato l’autoritarismo tradizionale stabilendo l’infallibilità del solo Papa (1868-1870, Concilio Vaticano I), dopo che nel 1864 il Syllabus aveva rappresentato l’apice del suo rifiuto delle novità del mondo moderno.

Dopo la fine dello Stato Pontificio (1870), la Chiesa cattolica ha dovuto scegliere una nuova strategia politica nei confronti delle Nazioni. Alla fine, ha accettato lo Stato liberale, ma ha mantenuto la volontà di imporsi sui propria fedeli e sul mondo esterno: in ogni Paese in cui la maggioranza dei cittadini era cattolica ha promosso un partito finalizzato ad approvare in Parlamento le leggi che erano in accordo con gli insegnamenti autorevoli della Chiesa, mentre ogni suo fedele doveva solo votare, sotto obbedienza al papa, questo partito. In Italia la situazione è stata per un certo periodo ancora peggiore: il non expedit proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica fino al 1920). Inoltre, quando nel 1911 il governo italiano, autoproclamando il proprio diritto di conquista e “civilizzazione” sui paesi “sottosviluppati”, ha iniziato la guerra Libia inaugurando tra l’altro i bombardamenti aerei, non si sono registrate rilevanti opposizione cattoliche.

Parte del movimento cattolico, sperimentando comunque una partecipazione alla vita politica, che in quel tempo andava nella direzione di promuoveva il ruolo dei ceti subalterni, ha cercato di iniziare una nuova esistenza politica dentro e fuori la Chiesa, risultando in principio sconfitta. Nei primi anni del XX secolo il movimento ecclesiale chiamato Modernismo, che chiedeva una riforma dell’istituzione ecclesiastica e dei suoi rapporti esterni ed interni, ha ricevuto una dura condanna da parte delle gerarchie. In parte esso si è trasfuso in un movimento politico, alimentando tra le altre cose soprattutto le cosiddette “cooperative bianche”.

Quando poi è scoppiata la Prima guerra mondiale, la Chiesa che l’ha affrontata era la più autoritaria e retrograda possibile. La sua strategia politica complessiva fu quello di sostenere l’Impero Austro-Ungarico, perché in Europa era il più forte potere politico di fede cattolica, contro l’Inghilterra protestante e la Russia ortodossa. Non ebbe rilevanza politica tra i Vescovi e, quindi anche sui fedeli, l’opposizione di tipo morale pronunciata da papa Benedetto XV sulla guerra, definita “una inutile strage”. Così come non ebbero influenza le parole di fuoco contro la guerra scritte da alcuni cappellani (volontari) militari tra cui il futuro papa Giovanni XXIII, Padre Pio, Don Minzoni, ecc. In quest’epoca la popolazione fu intruppata in una azione collettiva fatalistica che non aveva più nessuna autentica luce religiosa – e come avrebbe potuto averla – ma solo pratiche esteriori e strumentali alla costruzione del consenso, come le messe celebrate all’alba sia di qua che di là del fronte austriaco, prima di ricominciare la carneficina.

Dopo la distruzione dell’impero cattolico austriaco e, quindi, il fallimento della politica della Chiesa, da parte di quest’ultima non c’è stato nessun pentimento per l’atteggiamento autoritario ad eccezione di una piccola apertura: ai fedeli cattolici italiani è stato permesso di fondare un partito indipendente dalla Chiesa (sia pur guidato da un prete, don Sturzo, che, però si rivolse ai “liberi e forti”). L’ascesa del fascismo al potere nel 1922 mise fine a questa novità. In seguito, anche se il regime fascista promuoveva una “Mistica fascista”, nel 1929 la Chiesa ha accettato di legarsi ad esso con il “Concordato”.

  1. Il movimento socialista e la guerra

L’altro attore politico popolare dell’epoca, il movimento socialista, ha avuto anche esso la tendenza, nonostante le proprie posizioni emancipatrici, a sviluppare un’organizzazione autoritaria. Ricordiamo che la Prima Internazionale dei Lavoratori si è sciolta perché la componente anarchica di Bakunin (che voleva una politica di completa autogestione della classe lavoratrice) perse rispetto alla componente Engels-Marx, che voleva attribuire al Partito un ruolo di forte guida dei lavoratori.

Secondo il Manifesto del Partito Comunista (1848) la borghesia stava scavando la propria tomba per il semplice fatto che portava avanti il progresso tecnologico e sociale. Prima del Congresso di Gotha (1875) in nome del progresso, Engels lanciò la strategia politica di un’alleanza politica con l’ala sinistra della borghesia, al fine di ottenere alcuni vantaggi sociali minimi: il miglioramento delle condizioni sociali dei lavoratori, la scuola pubblica per una maggiore educazione degli strati più bassi della popolazione, ecc. Contro questa strategia politica Marx (anche se sopravviveva col sostegno finanziario di Engels) ha scritto il libro (poi rivalutato dalla rivoluzione culturale cinese) detto Critica del programma del Gotha. Ma Marx perse quella battaglia e si ritirò di fatto a vita privata. La politica industriale e sviluppista di Engels non ebbe più ostacoli. Poi, la Seconda Internazionale proclamò il rifiuto della politica borghese del “parlamentarismo” ma di fatto ogni partito nazionale di ispirazione socialista accettò di entrare in Parlamento.

Sul tema pace, l’Internazionale ufficialmente era contro la guerra. Gli slogan principali erano: “Né un uomo, né un soldo per la guerra!” E prima di tutto: “Contro la guerra, lo sciopero generale!” La componente pacifista all’interno internazionale era rappresentata principalmente dal pastore olandese Domela Niuewenuis, amico di Marx; ma nei primi anni del secolo, egli ha abbandonato il partito a causa del suo disaccordo con la politica della gran parte dell’Internazionale. Soprattutto, nel 1904 il primo tentativo di sciopero internazionale fallì. Seguì una grande delusione all’interno del movimento operaio, che si rese conto di non riuscire ad utilizzare il suo principale strumento politico.

Nel 1908 al Congresso di Stoccarda tutti le correnti interne all’Internazionale approvarono una mozione, presentata da Rosa Luxemburg, che dichiarava di voler combattere lo scoppio di una imminente guerra. Ma anche che, nel caso scoppiasse, occorreva utilizzarla per rovesciare il governo. Questa mozione definì una volta per tutte la politica dell’Internazionale sulla guerra. Però ogni corrente interpretava a modo suo la maniera di “rovesciare il governo”: attraverso le elezioni o la rivoluzione, anche armata? A fronte di questi principi anti-bellicisti, ma prassi è spesso diversa: così ad esempio la guerra Italia-Libia passò senza una forte reazione, né del socialismo italiano né di quello internazionale.

Ma è sulla partecipazione alla Prima guerra mondiale che il movimento socialista vive la massima tensione interna, che porterà di fatto alla fine della Seconda Internazionale. Secondo lo storico Haupt, il motivo principale per cui la Seconda Internazionale accettò di entrare in guerra era la preoccupazione di mantenere il progresso occidentale; infatti vedeva la minaccia principale in una vittoria della ” barbara Russia “, che era vista pronta a invadere l’Europa e a riportarla indietro di secoli. Neanche il colonialismo fu respinto dal movimento socialista, perché lo riteneva necessario per mantenere il progresso della civiltà occidentale, incluso lo sviluppo del capitalismo stesso. Ci fu anche una celebre questione posta dai marxisti russi: se i villaggi russi, che erano già delle comunità, dovessero passare attraverso la fase capitalista della storia occidentale, quando la finalità era di raggiungere di nuovo la stessa vita comunitaria, anche se rinnovata dalla ideologia socialista. Marx ed Engels non decisero la questione.

In Francia il grande pacifista Jaurès aveva cercato di rilanciare la difesa popolare, avviata nel 1793 da Lazare Carnot con la “levée en masse” contro gli eserciti monarchici europei coalizzati per schiacciare la rivoluzione francese, con il programma di una “Armée du peuple“. Ma fu assassinato alla vigilia della Prima guerra mondiale. Comunque la Francia fu contro una strategia offensiva. Scelse, in accordo con la tradizione di Carnot, la strategia puramente difensiva della “linea [fortificata] Maginot”. Ma le truppe tedesche la aggirarono, attaccando i paesi confinanti, benché neutrali, e invasero la Francia.

In Italia la resistenza popolare ad entrare in guerra fu molto forte. Di fatto, l’ingresso fu ritardato per un anno. Poi la volontà di combattere (principalmente del re) è stata superiore a qualsiasi ragione contraria. Infatti si dichiarava che la ragione italiana per combattere era di riconquistare i territori di Trieste e Trento, che però l’Austria avrebbe concesso subito purché l’Italia rimanesse neutrale.

In Germania, prima della guerra mondiale, il capo della Gioventù socialista internazionale, Karl Liebknecht, disprezzava l’obiezione di coscienza come un atto individualista e anarcoide. Ironia della sorte, quando nei Parlamenti le leggi per i crediti di guerra dovettero essere approvati, in quello tedesco Karl con pochi altri negli altri Parlamenti (anche Stalin lo fece in Russia) obiettò. In realtà, la sua obiezione fu la massima possibile: alla guerra, alla legge in approvazione, alla disciplina di partito e al capo di tutta la II Internazionale, che era anche suo padre, Wilhelm. Negli scritti successivi, Karl avrebbe rivalutato l’obiezione di coscienza, ora considerandola la prima mossa per promuovere una avanguardia di un successivo movimento di massa. Negli ultimi ani di guerra lui e Rosa Luxemburg promossero una reazione violenta da parte dei lavoratori-soldati (“Proletari in divisa”): in nome della maggiore importanza della lotta di classe rispetto allo scontro delle borghesie suggerivano di fare fuoco sui propri ufficiali militari. Ma questa forma di reazione fu rapidamente bloccata dalle autorità militari.

Dalle riflessioni precedenti si può trarre una prima lezione: contro la politica autoritaria delle principali istituzioni e organizzazioni sociali, che finisce per sostenere le guerre, occorre promuovere l’obiezione di coscienza, la nascita di organizzazioni sociali autogestite e gli scioperi generali internazionali.

  1. Affermazione e involuzione autoritaria della Rivoluzione russa

Al tempo stesso, proprio la grande confusione internazionale che ha accompagnato il primo conflitto mondiale ha consentito la ribellione del popolo russo alla guerra zarista e poi la nascita di uno Stato di tipo diverso da quelli borghesi dell’Europa occidentale. Qui l’interrogativo storico-politico, a cui da allora si cerca di rispondere, diventa questo: come è stato possibile che da un popolo, che stava vivendo una guerra mondiale, sia nato un nuovo grande evento, la rivoluzione russa, e poi l’Unione Sovietica che per 70 anni molti popoli nel mondo hanno considerato l’inizio di una nuova società e di una nuova storia?

È un fatto noto che, agli inizi del Novecento, gli strati sociali inferiori avevano conquistato un potere senza precedenti, tanto da guadagnare un ruolo politico rilevante all’interno di ogni Paese europeo. Essi volevano una nuova organizzazione della società, basata sulla giustizia per tutti, anziché sulla libertà (e sui privilegi) di pochi. Ma i sistemi autoritari europei avevano la capacità di reagire alle loro mosse e, in varie modalità, riuscirono a bloccarli. Anche per questo la rivoluzione non si è verificata nei paesi economicamente più sviluppati e centrali nel sistema capitalistico occidentale, come la Germania o l’Inghilterra, ma piuttosto là dove il regime politico era più debole: un paese più arretrato e periferico come la Russia.

Ricordiamo che già alla fine del XIX secolo nelle fabbriche russe era iniziato il movimento dei “soviet”, ossia dei ‘parlamenti dei lavoratori’ che si andavano formando in fabbrica e nelle città, in tutto il paese. Esso aveva guadagnato rapidamente un grande sostegno popolare ed aveva svolto un ruolo importante durante la fallita prima rivoluzione russa del 1905, promossa dal basso attraverso un vasto ciclo di scioperi. Nel 1917 Lenin divenne il leader della rivoluzione, prima ponendosi a capo dei soviet che egli poi oppose a tutti le altre componenti della rivoluzione (“Tutto il potere ai soviet!”), poi utilizzando questo potere totale per attuare una gestione sempre più autocratica degli obiettivi della rivoluzione. La successiva dittatura staliniana ne fu una prevedibile conseguenza.

L’esito di questa vicenda conduce a porsi una ulteriore domanda: perché, sin dall’inizio della nuova società nata in Russia, la speranza dei lavoratori nel mondo per una organizzazione sociale auto-gestionaria ha mancato l’obiettivo, anzi ha finito per produrre un regime che ne ha contraddetto le stesse ragioni?

Nella genealogia della svolta autoritaria della rivoluzione russa ha un significato emblematico la vicenda della “scuola di Capri”. Durante la rivoluzione fallita del 1905 in Russia Lenin rimase fuori del paese, mentre Bogdanov che faceva anche lui parte della maggioranza del partito socialdemocratico russo (“bolscevichi”), fu arrestato assieme al Comitato centrale dei Soviet. Fuggito in Svizzera, con la maggior parte dei bolscevichi, sconfisse Lenin che voleva accettare l’invito dello zar ad entrare nel Parlamento (“Duma”). Nel 1908 insieme a Lunacarskij e altri bolscevichi, Bogdanov intese reagire al fallimento della rivoluzione russa del 1905 organizzando a Capri, una scuola internazionale per educare la nuova generazione socialista ad una prossima rivoluzione, grazie al denaro e alla grande casa del famoso scrittore Gorkij. La fondazione della scuola fu lanciata tramite un appello internazionale, invitando anche il resto del partito, Lenin compreso. La caratteristica saliente della Scuola di Capri era l’autogestione di tutto il processo educativo. Tra gli sconfitti dei bolscevichi, Lenin e poi Stalin la visitarono e ne contestarono i presupposti e gli obiettivi. Per contrapporvisi a livello internazionale Lenin fondò una sua scuola di quadri a Longjumeau, un piccolo paese vicino Parigi, di tipo più autoritario. Una volta passata la stagione delle scuole, Lenin si alleò con i menscevichi e li convinse ad ad espellere dalla Seconda Internazionale il principale promotore della scuola di Capri, Bogdanov stesso, a carico del quale lanciò l’accusa di aver organizzato gli “espropri proletari”, ossia gli assalti alle banche, che invece costituivano una pratica generalizzata dei russi in esilio, per avere il danaro per sopravvivere in un paese straniero.

Ma la questione aveva radici profonde. Fin dai primi anni del secolo Lenin aveva teorizzato la figura del “rivoluzionario di professione”, il solo che potesse avere la piena coscienza delle leggi storiche, mentre i lavoratori sfruttati, alienati e senza tempo sufficiente per studiare, richiedevano alla fine di essere risvegliati alla coscienza e guidati nella prassi politica. Anche il sindacato, in questa visione, doveva essere “la cinghia di trasmissione” degli ordini del Partito e in definitiva dei leader rivoluzionari di professione.

Bogdanov invece insisteva sulla necessità di una “rivoluzione culturale” che la classe operaia doveva compiere prima, o almeno nel corso della rivoluzione politica che l’avrebbe portato al potere, in modo da gestirlo alla luce di una crescente consapevolezza del funzionamento della società e delle dinamiche della storia. In questa prospettiva, proprio durante la rivoluzione russa insieme al cognato Lunacarskij, lanciò nel paese il movimento “Proletkult” (cultura proletaria), che per la prima volta nella storia ha promosso una campagna di alfabetizzazione di massa. Il Proletkult ebbe mezzo milione di aderenti, e portò avanti finché rimase in funzione il programma di rifondare tutte le arti e tutte le scienze a sostegno della rivoluzione socialista consapevole da parte delle masse.

Nel frattempo, Lenin perseguiva la sua politica di conquista del potere e ricostruzione dello Stato. Dopo aver messo fine al “comunismo del tempo di guerra” (reprimendo nel sangue le rivolte degli anarchici di Kronstad e di Machno), nel 1922 Lenin obbligò Lunacarskij, il capo ufficiale del Proletkult, a subordinarsi al Partito. Questi eventi segnarono l’involuzione autoritaria del movimento rivoluzionario iniziato con l’esperienza auto-gestionaria dei soviet.

Da tutto ciò è possibile ricavare un’altra lezione: a volte è necessario fare la rivoluzione sociale e, nella storia, essa è stata possibile più volte. Ma occorre farla senza più obbedire ad un’autorità politica che guida il popolo dall’alto.

  1. La mancata critica della scienza e della tecnologia nel pensiero socialista

Come sarebbe possibile, oggi o in futuro, rinnovare lo slogan della Seconda Internazionale e combattere la guerra per mezzo di uno sciopero universale, ossia attraverso una mobilitazione popolare generale?

Nel 1922 Lenin scrisse che quando la guerra è vicina, la propaganda della borghesia è così forte da poter cambiare le menti dei lavoratori secondo un atteggiamento favorevole alla guerra. In effetti, i fattori culturali possono svolgere un ruolo determinante nel prendere la decisione di andare in guerra. La propaganda è ancora più influente nel nostro tempo, in cui i mass media e le nuove tecnologie della comunicazione hanno un ancor più forte potere sulla mente delle persone. Tenendo presente questa minaccia, vale la pena riflettere sulla tradizionale politica culturale del movimento marxista, per farne emergere risorse e criticità.

Marx ed Engels collegarono il programma della rivoluzione ad un’analisi “scientifica” della storia e della società. Anche se questa analisi aveva fatto nascere una teoria alternativa alle teorie borghesi (per prima, la teoria dei rapporti nella fabbrica come rapporti di sfruttamento e alienazione funzionali all’accumulazione del profitto), essa ha lasciato indeciso quale ruolo avessero nella trasformazione sociale le scienze naturali: queste sostengono essenzialmente il potere borghese di sfruttamento del lavoro, o no? E se lo sostengono, di quale nuovo tipo di scienze naturali ha bisogno una società emancipata?

Queste domande hanno avuto un ruolo cruciale già al tempo della Prima Internazionale. Eugen Dühring era uno scienziato di carattere aspro, ma di rilievo: uno dei pochissimi accademici aderenti alla socialdemocrazia. Egli suggeriva con cognizione di causa una scienza alternativa sia in Matematica che in Fisica. Nel timore che Dühring prendesse più importanza politica di Marx e della sua analisi, Engels fece rinviare un Congresso internazionale per poterlo prima espellere. E siccome il libro di Marx, Il capitale, era stato da molto tempo annunciato ma era rimasto inedito (e tale rimarrà per tutta la vita del suo autore), Engels scrisse il libro divenuto famoso come l’Anti-Dühring. Nella Prefazione affermò, a mio avviso falsamente, di aver ricevuto l’approvazione di Marx su un punto cruciale: l’inevitabilità del tipo occidentale di sviluppo.

Con questo libro è nato il cosiddetto “marxismo volgare”, che vede tutto in termini economicisti. In realtà, dopo la sconfitta al Congresso di Gotha Marx dedicò gli ultimi anni della sua vita a studiare la matematica più avanzata, soprattutto il calcolo infinitesimale. Cercava, e trovò, un’alternativa alla formulazione dominante di questa teoria. Ma i suoi manoscritti sono stati pubblicati quasi un secolo dopo, nel 1968, e tuttora vengono intesi in una maniera che li accomuna al pensiero, molto diverso, di Engels.

Il già ricordato Bogdanov non solo è stato il primo a promuovere l’economia marxista in Russia, nonché il primo scrittore sovietico di fantascienza: basandosi sull’epistemologia dello studioso più importanti del suo tempo, Ernst Mach, ha suggerito un programma per fondare un’alternativa proletaria nelle scienze naturali, da costruire secondo un punto di vista essenzialmente diverso da quella borghese. Vale la pena di ricordare che quando era a Zurigo, Einstein era in collegamento con il gruppo degli esuli russi, che comprendeva anche Bogdanov.

Dopo aver visitato la scuola di Capri, Lenin scrisse rapidamente un saggio, Materialismo ed empiriocriticismo, per contrastare il programma di Bogdanov sulla nuova scienza della natura. Criticato da più parti, in primo luogo da Plechanov, la più alta autorità filosofica tra i russi socialisti, il libro di Lenin non ebbe alcun effetto politico. Ma nel 1922 l’autore ne impose la ripubblicazione per combattere Bogdanov. Dopo di allora questo libro scadente è rimasto quale punto di riferimento per gli studiosi marxisti delle scienze naturali e le posizioni del suo avversario sono sempre state liquidate senza ulteriori approfondimenti.

Questi eventi di politica culturale hanno avuto conseguenze drammatiche sull’esito della rivoluzione e sul pensiero marxista in genere. Dopo la sua costituzione, l’URSS ha dovuto scegliere tra due strategie: o l’industrializzazione o l’applicazione intransigente della politica di costruzione della società socialista. Lenin pensò di risolvere il problema con lo slogan “industrializzazione più soviet”. In realtà i soviet, sottoposti all’autorità del partito e di Lenin, non furono in grado di cambiare le leggi intrinseche dell’industrializzazione. In quel tempo nelle fabbriche del mondo venne introdotto il taylorismo come “scienza del lavoro”, cioè la ripetizione illimitata di un lavoro frazionato, in definitiva il lavoro alla catena di montaggio. Fu allora che la leadership politica dell’URSS creò il primo mito di questa “nuova società”, lo stacanovismo, ossia la capacità instancabile di lavorare del singolo lavoratore.

Alla fine degli anni ’50 il dilemma precedente sulla tecnologia ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle Cina comunista. Prima in Russia, per rimediare all’allontanarsi degli obiettivi rivoluzionari, l’idea di Bogdanov della scienza alternativa fu sfruttata da Stalin inventando con il contributo di Lysenko una scienza agricola. Ma questa scienza alternativa di regime fallì miseramente e Stalin aprì alla scienza occidentale. Invece la Cina espulse i tecnici russi e poi la rivoluzione culturale sparse in tutto il paese le giovani guardie rosse per insegnare ad ogni lavoratore professionista le massime del “libretto rosso”. Quasi contemporaneamente nei paesi occidentali sorprendentemente nacque il potente movimento studentesco, che tra i suoi slogan aveva anche: “La scienza [della natura] non è neutrale!” Ma purtroppo nelle scienze della natura nessuno fu in grado di suggerire un’alternativa, e neanche di ricordare il programma della scienza alternativa lanciato da Bogdanov.

Da qui un’ulteriore lezione da ricordare è che il movimento socialista è stato inadeguato nel discutere e nel decidere il ruolo politico svolto dalla scienza e dalla tecnologia occidentale nel processo di costruzione di una nuova società.

  1. Bomba o nonviolenza? Una scienza alternativa è necessaria e possibile

Come ha scritto Lanza del Vasto, “due sono le grandi scoperte del XX secolo: la bomba e la nonviolenza”. Da un lato, la crescita della scienza e della tecnologia nella società, tale da dare ai regimi autoritari ancora più potenza, fino a quella massima delle armi nucleari. Tali armi furono usate per la prima volta da uno Stato democratico, gli Stati Uniti, che con un atto brutale le sperimentarono sulle popolazioni civili indifese di Hiroshima e Nagasaki. Ma non furono rifiutate dalll’USSR, che le sviluppò e utilizzo per minacciare di distruggere il Paese nemico, compresa la sua stessa classe proletaria. Un chiaro vicolo cieco delle politiche di entrami i regimi contrapposti.

Eppure, al di fuori del Nord del mondo, una società libera dai miti scientifici come quella indiana di millenaria tradizione culturale, è rinata proprio quando Gandhi ha dimostrato ad esempio con la Marcia del sale del 1931 che tutti i tipi di conflitti, anche quelli contro le istituzioni che hanno armi terrificanti, possono essere risolti attraverso le relazioni interpersonali. Esattamente ciò che il movimento operaio aveva inteso fare contro la prima guerra mondiale, prima di venire in molti paesi bloccato dai suoi dirigenti, che avevano accettato la logica del progresso scientifico (e delle armi) come inevitabile. Bisogna riconoscere, contro ogni filosofia e ogni propaganda fintamente realista, che la guerra non è inevitabile, né tanto meno una molla di progresso della storia dell’umanità (Hegel), neanche sotto il profilo del progresso della scienza (ma scienza per chi?).

Bisogna riconoscere che è falso il mito della unità della scienza, o, parimenti, il mito di una scienza che ha un’unica possibilità di sviluppo, anche se questo mito oggi è condiviso da tutti gli strati sociali, che non contempla neanche la possibilità che il sapere scientifico comprenda al suo interno delle alternative di paradigma, sia teorico che pratico (come già avevano scoperto Duehring, Marx e Bogdanov).

Proprio in relazione alla prima guerra mondiale sono state proposte alternative alle ragioni, pretese scientifiche, a sostegno della corsa agli armamenti. Il classico studio di F. Richardson, sulle due equazioni differenziali del primo ordine accoppiate, ha dimostrato che lo scontro della grande guerra poteva essere evitato se gli scambi economici tra i paesi fossero stati maggiori (in termini monetari) rispetto a quelle per la corsa agli armamenti. La stessa conclusione può essere ripetuta sostituendo agli scambi economici gli scambi culturali e giovanili. Dopo la guerra un’ulteriore teoria scientifica, la teoria dei giochi, ha suggerito in altro modo soluzioni pacifiche dei conflitti.

Anche la Fisica ha suggerito questa alternativa nella programmazione scientifica energetica di una società su scala planetaria. Mentre la teoria nucleare suggeriva, oltre alle armi nucleari, che costituiscono la peggiore minaccia per la sopravvivenza del genere umano, le centrali nucleari (cosiddette “civili”), dagli alti rischi per l’ambiente e la salute umana, e dal modello di gestione centralistico e autoritario, la teoria termodinamica insegnava che la strategia migliore a cui la scienza può essere finalizzata è l’uso efficiente dell’energia, possibile in una società de-centralizzata ed autogestita, finalizzata a migliorare i rapporti con la natura e tra le persone. Questa stessa alternativa sociale è suggerita dalla scienza ecologica, nata alla fine del 1800, rifiutata fino al 1975 dal movimento marxista oltre che dall’accademia occidentale e dai sistemi politici, ma che oggi ci viene imposta dai disastri ecologici e dal mutamento climatico globale.

La storia delle teorie scientifiche ci insegna che oggi sono nate la Teoria dei computer e la Biologia teorica, del tutto al di fuori di tre secoli di orgoglioso e arrogante monopolio della teoria Fisica. Ho sottolineato questa alternativa nella scienza con il libro Le due opzioni, pubblicato presso La Meridiana, nel 1991, e più recentemente con due articoli su Nuova Secondaria, intitolati “Dalla storia della fisica ai fondamenti della scienza” e “Dai fondamenti della scienza alla filosofia e alla didattica”.

Quindi nel passato il movimento marxista è stato molto grossolano nel pensare che il (mitico) progresso realizzato dalla scienza (benché astratta dalla realtà della classe operaia) e la conseguente tecnologia (benché produttrice della corsa agli armamenti) fossero capaci di dare il potere sociale alla classe proletaria nella storia dell’umanità.

Allora ricaviamo un’ulteriore lezione: il modo migliore di promuovere lo sviluppo dei popoli è quello di dare al popolo la possibilità di riconoscere tutti i conflitti, inclusi i conflitti con, e all’interno della scienza, e la capacità di risolverli con una “scienza della Pace” non basata sui calcoli (bellici, monetari, scientifici) ma sull’uso del metodo nonviolento.

In conclusione, una rivoluzione vera rispetto al sistema politico della tradizionale civiltà occidentale richiede due tipi di rivoluzione. Una rivoluzione che riguarda il tipo di organizzazione per ottenere una società decentralizzata, auto-gestionaria e comunitaria (così come il pensiero socialista aveva intuito chiaramente, e iniziato a praticare). Una rivoluzione che riguarda il tipo di progresso scientifico. Infatti, al contrario della teoria fisica culminata nella teoria nucleare, ci sono teorie alternative che portano a considerare per primo il rapporto umano e la relazione con la Natura. Questa è l’ultima lezione ottenuta dalla riflessione sulla prima guerra mondiale: al fine di acquisire una padronanza autentica della propria storia il genere umano deve superare il mito della scienza e della tecnologia come saperi neutrali e unitari, privi di alternative teoriche e pratiche.

In realtà molti popoli (anche se l’accademia occidentale non si è accorta) hanno già appreso la lezione sul primo tipo di rivoluzione. Due recenti studi hanno elencato 323 rivoluzioni avvenute nel secolo scorso. Un centinaio di esse (che sono avvenute sono avvenute soprattutto nella seconda metà del secolo) sono terminate senza scontri sanguinosi, per la forte coesione popolare che è stata capace di fratturare dall’interno le forze repressive. Gli studi statistici su tutte le rivoluzioni hanno ricavato che queste seconde sono state vittoriose al 53% e hanno fatto sorgere regimi più stabili di quelle violente, che sono state vittoriose al 24%. I dettagli sono riportati dal mio libro Le rivoluzioni nonviolente del secolo scorso. I fatti e le interpretazioni, pubblicato da Nuova Cultura, nel 2010.

Ma ancor oggi nei Paesi occidentali persiste il mito culturale della scienza e della tecnologia uniche, attualmente da accettare a forza per non essere emarginati. Basti pensare che ogni anno gli Stati Uniti spendono 1.000 miliardi di dollari per i 6 milioni del personale del Pentagono che migliora la scienza e la tecnologia volti a fini letali, mentre la pace dell’ONU riceve un millesimo delle spese per gli armamenti in tutto il mondo (1.800 miliardi $) e la pace delle ONG non riceve di fatto alcun sostegno finanziario stabile.

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Antonino Drago è stato professore associato di Storia della Fisica all’Università di Napoli, in pensione dal 2004, è membro della Rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente, e insegna presso la TRANSCEND Peace University-TPU.

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