(Italiano) Perché gli attivisti falliscono

IN ORIGINAL LANGUAGES, 22 Apr 2019

Robert J. Burrowes | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

Nonostante enormi sforzi continui per più di un millennio, durante e a partire dalla formazione e plasmazione del mondo moderno, e con il costante aumento delle tematiche contestate, gli attivisti di vario genere hanno fatto progressi insufficienti su punti chiave, particolarmente in relazione al porre fine alla violenza e alla guerra (e alla minaccia della guerra nucleare), al fermare lo sfruttamento di molti popoli e gli infiniti assalti alla biosfera terrestre.

Ovviamente, affinché quelli fra noi che si definiscono attivisti abbiano una qualche prospettiva di successo in tali ed altri tentativi, dobbiamo capire come funziona il mondo e sviluppare una serie interrelate di strategie nonviolente da attivare effettivamente per trattare ciascuno degli aspetti chiave di questa crisi. Questo perché c’è molto di sbagliato in come funziona il mondo umano e altrettanto da fare per correggerlo preservandone la biosfera, particolarmente dato che le minacce primarie sono ora così gravi da rendere probabile l’estinzione della specie umana entro pochi anni. Vedi ‘Human Extinction by 2026? A Last Ditch Strategy to Fight for Human Survival’ [Estinzione umana per il 2026? Una strategia estrema per combattere per la sopravvivenza umana]

Ovviamente se i sistemi di governance umana, dalle organizzazioni internazionali come l’ONU e le sue varie agenzie, ai governi nazionali, provinciali e locali funzionassero efficacemente, potremmo aspettarci che essi, teoricamente agenti per conto nostro, avessero affrontato da tempo questi problemi, o che lo facessero infine adesso. Ma per ragioni prontamente identificabili essi hanno poco potere e funzionano male per consuetudine (dal punto di vista della gente comune e della biosfera del pianeta).

Dunque inizierò spiegando concisamente come funziona il mondo per poi elaborare alcuni punti chiave sulla strategia in modo che si possa scegliere, volendo (e problematicamente ritenendo che ci sia ancora tempo), di assumere un ruolo più attivo ed efficace, in uno o più modi, nella lotta per rendere il nostro mondo di pace, giustizia e sostenibilità.

Come funziona il mondo: una breve storia

I sistemi formali di governance umana sulla Terra – cioè, i governi e le organizzazioni inter-governative come l’ONU – sono controllati dall’élite globale, invisibile a e quindi non considerata da gran parte della gente, attivisti compresi. Questo, ovviamente, è come vuole l’élite stessa e si possono trovare ancora facilmente valutazioni in cui ci si chiede se l’élite (qualunque nome le si dia) davvero esista attribuendole addirittura una qualità mistica. Sempre che l’idea non venga giusto accantonata come ‘teoria complottista’. Ebbene, l’élite esiste e si può agevolmente identificarne l’appartenenza. Ma chiariamo prima come l’élite globale abbia acquisito il proprio straordinario controllo sulle faccende mondiali.

In seguito alla rivoluzione neolitica di 120 secoli fa, l’agricoltura permise agli insediamenti umani di soppiantare l’economia da cacciatori-raccoglitori. Tuttavia, mentre la rivoluzione neolitica ebbe luogo spontaneamente in varie parti del mondo, alcune società neolitiche che emersero in Asia, Europa, CentrAmerica e SudAmerica ricorsero a gradi crescenti di controllo sociale al fine di ottenere una varietà di risultati sociali ed economici, fra i quali una maggiore efficienza nella produzione alimentare.

Le civiltà [oggi riconoscibili] emersero appena poco più di 50 secoli fa e, utilizzando quel maggior grado di controllo sociale, furono caratterizzate da agglomerate urbani e vere e proprie città, una efficiente produzione alimentare che permise a una grossa minoranza delle comunità di occuparsi di attività più specialistiche, una burocrazia centralizzata e la pratica di condotte affinate di guerra. Vedi ‘A Critique of Human Society since the Neolithic Revolution’.

Con l’emergere della civiltà, le élite di natura locale (come i faraoni in Egitto), quelle di raggio imperiale (fra cui gli imperatori romani), di natura religiosa (come i papi e i funzionari del Vaticano), di carattere economico (particolarmente la City of London Corporation) e di tipo ‘nazionale’ (specialmente le monarchie d’Europa) emersero progressivamente, essenzialmente per gestire l’ amministrazione insita nel mantenere ed espandere i propri domini specifici (politico, finanziario e/o religioso).

A seguito della pace di Westfalia nel 1648, che istituì formalmente il sistema di stati-nazione, le élite nazionali, sempre più di natura economica con il progressivo sviluppo e la rapida espansione del capitalismo, consolidarono la propria presa sulle società nazionali e, con l’internazionalizzazione del loro raggio d’azione nei secoli successivi, nella seconda metà del 20° secolo un’élite autenticamente globale aveva consolidato il proprio controllo sul mondo. La consapevolezza delle élite di ere precedenti è stata fatta notare da alcuni autori. Per esempio, nel suo libro del 1775 An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations [Un’indagine su natura e cause della ricchezza delle nazioni], Adam Smith faceva rilevare che ‘tutto per noi, nulla per gli altri pare essere stata in qualunque era del mondo la spregevole massima dei padroni dell’umanità’. Ma è l’opera di C. Wright Mills nel suo classico The Power Elite [L’élite al potere] del 1956 lo sforzo accademico originario dell’era post-2^ Guerra mondiale per documentare la natura di questa [lite, come funziona e perché avesse un controllo totale sulla società nazionale US. Ovviamente, nonostante una dottrina del genere, peraltro aggiunta alle materie di routine da allora, gran parte della gente ancora crede all’illusione sponsorizzata dall’élite che le organizzazioni internazionali come l’ONU e i governi nazionali abbiano effettivamente qualche autorità significativa negli affari mondiali.

Passando ora al presente, per il miglior resoconto recente su come si manifesti oggi l’élite globale, si veda il libro del professor Peter Phillips intitolato Giants: The Global Power Elite [Giganti: l’élite del potere globale], dove Phillips identifica le 17 massime ditte mondiali di gestione capitali, come BlackRock e J.P.Morgan Chase, che insieme gestiscono più di 41.100 miliardi di dollari US in una rete d’auto-investimento di capitali intrecciati che avvolge il globo. I 17 Giganti operano in quasi ogni paese al mondo e sono ‘le istituzioni centrali del capitale finanziario che aziona il sistema economico globale’. Investono in qualunque cosa sia reputata fonte di profitto, dalle ‘terre agricole’ sulle quali i coltivatori indigeni vengono sostituiti da investitori dell’élite al potere’ a beni pubblici (come le aziende di produzione/distribuzione dell’energia e dell’acqua), ai combustibili fossili, l’energia nucleare e la guerra.

Più precisamente, Phillips identifica i 199 individui direttori dei diciassette Giganti finanziari globali e l’importanza di quelle istituzioni transnazionali con funzione unificante – fra cui Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, G20, G7, Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), Forum  Economico Mondiale  (WEF), Commissione Trilaterale, Gruppo Bilderberg, Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) e Consiglio sui Rapporti Esteri – e particolarmente due importantissime organizzazioni di programmazione politica dell’élite globale: il Gruppo dei Trenta (che ha 32 membri) e il comitato esecutivo allargato della  Commissione Trilaterale (che ha 55 membri).

E Phillips spiega accuratamente perché e come l’élite globale difenda il proprio potere, profitti e privilegi contro la ribellione delle ‘indisciplinate masse sfruttate’: ‘L’Elite del Potere Globale usa la NATO e l’impero militare US per la propria sicurezza a livello mondiale, che è parte della strategia espansiva della dominazione militare US in tutto il mondo, per cui l’impero militare US/NATO, informato dal  Consiglio Atlantico dell’élite al potere, opera al servizio della Classe Megaziendale Transnazionale per la protezione del capitale internazionale ovunque al mondo.’

‘L’impero militare US si erge su secoli di sfruttamento coloniale e continua a sostenere governi repressivi e sfruttatori che cooperino con l’agenda imperiale del capitale globale. I governi che accettano investimenti di capitale esterno – di cui beneficia un piccolo segmento dell’élite di un paese – lo fanno sapendo che il capitale inevitabilmente richiede un ritorno sull’investimento che comporta l’utilizzo

[illimitato]

di risorse e persone per un guadagno economico. L’intero sistema continua la concentrazione della ricchezza per le élite e la crescente disperata diseguaglianza per le masse….

‘Capire la guerra permanente come valvola di sfogo per il capitale in surplus è una parte vitale della comprensione del capitalismo del mondo d’oggi. La guerra fornisce opportunità d’investimento per i Giganti e le élite della Classe Megaziendale Transnazionale e un ritorno garantito al capitale. La guerra ha anche una funzione repressive di mantenere timorose e ossequienti le masse umane sofferenti.’

Volendo leggere altri libri che diano anch’essi un chiaro senso delle élite e dei loro agenti che operano praeter legem a danno straordinario dell’umanità e della Terra, si può raccomandare caldamente il classico di William Blum Killing Hope: U.S. Military and CIA Interventions Since World War II [Uccidere la speranza: interventi militari US e CIA dalla 2^ guerra mondiale] e il resoconto di Paul L. Williams che davvero apre gli occhi Operation Gladio: The Unholy Alliance between the Vatican, the CIA and the Mafia [Operazione Gladio: l’empia alleanza fra Vaticano, CIA e mafia].

Allora, in parole semplici: l’élite globale gestisce i sistemi di governance globali a proprio beneficio senza alcuna preoccupazione per la gente comune – considerata immeritevole – o per la biosfera del pianeta. E la funzione più importante svolta dalle agenzie internazionali e dai governi è dal punto di vista delle élite che sembrino avere il controllo su certe giurisdizioni e faccende in modo tale che i relativi elettorati focalizzino l’attenzione e l’azione su, per esempio, ‘il cambiamento della politica del governo’ o il ricambio dei partiti al governo. Sicché tali sforzi saranno assorbiti e dissipati; mentre nulla di consequenziale muta, avendo l’élite adeguato controllo su tutti gli importanti processi politici, partiti e loro politiche.

Ovviamente dovrei aggiungere che l’élite è abbastanza accorta da far sembrare un mutamento come occasionale, magari concedendo qualcosina dopo anni di sforzi (invariabilmente su un tema ‘sociale’, come il patrimonio omosessuale, che non ha effetti avversi al proprio potere, profitti e privilegi), così che gran parte degli sforzi degli attivisti restino concentrati sui governi e sulle agenzie governative internazionali. L’élite permette anche a un candidato ‘davvero progressista’ di emergere regolarmente in modo che gli attivisti siano di nuovo buggerati a sforzarsi per i risultati elettorali anziché costruire movimenti per una trasformazione sociale a base ampia affidata all’organizzarsi dal basso.

Gestendo la sua già vasta ricchezza in infinito accumulo, l’élite globale travasa ogni giorno una quantità strepitosa di risorse finanziarie dall’economia globale incanalandole per riservatissimi paradisi fiscali per evaderne le tasse. In tal modo si ‘perdono’ ogni settimana globalmente 10 miliardi di dollari US in ricchezza prodotta dalla fatica della gente comune e più del 10% della ricchezza finanziaria globale (non comprensiva della ricchezza non-finanziaria che va dai cavalla da corsa e dagli yacht alle opere d’arte e i lingotti d’oro) è adesso nascosto in queste giurisdizioni isolate. Vedi ‘Elite Banking at Your Expense: How Secretive Tax Havens are Used to Steal Your Money’ [Operazioni bancarie d’élite a vostre spese: come si usano i paradisi fiscali fuori mano per rubarvi i soldi].

Una piccola (ma pur sempre impressionante) quota della ricchezza dell’élite si usa per creare e gestire la narrazione dominante in quanto allo stato del mondo, finanziandone la produzione, generata da think tank dell’élite, poi distribuita mediante i sistemi educativi, l’industria dello svago e i media megaziendali. In breve, siamo bombardati di propaganda elitaria, cui si danno nomi come ‘istruzione’, ‘intrattenimento/svago’ e ‘notizie’, che senza scampo distorce la percezione popolare di quel che succede.

Dunque perché accade tutto ciò?

Essenzialmente: il controllo dei sistemi formali di governance umana da parte dell’élite globale a proprio beneficio è un risultato della follia dell’élite globale e di quelli che la servono. ‘Ma che cos’è la ragionevolezza?’ ci si potrebbe domandare.

La si definisce come la capacità di considerare una serie di circostanze, di analizzare attentamente le evidenze che riguardano quelle circostanze, d’identificare la causa di qualunque conflitto o problema, e di reagire appropriatamente e strategicamente, emotivamente e intellettualmente, a quel conflitto o problema con l’intenzione di risolverlo, di preferenza a un livello superiore di soddisfazione dei bisogni per tutte le parti coinvolte (compresi quelli della Terra e di tutti i suoi esseri viventi). Per una spiegazione più complete, si veda ‘The Global Elite is Insane Revisited con molti più particolari in ‘Why Violence?’ and ‘Fearless Psychology and Fearful Psychology: Principles and Practice’. In breve, le persone non troppo lese psicologicamente non si comportano come sopra descritto.

Quindi essenzialmente la descrizione di come funziona il mondo proposta qui sopra è precisa: il mondo è sospinto da un’élite folle – intenta interminabilmente e compulsivamente ad accumulare profitti, potere e privilegi a spese della gente comune e della biosfera – e da suoi servitori altrettanto folli, come virtualmente tutti i politici e gli uomini d’affari, i banchieri e i loro contabili, giudici e avvocati, accademici e personale dei media megaziendali.

Perciò le lotte per la pace, la giustizia, la sostenibilità e la liberazione (da occupazioni militari, dittature, aggressioni genocidarie, colpi di stato e invasioni), con vari mezzi (compresi quelli nonviolenti), falliscono davvero troppo spesso. Ma non solo a causa dell’enorme potere dell’élite globale: perché gli attivisti non capiscono come funziona il mondo, compreso come l’élite esercita il proprio potere, e in quanto a chi ricorre esplicitamente all’azione nonviolenta, falliscono quando non capiscano psicologia, politica e strategia della lotta nonviolenta – materie non complicate, che però richiedono tempo per essere imparate.

In definitiva, alla domanda ‘Perché gli attivisti falliscono?’ la risposta è: Virtualmente tutti gli attivisti non ne sanno di strategia e quindi non fanno campagne strategicamente. Ciò vuol dire che checché venga fatto – una decisione in una riunione, una telefonata o un’e.mail, un’azione o un avvenimento programmato ed eseguito – semplicemente manca di avere l’impatto che potrebbe avere. Amplio questa spiegazione utilizzando appena tre component base (su dodici) di un asana strategia nonviolenta. Prima però devo enfatizzare che parlo di quelli che si identificano come ‘attivisti’; non lobbyisti (o chi usa l’attivismo al servizio del lobbying). Inoltre parto dall’ipotesi che tutti gli attivisti usino una qualche versione di quanto ritengono ‘azione nonviolenta’, che la rivendichino o meno o che se ne rendano conto, semplicemente perché nessun’altra tradizione di attivismo offre l’orientamento strategico esauriente che offre la letteratura sulla nonviolenza.

Che dovrebbero quindi fare gli attivisti affinché i loro sforzi abbiano un impatto strategico?

Analisi Strategica

Il fondamento di qualunque sana strategia – particolarmente se ci si batte su tematiche importanti come por fine a una Guerra, alla catastrofe climatica, fermare la distruzione delle scorte di acqua potabile e delle foreste pluviali, sconfiggere un colpo di stato, un’occupazione o un’invasione in modo nonviolento, trasformare l’economia globale, ridurre l’élite globale… – è una comprensione integrale del conflitto.

Il che vuol dire, cosa fondamentale, avere un chiaro senso del ‘gran quadro’ (che comprende quelle strutture e quegli attori ombrello in luoghi remoti che tengono in piedi/attuano le locali manifestazioni di violenza e sfruttamento), non solo il dettaglio della tematica su cui ci si concentra. Fondamentalmente, questo richiede un’acuta comprensione della struttura di potere globale. Se non capiamo come il potere agisce nella società, particolarmente in termini strutturali, anche in relazione al conflitto che tentiamo di risolvere, non possiamo programmare e attuare una strategia che funzioni; come la storia tragicamente dimostra. Ma comporta anche che la nostra analisi include una ragionevole comprensione di come temi chiave (come guerra, distruzione del clima e dell’ambiente, e sfruttamento delle donne, dei lavoratori e dei popoli indigeni) s’intersechino rafforzandosi reciprocamente. Se non capiamo qualcosa di questi rapporti non possiamo programmare una strategia che ne tenga conto e quindi valuti adeguatamente tutte le variabili di un conflitto; di nuovo, come la storia dolorosamente dimostra.

Così, per esempio, il fallimento di quasi tutti gli attivisti sul clima e l’ambiente di considerare adeguatamente il ruolo della guerra (e dell’attività militare e della violenza in generale) nel distruggere il clima e l’ambiente significa che un motore primario di questi due conflitti viene appena menzionato e ancor meno discusso e quindi effettivamente affrontato strategicamente – idealmente lavorando in tandem con attivisti antibellici – da parte di attivisti intenzionati a por fine alla catastrofe climatica e difendere l’ambiente nel suo insieme.

Ma questa mancata considerazione del ‘quadro più ampio’ è anche la ragione per cui la gran parte degli attivisti climatici sono focalizzati sulla transizione (dai combustibili fossili e l’energia nucleare) all’energia rinnovabile perdendosi il punto fondamentale che stiamo distruggendo l’intero ambiente globale – compresi acqua dolce, foreste pluviali e oceani – e che a meno che riduciamo drasticamente, di circa l’80%, il nostro consumo in tutte le aree chiave che coinvolgono l’energia e le risorse di ogni tipo – acqua, energia domestica, carburanti, metalli, carne, carta e plastica – e smettiamo immediatamente di spostarci in auto e in volo e di mangiare carne, tanto per cominciare, non abbiamo possibilità di evitare l’estinzione umana. Si veda ‘Will humans be extinct by 2026?’ and ‘Climate-Change Summary and Update’.

Il che è anche il perché approcci semplici e strutturati a tale riduzione del consumo, oltre a espandere nettamente il nostro auto-affidamento individuale e comunitario di modo che si trattino efficacemente tutti i crucci ambientali, debbano essere parte di qualunque strategia efficace nell’ affrontare la catastrofe climatica/ambientale. Si veda ‘The Flame Tree Project to Save Life on Earth’.

In una semplice frase: Non possiamo salvare il clima senza salvare anche le foreste pluviali, e por fine alla guerra.

Dopo tutto ciò è importante riconoscere che c’è grande abbondanza di buone fonti d’informazione precisa su problematiche specifiche prodotte da think tank indipendenti e studiosi e ricercatori attivisti. Per esempio, si troveranno ampie informazioni sulle grandi aziende armiere e sulla spesa in armi (ancora in aumento) sul sito web del SIPRI / Stockholm International Peace Research Institute e il movimento per il clima produce alcune ricerche rigorose, con l’ultimo rapporto che documenta meticolosamente che il finanziamento bancario dei combustibili fossili sta ancora crescendo nonostante l’’accordo’ climatico di Parigi del 2015. Si veda ‘Banking on Climate Change: Fossil Fuel Finance Report Card 2019’.

Focus strategico

Se non analizziamo integralmente il conflitto, è impossibile identificare il centro strategico appropriato per l’azione e poi programmare tattiche che riguardino quel centro. Questo vuol dire inevitabilmente che essenzialmente tiriamo a indovinare il da farsi, non sapendo in anticipo, come dovremmo, che l’azione che intraprendiamo avrà quel tal impatto strategico.

Inoltre, tirando a indovinare l’azione da intraprendere, di solito in base a ciò che ci è famigliare o dà una buona sensazione – forse perché usciamo con un bel po’ di ‘brava gente’ – porta in modo virtualmente inevitabile a scelte balorde come organizzare una grossa dimostrazione. Le dimostrazioni sono notoriamente inefficaci, come la massima dimostrazione nella storia mondiale, il 15 febbraio 2003 – effettuata in oltre 600 città al mondo , con fino a 30 milioni di persone, contro l’imminente guerra a guida US all’Iraq – si veda ‘The World Says No to War: Demonstrations against the War on Iraq’ – chiarita nella sua portata ancora una volta. Azioni singole e numeri non sono determinanti; la strategia lo è. Ovviamente, le grosse dimostrazioni potrebbero essere efficaci se fossero mirate strategicamente – tuttavia mai verso governi – ma solo un raro attivista lo capisce con le recenti dimostrazioni mondiali ‘del 15 marzo e quelle ‘Via le mani dal Venezuela’ del 16 marzo, che illustrano graficamente questa mancanza di comprensione e come si sprechino così occasioni per fare una differenza strategica.

Spiego questa nozione del centro d’attenzione strategico con un esempio semplice, per poi invitare a considerarla un po’ più in dettaglio.

Dato il ruolo critico dei voli di linea, dei viaggi in auto e del mangiare carne, per esempio, nel distruggere il clima e, nel caso dei primi due, nell’indurre le guerre a guida US per il controllo dei combustibili fossili, immaginiamo se tutti quegli studenti che frequentano le adunate dello Sciopero scolastico per l’azione climatica avessero utilizzato la giornata per firmare un impegno personale – l’Impegno per la Terra? – con più o meno il contenuto eguente:

Per amore della Terra e tutti i suoi abitanti, e per il mio rispetto per i loro bisogni, mi impegno da oggi in avanti a:

  1. Non viaggiare in aereo
  2. Non viaggiare in auto
  3. Non mangiare carne e pesce
  4. Mangiare solo alimenti coltivati biologicamente/biodinamicamente
  5. Minimizzare la quantità di acqua dolce che utilizzo
  6. Non comprare legname da foreste pluviali
  7. Non comprare né usare plastic monouso, come sacchetti, bottiglie, contenitori, tazze/bicchieri e cannucce
  8. Non usare banche che forniscono servizi di qualunque sorta a megaziende coinvolte in combustibili fossili, energia nucleare e/o armi
  9. Non procurarmi notizie dai media megaziendali (giornali mainstream, televisione, radio, Facebook…)
  10. Sforzarmi di imparare una competenza, come l’orticoltura, che mi renda più auto-sufficiente
  11. Incoraggiare garbatamente famiglia e amici a prendere in considerazione l’assunzione di questo impegno.

Immaginiamo se a tutte le future adunate sul clima, ai partecipanti fosse data l’opportunità di firmare un tale impegno.

E immaginiamo se ad ogni dimostrazione contro la guerra, a ogni partecipante fosse data l’opportunità di firmare un tale impegno. Non ha gran senso strillare (o esporre un cartello che chieda) ‘Niente guerra per il petrolio’ quando si è quelli che usano il petrolio. Sarebbe certamente ipocrita, non vi pare?  Se vi sembra troppo difficile per ora, firmereste l’impegno dopo aver cancellato una o due voci che magari riconsiderereste in seguito?

Possiamo forse addirittura prendere il 2 ottobre 2019, 150° anniversario della nascita di Gandhi e Giornata Internazionale della Nonviolenza, come giorno di impegno mondiale con cerimonie locali, piccole o grandi, in tutto il mondo in modo che si possa presenziare a un avvenimento anche per assumere un impegno di questo genere.

Con la Terra sotto assedio, firmereste un tale impegno? Di che cosa avreste bisogno per riorganizzare la vostra vita per renderla gestibile?

Il punto allora è questo: è facile chiedere a qualcun altro di cambiare il suo comportamento; ma è più efficace cambiare il proprio. E, se lo si fa, si mina funzionalmente la causa dei problem che angustiano tanti fra noi.

Comunque, in modo per certo verso più elaborato, se si vuole un baricentro strategico nella propria campagna per por fine alla guerra o alla catastrofe climatica, per esempio, si esaminino le due mire strategiche e l’elenco base degli obiettivi strategici in ‘Campaign Strategic Aims’. E perché esse si difendano da una gamma di minacce militari, si veda ‘Defense Strategic Aims’.

Ciò richiede, vitalmente importante, che la tattica in qualunque circostanza sia riflessivamente congegnata per conseguire l’obiettivo strategico identificato attentamente come appropriato per questa fase della campagna. Si veda la relazione e la distinzione fra ‘The Political Objective and Strategic Goal of Nonviolent Actions’ [L’obiettivo politico e quello strategico delle azioni non-violente].  E, per una miglior comprensione del potere dell’azione nonviolenta e di come strutturarla per il Massimo impatto strategico, si veda anche ‘Nonviolent Action: Why and How it Works’.

Tempistica strategica

L’analisi inadeguata, forse perché semplicemente si crede, senza indagare, quel che l’élite globale ci racconta mediante i suoi tanti canali come i suoi processi forzosi mainstream (fra cui i sistemi d’istruzione e i media megaziendali), potrebbe indurre ad agire secondo una tempistica del tutto irrealistica.

Purtroppo, questo è appunto quel che sta succedendo con la catastrofe del clima. Seguire acriticamente il discorso in merito controllato dall’élite, fa sì che quasi tutti agiscano secondo una tempistica da ‘fine secolo’ o che credano, per esempio, che abbiamo tempo fino al 2030 per smettere il nostro uso del carbone. Eppure perfino qualche fonte mainstream come l’ONU, stanno già riferendo sulle conseguenze d’aver stabilito l’obiettivo estremamente inadeguato di limitare l’ aumento di temperatura a 2° (o 1.5°) centigradi rispetto alla norma preindustriale. Si veda per esempio ‘Global Linkages – A graphic look at the changing Arctic’ and ‘3-5°C temperature rise is now “locked-in” for the Arctic’.

Sicché è imperative che gli attivisti usino la propria analisi (basata su fonti sincere) per fare una valutazione realistica della tempistica. Potrebbe non essere conveniente avere meno tempo di quanto pensiamo necessario per precipitare i cambiamenti che vogliamo ma la nostra  responsabilità come attivisti comporta la necessità di dire verità sgradite (cosa che né l’élite globale né i suoi agenti faranno mai).

Allora, fondamentalmente, dire la verità. Se c’è da scegliere fra essere popolari e dire la verità, raccomando che si dica sempre la verità. Illuderci che stiamo facendo un bel lavoro e scambiarci rassicurazioni per modesti vantaggi non eviterà l’estinzione umana né salverà quelle innumerevoli forme di vita, umane e non, che muoiono ogni giorno a causa del nostro mondo disfunzionale e violento; e neppure aiuterà chi vive sotto occupazione, dittatura o aggressione militare.

Ovviamente, dire la verità spaventerà molti. Ma è pur sempre una strategia più sana fidarsi che s’intenda bene la verità, non importa quanto sgradita possa essere. Inoltre, se non diciamo la verità e non ci fidiamo della gente, non abbiamo prospettive di mobilitarla strategicamente nel tempo rimastoci.

Manco a dirlo, se si dirà la verità ad altri, si deve essere abbastanza coraggiosi da percepirla noi prima. E agire in base ad essa.

Sommario

Nelle tre sezioni precedenti, ho spiegato l’importanza di una solida analisi, di un focus strategico e di un’appropriata tempistica, come pure di dire la verità, sviluppando e attuando un’efficace strategia nonviolenta; il che vale a prescindere dalla natura della lotta: una campagna per la pace, la giustizia, o ambientale, o di difesa o di liberazione.

Ma una strategia efficace richiede di più e ciascuna delle tre component dev’essere anche ben compresa e rigorosamente attuata. Quindi se ci tenete a diventare più strategici, consultate uno di questi due siti web: Nonviolent Campaign Strategy o Nonviolent Defense/Liberation Strategy.

O, per una rapida sinopsi ai dodici component della strategia nonviolenta, esaminate la Nonviolent Strategy Wheel in ogni sito, come questa stessa.  Inoltre, se volete fungere in qualsiasi misura da padrini a ragazzine/i perché siano solidamente capaci di affrontare la realtà senza venire attratti dalle diffuse lusinghe del superconsumo e del militarismo – si veda ‘Love Denied: The Psychology of Materialism, Violence and War’  – o indotti a credere che corteggiare i governi sia il modo di realizzare il cambiamento, potete ben considerare di fare ‘My Promise to Children’ e d’imparare l’arte dell’ascolto profondo. Si veda ‘Nisteling: The Art of Deep Listening’.

Ovviamente, se avete problemi nel ridurre i vostri consumi o neldubitare dell’efficacia della violenza militare, considerate di affrontarne gli impedimenti psicologici consultando ‘Putting Feelings First’

Volendo, potete unirvi al movimento mondiale per por fine a ogni violenza firmando l’’impegno on-line The People’s Charter to Create a Nonviolent World’ [Lo statuto della gente per creare un mondo nonviolento].

Conclusione

Alcuni economisti megaziendali son preoccupati che l’economia globale sia di fronte a un calo e forse addirittura a una incipiente recessione. Di conseguenza, spingono per misure di stimolo alla crescita economica.  La realtà è però che la civiltà industrial sta già costantemente e rapidamente frammentandosi – con un’incessante sequenza di catastrofi climatiche e ambientali in corso: per una delle più recenti si veda ‘Death toll jumps in Mozambique storm as 15,000 await rescue’ [ La schiera di morti s’ingrossa nella tempesta del Mozambico mentre in 15.000 aspettano il salvataggio] – e crollerà completamente in qualche anno. Perché? Perché alla Terra è rimasto ben poco da dare senza una quantità impressionante di input rigenerativi (alcuni dei quali siamo in grado di fornire mentre altri richiedono tempi geologici).

Ma non bisogna credere a me. Considerate l’evidenza per conto vostro.

Se, dopo aver letto il nutrito elenco di documenti, scientifici e d’altro genere, citati nei succitati articoli chiave sull’ormai prossima estinzione umana, sarete in grado di scovare prove inconfutabili per confutare tale prospettiva, spero che le condividerete ampiamente in modo che possiamo tutti tirar fiato sapendo di avere più tempo disponibile di quanto ritengano sempre più scienziati coraggiosi a rischio della propria reputazione professionale e della propria fonte di reddito.

Ma se non sapete refutarle o non ne trovate di soddisfacenti, vi invito a reagire meditatamente con una forte e immediata azione di riduzione sistematica e sostanziosa dei vostri consumi personali e di contemporaneo aumento dell’autonomia vostra e della vostra comunità in 16 settori. Anche qui, si veda ‘The Flame Tree Project to Save Life on Earth’ [Il progetto Flame tree per salvare la vita sulla Terra].

Posso assicurarvi che se riduciamo sistematicamente l’economia globale aumentando il nostro livello d’autonomia a un livello (molto) minore di consumi (cosa che demonetizzerà anche l’attività economica), tutte quelle megaziende – specialmente quelle che producono combustibili fossili, estraggono minerali strategici e distruggono la foresta pluviale – cesseranno di produrre prodotti senza più mercato, non avendo semplicemente alcun incentivo finanziario a farlo. E ciò minerà funzionalmente e continuamente il potere dell’élite globale di manipolarci fino a cedere il nostro potere corteggiando i governi e cedendo lavoro e risorse per comprare i loro prodotti ad incremento dei loro profitti e potere. Inoltre le élite avranno meno incentivo a iniziare e combattere guerre per appropriarsi delle risorse necessarie ai prodotti richiesti dal nostro attuale iperconsumo.

Come probabilmente capite, è la vostra stessa azione a darvi credibilità (e autorità morale) per poi incoraggiare altri a seguire il vostro esempio e voi stessi a fare campagna affinché anche altri cambino di comportamento. Cent’anni fa, Mohandas K. Gandhi – forse anticipando l’ultimo rapporto ONU ‘UN Alliance For Sustainable Fashion addresses damage of “fast fashion”’ – ci rammentava che ‘la Terra ci fornisce abbastanza per soddisfare i bisogni di ognuno, ma non l’avidità di tutti’. E prima modellò nella propria vita il consumo minimo che chiedeva agli altri . Alla sua morte, possedeva due indumenti di cotone filato da sé all’arcolaio, e un paio di sandali. Non siamo tenuti ad essere frugali come lui ma certo a ridurre i nostri consumi e aumentare il nostro auto-sostentamento se dobbiamo avere qualche possibilità di preservare una biosfera che sorregga la vita di popolazioni sufficienti di tutte le specie.

Gli attivisti devono avere il coraggio di realizzare questo e poi diffondere questo messaggio a tutti (particolarmente nel mondo industrializzato): no sprecare tempo a chiedere agli agenti dell’élite, come i governi, di sostenere il passaggio all’energia rinnovabile o di cessare le guerre per rubare le risorse.

Se dobbiamo lottare efficacemente per preservare la biosfera, dobbiamo farlo strategicamente.

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Robert Burrowes, Ph. D., è membro della rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente ed è impegnato da una vita a comprendere la violenza umana e a porvi fine. Conduce estese ricerche dal 1966 in un tentativo di comprendere perché gli esseri umani siano violenti ed è un attivista nonviolento dal 1981.È autore di Why Violence? (Perché la violenza?). Siti web: (Charter)  (Flame Tree Project)  (Songs of Nonviolence) (Nonviolent Campaign Strategy) (Nonviolent Defense/Liberation Strategy) (Robert J. Burrowes) (Feelings First) Email: flametree@riseup.net

Titolo originale: Why Activists Fail TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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