(Italiano) L’effimera aspettativa di vita delle democrazie autocratiche

IN ORIGINAL LANGUAGES, 13 May 2019

Richard Falk | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

Guardando all’indietro

Nell’era della Guerra Fredda c’era un acuto contrasto polemico fra l’Occidente ‘liberal’ e il resto del mondo, considerate o comunista o autoritario, indipendentemente dall’essere la sua costituzione formulata in linguaggio democratico o meno. E liberal in Occidente era usato per significare il primate dell’individuo cittadino nonché le politiche e le pratiche che riflettessero un impegno a tutto campo per un economia centrata nel settore privato, benché difformemente modificata da varie misure di protezione sociale. Nelle ultime fasi della Guerra Fredda, lo sforzo occidentale di mantenersi a livello morale e politico superiore nella lotta ideologica enfatizzava la libertà rispetto al totalitarismo. Quando l’Unione Sovietica cedette e poi crollò, il risultato fu ampiamente celebrato in Occidente come una vittoria per ‘il mondo libero’, e per ciò che rappresentava.

Eppure la libertà negli Stati Uniti e altrove coabitava da lungo tempo con varie forme di classismo e d’irriducibile razzismo, per non parlare delle eredità di schiavismo, pulizia etnica, e l’annientamento dei popoli indigeni. Quel che dava una certa misura di plausibilità alla ‘libertà’ era l’accettazione delle modalità capitaliste di organizzare l’economia e i diritti civili e politici goduti dalle etnie dominanti, ivi comprese libere elezioni. Al termine della Guerra Fredda era comune per i pensatori mainstream in Occidente parlare di ‘costituzionalismo orientate al mercato’ per chiarire che la sua concezione di libertà comportava i diritti di proprietà tanto quanto le protezioni politiche contro uno stato abusivo.

Questa prospettiva produsse predizioni stravaganti di ‘una fine della storia’ perché si sperava e addirittura credeva che il trionfo dell’Occidente sarebbe stato presto universalizzato nel Sud post-coloniale come pure in tutto l’impero sovietico caduto. Quest’impostazione globale emergente produsse anche più realisticamente proiezioni caute, perfino negative, come nello ‘scontro di civilltà’ di Huntington e ‘l’anarchia ventura’ di Kaplan. Nel paesaggio politico degli anni 1990 a guida americana finì per dominare un ritratto più moderato del futuro.

George H.W. Bush che rifiutava ‘quella cosa della visione’ e Clinton che si batteva soprattutto per la globalizzazione neoliberista, con un’enfasi secondaria per l’‘ampliamento’ (il rafforzamento della pace mediante la diffusione della democrazia a sempre più paesi). Sembrava a molti che fosse l’onda del futuro, con i maggiori attori politici del Sud via via allineantisi, con in testa la Cina che si volgeva a un ‘socialismo orientate al mercato’ e i governi latinoamericani ci cerca della massima partecipazione alla globalizzazione, essenzialmente accettando le strutture e operando nell’ambito del ‘Consenso di Washington’ e accettando la disciplina delle istituzioni di Bretton Woods.

George W. Bush estese rozzamente queste idee della presidenza Clinton mediante la difesa sfacciata della ‘promozione della democrazia’ che era una priorità politica estera neoconservatrice progettata per validare l’obiettivo di politica grandiosa americana di riplasmare il Medio Oriente. Effettivamente, l’estensione della ‘democrazia’ con interventi di cambiamento di regime è stata ampiamente screditata in Iraq (2003), ma quel che continuò per parecchi anni fu la credenza che la ‘democrazia’ fosse l’onda del futuro, specialmente quando la sua adozione fu la conseguenza di forze politiche indigene. La Primavera Araba diede rinnovato sostegno a quest’idea che i popoli del mondo, qualora ne abbiano l’opportunità, sceglierebbero la democrazia politica e un ordine economico equo, che scegliere la democrazia doveva essere situata sul versante destro della storia. Ovviamente, c’erano aspetti profondamente problematici se questa tendenza alla democratizzazione, fra i quali nascondere l’ingiustizia in molte forme entro una cornice di ‘democrazia.’ Ciò comprende le inequità incorporate nella logica e nell’esperienza operative del capitalismo come pure la tendenza euro-americana ad intervenire nelle società estere, asserendo in qualche modo che tali intrusioni politiche riflettano valori illuminati (anche quando le realtà concrete siano attentamente considerate un impedimento per la governance umana riflettendo la volontà de la cittadinanza).

La ripercussione de-democratizzante

Non è più ammissibile mantenere l’opinione che la storia scorra appresso a una forte corrente che si muove verso una democratizzazione. Vari sviluppi antidemocratici sono conversi per creare un periodo d’incertezza, se non di pessimismo, circa l’evenienza che il futuro politico globale mostri ulteriori retrocessioni dai valori democratici e da una governance umana anziché riprendere energia nella democratizzazione.

La prospettiva inizialmente quanto mai speranzosa dei movimenti nazionali che hanno sostanziato la Primavera Araba ha prodotto né empowerment dei cittadini né governo umano, bensì regressione politica. Queste sollevazioni antiautoritarie hanno portato piuttosto o a una restaurazione controrivoluzionaria di regimi più intensamente autoritari come in Egitto, o al caos e al subbuglio come in Siria, Yemen, e Libia. E ha condotto a un’intensificata oppressione altrove, specialmente nei paesi del Golfo, e a un risultato tuttora inconcludente in Tunisia.

Tuttavia lo shock più grave per quelli che erano i capi-claque di questa prima tendenza globale di democratizzazione universale iniziò con l’essere amministrata da leader scelti dal pubblico degli elettori in paesi vari come l’India, le Filippine, il Giappone, il Brasile, l’Ungheria e la Polonia, senza perdere di vista gli Stati Uniti o annotare l’aumento dei movimenti di estrema destra in tutto il mondo; il che dà l’impressione che la gente manchi di fiducia nell’ordine stabilito per una varietà di ragioni, e dia il proprio sostegno a figure politiche demagogiche. Ciascuna esperienza nazionale è ovviamente distintiva, eppure sembrano esserci alcuni trepidi criteri di confronto condivisi—la disuguaglianza globale nazionale, le migrazioni e la povertà grave, la politica identitaria. Temi questi che assumono differenti configurazioni ma incolpano l’ordine stabilito per i loro sentimenti di  acuta alienazione e rabbia.

Su questo sfondo, avanzo una semplice interpretazione di queste dinamiche, basata sul credere che questi regimi apertamente in sfida delle procedure democratiche e dei diritti umani siano altamente instabili e non destinate a durare. Secondo me, mantenere nel tempo lo schema formale di democrazia senza produrre risultati soddisfacenti le esigenze ed aspettative popolari, risulterà in un vigoroso rinnovamento di una democrazia più genuina oppure nell’indurre un fascismo in varie forme.

Un’odissea concettuale

Una figura mediatica mainstream, Fareed Zakaria, ha usato l’etichetta ‘democrazie illiberali’ per identificare questa tendenza all’autocrazia. In effetti, indica il fatto che c’è aderenza ai rituali principale della democrazia, ossia le elezioni, i ruoli performativi legislativo e giudiziario, e i partiti politici, in presenza di uno svuotarsi di sostanza come di ostentata ostilità allo spirito democratico. Le idee tradizionali sulla ‘separazione dei poteri’, sui ‘pesi e contrappesi‘, e sulla comunità politica sembrano inefficaci e incapaci di evitare che vengano manipolate e attuate politiche anti-democratiche. Invece i leader incolpano e puniscono ‘nemici’ rendendo così timoroso il pubblico.

Ciò che emerge in società soggette a tale dinamica sono varie forme tossiche di polarizzazione. Che sostituisce l’aderenza a certi valori moderativi come la verità, la decenza, e soprattutto un qualche senso di bene comune con una politica di puro allineamento, sostituendo i dibattiti sul ‘giusto e sbagliato’ di una sana democrazia con allineamenti al ‘vinci o perdi’ di opposti partiti politici.

Il partito con l’appoggio del leader demagogico agisce come se parte di una lotta fra tutto o niente con i suoi avversari. Come tali, gli associati hanno poca scelta a parte seguire nel solco; rompere i ranghi su una questione di principio vuol dire rischiare di venir sbattuto nel buio esterno. L’opposizione, che sia nel formato di partito politico o movimento, va probabilmente incontro a tattiche lubrificanti o la prigione ove la loro sfida ottenga mordente politico. In alter parole, la resistenza genererà denuncia e reazioni illiberali.

Tutto quanto vero, ma l’idea di ‘democrazia illiberale’ è una copertura di un ossimoro. Essere una democrazia è incoraggiare i cittadini di coscienza piuttosto che comportarsi come sudditi intrappolati dall’allineamento. Come prima ipotizzato, ogni democrazia genuina si porta appresso un bagaglio scomodo dal proprio passato. Queste caratteristiche di società ‘democratiche’ rendono un miraggio la vera o effettiva democrazia, ma questa realtà è di solito oscurata se non negata del tutto. Le forze politiche in contesa cospirano a celare questi difetti che mettono in questione l’autenticità della democrazia come realizzata. Le attuali minacce alle pretese democratiche sono più radicali, e incapaci di razionalizzazione. Un sistema costituzionale non può far convivere a lungo contraddizioni profonde di tale ampiezza.

L’esperienza americana col razzismo è illuminante. Il movimento dei diritti civili è riuscito a superare le più smaccate contraddizioni fra credo e pratica, ma solo perché c’era disponibilità da ambo i versanti dell’assetto mainstream a raggiungere un consenso sociale, politico, e culturale basato sull’uguaglianza di tutti. Ci furono dibattiti, ma pochi disaccordi che mettessero in forse il nucleo sociale ed etico di tale consenso. Ciò fu simboleggiato dal martirio bipartitico di Martin Luther King, Jr., commemorato da un’apposita giornata nazionale. In contrasto, sono le politiche immigratorie profondamente divisive e le nomine giudiziarie di Trump a produrre parole vacue ed erodere ancor più i confini della democrazia repubblicana, intenzionalmente lì per contenere leader potenzialmente egemonici nonché la tirannia della maggioranza. Trump ha mobilitato la cultura politica di fascismo latente della minoranza in una situazione in cui altri fattori gli hanno permesso di ottenere una vittoria sconvolgente nell’elezione presidenziale del 2016. Per sostenere la supremazia politica deve mantenere mobilitata tale base destra alternativa [alt-right: estrema destra nazionalista bianca, ndt] e polarizzato il resto della società, il che per proprio carattere produrrà qualche tendenza compensativa che monti una resistenza che oltrepassi il precedente liberalismo per invocare un’alternativa progressista.

Nella mia valutazione, la democrazia illiberale è sempre stata il vero carattere di stati cosiddetti democratici a causa del loro sistematico fallimento di essere inclusivi verso chi vive entro i propri confini sovrani essendo inoltre sfruttatori e oppressivi verso molte società aldilà dei propri limiti territoriali. Quelle che i liberali adesso chiamano ‘democrazie illiberali’ sono più appropriatamente definibili come stati pre-fascisti o, più speranzosamente, pre-democratici nel senso che tendano più vigorosamente che nel passato a ideali democratici.

Prossimo futuro per le democrazie illiberali autocratiche

La mia asserzione principale è che questo matrimonio fra autocrazia e democrazia non può reggere. O diventerà esplicitamente fascista nel carattere seppur non di nome, o esperirà un contraccolpo progressista che sposterà le democrazie via dagli estremi del capitalismo, dalla negazione dei diritti umani, e dalle modalità autocratiche di governance. In effetti, la governance autocratica delle democrazie costituzionali è instabile e sarà presto sostituita. In effetti, le varie democrazie autocratiche ora dominanti il paesaggio politico del mondo sono condannate in quanto forma politica, ma che cosa verrà dopo di esse non si può prevedere. Potrebbe essere un’occasione di celebrazione o di disperazione, o entrambe se società differenti si sposteranno in direzioni opposte, chi verso più profonde democrazie, chi verso una governance fascista.

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Richard Falk è membro della Rete TRANSCEND, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University, autore, coautore o redattore di 40 libri, e conferenziere e attivista in affair mondiali. Nel 2008, the United Nations Human Rights Council (UNHRC) ha nominato Falk per sei anni United Nations Special Rapporteur su “la situazione dei diritti umani nei territori Palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, e insegna al campus locale di Studi Globali e Internazionali dell’University of California, e dal 2005 presiede il consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è Achieving Human Rights (2009) [Conseguire I diritti umani].

Titolo originale: The Short-Lived Life Expectancy of Autocratic DemocraciesTRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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