(Italiano) Freud-Einstein sulla Pace

IN ORIGINAL LANGUAGES, 10 July 2017

Johan Galtung | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

“Perché la guerra?” era il titolo della corrispondenza tra Sigmund Freud e Albert Einstein che ebbe inizio con Einstein’s letter to Freud dated “Caputh near Potsdam 30 July 1932“, (La lettera di Einstein a Freud “Caputh vicino a Potsdam 30 Luglio 1932”), con risposta di Freud “Vienna Settembre 1932” (Why War- Freud; Perché la guerra – Freud). Tra poco saranno trascorsi 85 anni. Che cosa possiamo ancora imparare da questi giganti, e che cosa avrebbero potuto essi stessi imparare in questo lasso di tempo.

Sarebbe troppo facile arrogarsi il diritto di esprimere giudizi su una guerra mondiale, una guerra fredda e molto altro venuto dopo; pertanto non è quello che ci accingiamo a fare. Piuttosto, cerchiamo di considerare il loro modo di affrontare l’argomento, quali esseri umani nostri simili che cercano delle risposte a quello che in tutti i tempi è stato un problema per l’umanità: il flagello della guerra.

Si tratta di un documento straordinario, la cui lettura vivamente consigliamo. E’ piuttosto triste constatare come sia tutt’ora molto attuale, poiché il pensiero ufficiale non ha fatto grandi progressi oltre a quanto essi avevano da proporre. Einstein si rivela giurista realista; Freud teorico delle scienze sociali e storico dei macro-eventi. Per Einstein potrebbe avere a che fare con il duplice significato di “legge”: descrittivo della realtà e normativo per la realtà, il primo a scoprire e il secondo a imporre. Il mondo di Freud è più astratto e caotico. Esistono due “istinti” persistenti, Eros e Thanatos-Morte. Ma essi si combinano con modalità complesse e sono difficili da separare. Non possiamo semplicemente rivoltare Eros contro Thanatos, la pace contro la guerra, come entrambi desiderano. Essi si considerano pacifisti, e sperano che il mondo condivida.

Il più semplice da capire, Einstein, afferma: “Il mio primo assioma nella ricerca della sicurezza internazionale comporta la rinuncia incondizionata da parte di ciascuna nazione della propria sovranità e il riconoscimento di un corpo legislativo e giudiziario che dirima qualsiasi conflitto sorga tra nazioni”. Tuttavia “agiscono potenti fattori psicologici che bloccano questi tentativi. Piccoli gruppi molto determinati considerano che la guerra e la fabbricazione e vendita delle armi siano opportunità per favorire i propri interessi personali”. Avidità.

Tanto realisticamente vero ora come a quel tempo; una legge in senso descrittivo.

Non sono le “masse ignoranti” le più portate a comportarsi in questo modo bensì “la cosiddetta intellighenzia”, la quale “non è in diretto contatto con la vita reale ma ne ha esperienza solo attraverso la sua forma sintetica più semplice – la carta stampata”.

Egli poi passa a Freud “i luoghi oscuri della volontà e del sentire umano”, da Occidente a Occidente, entrambi inconsapevoli di quel limite. Freud ha sentito di “razze che trascorrono la vita in tranquillità e non conoscono né impulsi incontrollabili né aggressività” e riesce “a stento credere che sia vero” (vedi l’editoriale della prossima settimana sulle “Società pacifiche”).

Freud ritiene che tra i primitivi ciò che contava era la forza muscolare, tuttavia l’intelletto e la ragione diventarono gradualmente più forti. Egli nota come in tutte le società i forti cerchino di aumentare il loro potere concepito come forza, e gli oppressi cerchino di unirsi contro di loro, l’unione fa la forza.

Le unità in cui questo dramma si manifesta diventano più grandi, “la violenza è superata dal trasferimento di potere a una unità più grande che è tenuta insieme dai legami emozionali tra i membri, ‘identità’. I capi cercano dominio attraverso la violenza, gli oppressi giustizia uguale per tutti”.

Freud elogia la pax romana e “una Francia unificata pacificamente e prospera”, nonostante le orribili manifestazioni di violenza che la portarono dove si trova.

Egli si associa a Einstein: “Le guerre potranno essere prevenute con certezza solo se l’umanità si unisce e istituisce un’autorità centrale cui conferire il diritto di prendere decisioni in merito ai conflitti di interesse – un’autorità suprema, e investita del necessario potere .” “E’ inutile tentare di eliminare le tendenze aggressive degli uomini”.

Anche Freud ha un assioma: “La mia convinzione è questa. Per un tempo incalcolabile l’umanità ha attraversato un processo culturalmente evolutivo. Dobbiamo a quel processo il meglio di quanto siamo diventati, e anche una buona parte di quello da cui siamo afflitti. Benché le sue cause e origini rimangano oscure e il suo esito incerto – l’attitudine culturale e il terrore per una guerra futura – possono mettere fine alle dichiarazioni di guerra. Qualsiasi cosa che alimenti lo sviluppo della cultura lavora al contempo contro la guerra.”

Le Nazioni Unite, e in particolare il loro Consiglio di Sicurezza, erano state concepite per fare molto di quello che Einstein e Freud auspicavano, ma non riuscirono a realizzare granché di meglio della Lega delle Nazioni. La LN non poté fermare la bellicosità delle potenze dell’Asse; le NU non sono capaci di fermare l’aggressività di USA-Israele; la LN fu altrettanto incapace di abolire il colonialismo quanto le NU di abolire il neo-colonialismo; né riescono a fermare il razzismo – su cui aveva fermamente argomentato il Giappone all’inizio della LN. Se ci sarà più pace nel mondo, sarà probabilmente dovuto in maggior misura a convinzioni morali e progresso sociale.

Il modello legale, la pace per legge, li influenza al punto da non farsi un problema della “legge”. E Einstein sembra accettare l’opinione di Freud che gli “istinti” siano innati, inclinazioni connaturate agli esseri umani, e non le rende problematiche. Gli esseri umani hanno la capacità di amare e collaborare, odiare e usare violenza, come qualcosa di innato, fuor di dubbio.

Eppure quel qualcosa potrebbe anche essere stato tramandato dalla cultura di Freud, rinforzato o indebolito, un qualcosa di collettivo non solo individuale, perché entrambi erano interessati alla violenza collettiva. L’apertura di Freud per la cultura era un passo avanti. Ma: ci sono culture e culture.

Ed entrambi trascurano di analizzare il “conflitto” nei suoi elementi fondamentali, rendendo questo aspetto problematico. Lo adoperano non solo come se fosse un’altro termine per violenza ma come qualcosa che debba essere “risolto”. Tuttavia, lo vedono dall’alto come un processo che essi stessi avrebbero difficilmente accettato nelle loro vite matrimoniali problematiche. Perché non l’istruzione, perché non gente che apprende sui conflitti e sulle loro soluzioni?

Conclusione: lasciate che natura e cultura si ripartiscano gli “istinti”, intesi come innate inclinazioni che le culture elaborano; includete come i conflitti possano essere “risolti”, trovando una soluzione alle incompatibilità; concentratevi non solo su come cambiare gli esseri umani in modo da ridurre la violenza ma anche su come cambiare la realtà sociale e naturale in modo che accolgano delle soluzioni. In più, includete le tracce lasciate dalla violenza del passato, i traumi.

Le premesse sono tutte lì. Ma si può ottenere un risultato migliore con un lavoro di prevenzione su conflitto e trauma piuttosto che con un lavoro in risposta alla violenza.

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Titolo originale: Freud-Einstein on PeaceTRANSCEND Media Service

Traduzione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

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