(Italiano) Dal Trinity Test a Hiroshima e Nagasaki, e oltre. Una storia complessa…

ORIGINAL LANGUAGES, 27 Jul 2020

Elena Camino | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

Il rischio nucleare non è finito…

Una notizia comunicata dall’Agenzia Reuters il 20 luglio 2020: il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres sollecita Azerbaijan e Armenia a esercitare la massima prudenza dopo gli scontri di confine dei giorni scorsi. Il Segretario Generale segue con grande preoccupazione gli eventi. Gli interessi in gioco sono enormi, e molti i soggetti coinvolti – dalla Russia alla Turchia ai Paesi occidentali: sono in gioco preziose risorse naturali ed energetiche, dal bacino idrico di Mingachevir (in Azerbaigian) alla centrale nucleare di Metsamor, (l’unica dell’Armenia), agli oleodotti e gasdotti presenti in quell’area. Tutte infrastrutture minacciate da un’eventuale escalation del conflitto.

Al di là del caso specifico, che pure risulta molto inquietante, il tema del ‘nucleare’ si è affacciato quest’anno con maggiore frequenza che in passato: non a caso l’orologio dell’Apocalisse si è spostato drammaticamente verso la mezzanotte…

Può essere quindi utile ripercorrere alcune tappe della storia dell’energia nucleare: in particolare quelle che riguardano la costruzione delle due bombe atomiche che colpirono, nell’agosto 1945, le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.  Una storia complicata, in cui i soggetti coinvolti sono stati numerosi e le responsabilità estese. Nell’imminenza del 75° anniversario di quei tragici eventi, può essere interessante leggere le riflessioni che un ricercatore, in quanto studioso ed esperto di questi argomenti, offre ai giornalisti, con l’auspicio che gli articoli che scriveranno per questa ricorrenza trasmettano al pubblico la complessità, la varietà e l’imprevedibilità degli eventi che portarono a quegli esiti.

Comunicare il rischio nucleare 

Alex Wellerstein è uno storico della scienza e degli armamenti nucleari, ed è professore presso lo Stevens Institute of Technology (nei pressi di New York). Scrive dal 2011 regolarmente un blog in cui propone articoli, novità, meditazioni su questi temi…

È il creatore della NUKEMAP, una mappa interattiva che consente di simulare gli effetti di una bomba atomica di varie potenze su una qualunque città o regione del mondo.

È anche responsabile, insieme a colleghi del College of Arts and Letters del suo Istituto del Progetto Reinventare la Difesa Civile, con l’obiettivo di sviluppare nuove strategie di comunicazione che riguardano il rischio nucleare, che siano in grado di suscitare attenzione e coinvolgimento in un vasto pubblico.

A partire dalla storia della Difesa Civile, in questo Progetto gli studiosi coinvolti intendono mettere a punto un approccio efficace e non partigiano della comunicazione del rischio nucleare nel 21° secolo. Proprio nell’ambito di questo progetto, nel 2019 è stata realizzata un’Esposizione e alcuni workshops sulla Comunicazione del rischio nucleare nel 21° secolo.

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Se fosse andata diversamente?

In un articolo pubblicato pochi giorni fa Wellerstein esamina – anche alla luce di documenti recentemente desecretati – gli eventi che hanno caratterizzato il test avvenuto per verificare la fattibilità e l’efficacia della bomba che fu poi sganciata su Nagasaki: il Trinity Test. In questo lungo e approfondito esame il ricercatore mette in evidenza le numerose e varie circostanze in cui il Test avrebbe potuto fallire, e conclude l’articolo (che egli chiama ‘meditazione’) con queste riflessioni.

L’aspetto ironico di tutta questa discussione è che il Trinity Test viene sempre considerato come uno straordinario successo. Ma cosa sarebbe successo se il test fosse fallito, Nagasaki fosse stata risparmiata, e la guerra fosse stata comunque conclusa? Sotto quella luce, forse sarebbe stato meglio se il test fallisse. Dirlo adesso sembra un’eresia, e io stesso non sono sicuro di crederci. Ma è un’idea che fa pensare.

Comunque sia andata, è facile concludere che il Trinity Test ha avuto un grande peso, quanto meno perché un suo fallimento ci avrebbe portati in un mondo diverso. Resta aperta una domanda interessante: quel mondo diverso sarebbe stato migliore o peggiore di quello in cui ora viviamo? E la risposta è sorprendentemente poco chiara.

L’importanza di conoscere la storia nella sua complessità

Il 9 giugno scorso Wellerstein ha pubblicato sul suo blog un lungo articolo indirizzato ai giornalisti: con l’avvicinarsi del 75° anniversario dei bombardamenti  su Hiroshima and Nagasaki, egli ritiene che sia molto importante non solo ricordare al pubblico quei tragici eventi, ma ricostruirli in una corretta prospettiva. Gli Americani in particolare si rifanno a quegli eventi come a una scorciatoia, e pensano a questioni che oggi sono di vitale importanza rifacendosi alla narrativa di allora: i fini giustificano i mezzi, gli obiettivi appropriati della guerra sono la vittoria sui nemici, e in generale l’uso della forza è lecito e appropriato.  Sfortunatamente, quello che la maggior parte degli Americani crede di sapere sulle bombe atomiche è completamente fuori strada rispetto alle ricostruzioni degli storici, e questo influenza anche le loro idee sulla situazione attuale.

Le ultime, grandi ‘narrazioni’ sugli eventi che hanno accompagnato i bombardamenti nucleari risalgono agli anni ’90 del secolo scorso: nel frattempo le analisi degli studiosi si sono sviluppate e diversificate, ma i giornalisti spesso non hanno il tempo di leggere le pubblicazioni scientifiche o di intervistare i ricercatori.

Per questo motivo Wellernstein ha deciso di offrire un contributo di informazioni aggiornate, che introduce con queste considerazioni: «una cosa voglio dire fin dall’inizio: esistono molte legittime interpretazioni sui bombardamenti atomici. Sono stati positivi o negativi? Sono state azioni morali o crimini di guerra? Erano necessari o no?   Erano evitabili o inevitabili, dal momento in cui gli Stati Uniti li ebbero messi a punto? Quali scenari si sarebbero aperti se non fossero stati usati? Che cosa dobbiamo pensare delle conseguenze che ci hanno lasciato? Si potrebbe andare avanti ancora con queste domande…».

L’Autore non intende orientare i lettori verso una o l’altra interpretazione: vuole però evitare che il pubblico venga forzato ad aderire a ricostruzioni parziali o false (come quelle sistematicamente proposte nelle scuole USA – dice).  Il suo scopo – con questo articolo – è di consentire a tutti di avere a disposizione una ricostruzione articolata e a più voci dei fatti storici: a partire da questi, ciascuno potrà elaborare in modo più consapevole la sua idea personale.

Non c’è stata una ‘decisione’ di usare le bombe

La cosa più importante da sapere è che la narrativa della ‘decisione’ unilaterale da parte di Truman di usare l’arma atomica è una falsa ricostruzione post-bellica, fatta da coloro che usarono le bombe (in particolare il Generale Groves e il Segretario della  guerra Stimson[1]) come strategia per razionalizzare e giustificare i bombardamenti di fronte alle crescenti critiche.

Ciò che accadde fu molto più complicato: quasi tutti coloro – con ruoli ad alto livello – che parteciparono alla costruzione erano dell’idea che le bombe fossero costruite per essere usate. Vi erano molte ragioni per concludere in fretta la guerra, poche per non usarle: non ci fu mai un calcolo morale sulle vite dei giapponesi che avrebbero potuto essere salvate. Vennero prese tante piccole decisioni (il tipo di bomba, le modalità di sganciamento, la scelta del bersaglio…), alle quali Truman non prese parte e su cui non interferì[2]. Egli si espresse solo in due occasioni, preferendo Hiroshima a Kyoto come bersaglio, e bloccando ulteriori bombardamenti dopo il 10 agosto.

Non si è mai discussa l’alternativa ‘bombardare o invadere’

Anche questa idea fa parte della narrativa costruita dopo la guerra: i decisori non presero mai in considerazione le due opzioni come alternative: l’uso delle bombe, oppure una sanguinosa invasione.  Il piano era di bombardare e invadere, e di avere i sovietici che invadevano, e di bloccare, e così via.

A questo proposito, l’Autore sottolinea che le stime sul numero di vittime nel caso di una invasione furono fortemente gonfiate dopo la fine della guerra: i numeri che vennero calcolati e riferiti ai generali prima di agosto stimavano le vittime americane (tra morti e feriti) intorno a decine di migliaia, e non a centinaia di migliaia, o addirittura a milioni, come fu poi raccontato a posteriori. Bisogna diffidare di questi tipi di valutazioni a posteriori, soprattutto quando sono fornite al servizio di conclusioni già avvenute. È facile immaginare scenari catastrofici che non si sono verificati, per giustificare cose orribili che di fatto sono state compiute. Si tratta di un cattivo ragionamento, una forma particolarmente insidiosa del “fine che giustifica i mezzi”, che può giustificare quasi tutto, in nome di scenari catastrofici solo immaginati.

Con ciò l’Autore non intende sostenere che si sarebbe dovuto agire diversamente, ma solo sottolineare che nessuna delle scelte fatte era inevitabile, e che alcune delle giustificazioni addotte furono un po’esagerate.

Vi furono molte ragioni per cui gli Americani volevano usare le bombe atomiche

Sul perché gli Americani sganciarono le bombe circolano due principali spiegazioni. Una è la narrativa che è già stata presa in considerazione (concludere la guerra per evitare l’invasione).  L’altra – che è una interpretazione più diffusa negli studi storici svolti in ambienti di sinistra – è che lo fecero per spaventare l’Unione Sovietica (facendo vedere che possedevano una nuova arma).  Questa tesi è stata fortemente sostenuta da Gar Alperovitz, che tra gli anni ’80 e ’90 si impegnò molto per farla conoscere e difenderla.

Wellerstein racconta che quando chiede ai suoi studenti che cosa sanno su questo tema, l’80% di loro conosce la narrativa della ‘decisione’; sono pochi quelli che hanno sentito parlare della narrativa di Alperovitz, soprattutto grazie a un film. A partire da queste due narrazioni alternative, Wellerstein discute con gli studenti: a seconda dell’ipotesi scelta, come ci si sente riguardo alla II guerra mondiale, alle bombe atomiche, alla posizione degli Stati Uniti oggi nel mondo?

L’Autore racconta che, dopo questa discussione collettiva con gli studenti, li spiazza affermando che gli storici attualmente tendono a rifiutare entrambe le narrative, troppo semplici e lineari. Come già affermato, il processo si è articolato in varie parti, non c’è stata una singola ‘decisione’. Inoltre, a sostenere la necessità di usare le bombe furono soprattutto coloro che erano coinvolti nella costruzione, ma sono emerse figure storiche che espressero opinioni diverse.

Alcuni speravano che i bombardamenti avrebbero concluso rapidamente la guerra, evitando l’attacco da terra. Qualcuno si augurava che la guerra finisse prima che i sovietici dichiarassero guerra ai giapponesi, dando così mano libera agli USA in Asia nel periodo post-bellico.  Altri pensavano che quelle bombe fossero semplicemente delle armi un po’ diverse, e non davano loro peso; al contrario, ci fu chi intravide l’immagine di una futura corsa agli armamenti nucleari, e ritenne che il migliore primo uso della bomba atomica fosse quello di fare vedere l’orribile spettacolo delle sue conseguenze.

Qualcuno anche ritenne che usando le bombe si sarebbero acquisiti dei vantaggi, impaurendo i sovietici.

In conclusione, dal punto di vista storico è sbagliato pensare che ci sia stata una posizione netta – l’una o l’altra delle due narrazioni descritte. Il processo è stato molto più complesso, così come complesse e articolate sono le idee e le azioni degli uomini.

Non è chiaro se siano state le bombe atomiche a metter fine alla II Guerra Mondiale

Wallerstein riprende e critica due frasi che comunemente si sentono pronunciare. Una è«le bombe atomiche hanno messo fine alla II Guerra Mondiale».  E l’altra, che dice «pochi giorni dopo i due bombardamenti, i giapponesi si arresero» (frase che suggerisce che siano state responsabili le bombe, comunque).

Gli storici hanno messo in evidenza che la conclusione della guerra è stata estremamente complicata: molti eventi si sono verificati nel volgere di pochi giorni:

  • Il bombardamento di Hiroshima;
  • La dichiarazione di guerra dei sovietici contro i giapponesi, e l’invasione della Manciuria;
  • Il bombardamento di Nagasaki;
  • Frizioni interne nell’alto commando giapponese;
  • Un tentato colpo di stato da parte di giovani ufficiali;
  • Un’offerta di resa che riconosceva ancora lo status dell’Imperatore;
  • Il rifiuto da parte degli americani;
  • L’intensificazione dei bombardamenti convenzionali da parte degli americani;
  • L’accettazione di resa incondizionata da parte dell’Imperatore stesso.

Ognuno di questi punti nasconde una grande complessità, che sarebbe molto lungo approfondire. Ma ciò che l’Autore vuole sottolineare è che non funziona l’equazione “bombe atomiche = resa incondizionata”; egli ritiene che sia più corretto dire che le bombe atomiche hanno svolto un ruolo nella resa dei giapponesi.  I bombardamenti influenzarono sia i militari, che volevano resistere il più possibile, nella speranza di ottenere condizioni più favorevoli dagli alleati, sia coloro che cercavano una fine diplomatica della guerra, anche se intendevano salvaguardare la casa imperiale.

La cartina illustra l’avanzata dell’invasione sovietica in Manciuria tra agosto e settembre 1945. Anche questo evento – così disastroso per i giapponesi – ebbe un peso nel determinare gli esiti della Guerra.

Le versioni americane danno poco rilievo al ruolo dei sovietici, mentre concentrano l’attenzione sulle bombe.  Entrambi gli elementi rappresentano, secondo Wellernstein, due modi sbagliati di ricostruire la storia: danno eccessivo peso al ruolo dei bombardamenti, in modo da escludere i sovietici dallo scenario.

I bombardamenti furono controversi già allora

È vero che la maggioranza degli Americaniapprovò i bombardamenti atomici: dopo tutto, fu loro detto che avevano messo fine alla guerra, che avevano permesso di salvare tantissime vite umane, ecc.  Ma è corretto sottolineare che non furono pochi coloro che espressero contrarietà e posero domande. Alcune delle voci più critiche giunsero proprio da personalità militari che negli anni successivi si sarebbero espresse pubblicamente contro i bombardamenti. In un documento militare scritto dall’ US Strategic Bombing Survey per valutare l’efficacia dei bombardamenti, e pubblicato nel Luglio 1946, si legge:

«Sulla base di una dettagliata indagine sui fatti avvenuti, e delle testimonianze dei leader giapponesi sopravvissuti, è opinione del Survey che certamente prima del 31 dicembre 1945, e forse prima del 1 novembre 1945, il Giappone si sarebbe arreso anche se non fossero state lanciate le due bombe atomiche, anche se la Russia non fosse entrata in guerra, e anche se non fosse stata pianificata un’invasione da parte degli Americani».

Che shock, leggere queste parole! – commenta Wellernstein. Anche se non ci si trova d’accordo, secondo l’Autore è utile rendersi conto che espressioni di dubbio furono presenti fin d’allora, e che non si trattò degli ‘ovvi’ punti di vista di sostenitori del Comunismo o dei Sovietici. Il passato è complicato, e anche la gente è complicata.

In conclusione: parlare agli storici!

Wellerstein – a conclusione del suo lungo blog – sottolinea che quanto ha scritto è probabilmente noto agli storici che si occupano di questa tematica, e che ci possono essere da parte loro racconti diversi dai suoi: in effetti gli storici spesso sono in disaccordo tra loro. Questo fa parte del gioco, ed è il motivo per cui la ricerca storica è così vivace.

Ma c’è un problema – sostiene l’Autore: in occasione degli anniversari – come quello che si celebrerà tra poco – la complessità, le incertezze, le diverse interpretazioni non compaiono. Molti dei giornalisti non hanno tempo di documentarsi, e ripropongono versioni vecchie, semplificate, lineari. Perciò lancia un appello ai giornalisti: «cercateci, noi ricercatori vi parleremo, ci potete trovare facilmente… sia i più noti che i meno famosi hanno cose interessanti da raccontare! E se non sapete da dove cominciare, consultate la lista degli Autori da un volume del 2020 pubblicato dalla Princeton University Press»[3].

Wellenstein giustifica il suo incoraggiamento ai giornalisti a documentarsi, sostenendo che così si produce una storia migliore; perché le narrazioni storiche sono connesse a tante altre narrative (come i dibattiti sulla moralità della guerra, per esempio); perché dall’incontro con gli storici possono emergere storie vivaci, provocanti, scottanti…

E perché coloro che non conoscono il passato, rischiano di ripetere le stesse cattive versioni…

Note:

[1] In un articolo di Henry Stimson su Harper’s nel 1947

[2] Leslie Groves, Now It Can Be Told: The Story of the Manhattan Project (New York: Harper, 1962), 265. On the role of technical choices constraining policy choices, see  Sean L. Malloy, “‘The Rules of Civilized Warfare’: Scientists, Soldiers, Civilians, and American Nuclear Targeting, 1940-1945,” Journal of Strategic Studies 30, no. 3 (2007): 501-505

[3] Michael D. Gordin and G. John Ikenberry, eds., The Age of Hiroshima (Princeton, NJ: Princeton University Press, 2020). L’articolo dell’Autore “The Kyoto misconception: What Truman knew, and didn’t know, about Hiroshima,” è il Cap. 3.

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Elena Camino è membro della rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente e Gruppo ASSEFA Torino.

 

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