(Italiano) Il ritiro USA/NATO dall’Afghanistan è soddisfacente?

ORIGINAL LANGUAGES, 27 Sep 2021

Richard E. Rubenstein | Centro Studi Sereno Regis - TRANSCEND Media Service

Alcuni “costruttori di pace” dicono di No!

Truppe usa in afghanistan

Il ritiro USA/NATO dall’Afghanistan, che ha posto fine a quella guerra ventennale, ha esso in risalto una spaccatura crescente nel movimento per la pace e la risoluzione dei conflitti negli USA.  Alcuni studiosi e attivisti celebrano la fine della Guerra e richiedono una riduzione delle spese militari anglo-americane e un ritiro delle forze USA da altri presidi militari imperiali; ma un numero sostanzioso di autodefiniti costruttori di pace lamentano la “caduta” dell’ Afghanistan, accusano il presidente Biden di ritirare troppo precipitosamente le truppe USA, e proclamano che i taliban sono una forza irrimediabilmente cattiva che non potrà mai governare la nazione efficacemente o giustamente.

Un esempio di tale ragionamento è l’appello urgente dell’Alleanza per il Peacebuilding, con sede USA, pubblicato verso fine luglio 2021, rivolto a membri e sostenitori per unirsi a una lettera di critica al “ritiro accelerato” di Biden e richiesta di sostegno USA continuato all’allora governo afghano, ammonendo che “se i taliban controllano l’Afghanistan, lo riporteranno alle condizioni che indussero originariamente l’intervento USA”.

La lettera propone un massiccio programma congiunto di minacce coercitive, assistenza economica, influenza politica e mediazione di conflitti locali, e conclude:   Mancando di accompagnare il ritiro militare con l’impegno succitato, non solo si vanificheranno i sudati progressi fatti in Afghanistan durante gli ultimi 20 anni, ma si creeranno nuovi costi per il vuoto di sicurezza, il ritorno del paese a un santuario estremisti, una nuova crisi di profughi, e una diffusa instabilità regionale e globale. Il ritiro USA farà spazio a una gara delle grandi potenze con Cina e Russia e all’interferenza dell’Iran per esercitare un’influenza nefasta nella regione e minare gli interessi strategici e securitari USA. Prevenire tali esiti è più che un obiettivo morale; promoverà attivamente la sicurezza nazionale USA e internazionale.

Molte altre organizzazioni e istituzioni nel campo della pace e risoluzione dei conflitti, nonché elementi importanti dell’élite della politica estera del partito Democratico e dei presidi della stampa liberale come il New York Times condividono le preoccupazioni dell’AfP (nonché la sua ostilità per Cina, Russia e Iran).   Penso che per ciò ci siano tre ragioni principali:

1. Denaro

Nel corso dei vent’anni di Guerra contro i taliban, il massiccio sforzo militare ha generato un ampio programma collaterale di aiuti economici, guidance politica e “assistenza umanitaria” a finanziamento USA ed europeo ben oltre quattro miliardi di dollari. Che ha creato opportunità per migliaia di aziende, ONG di sviluppo, ricercatori accademici, e aspiranti risolutori di conflitti, e inoltre migliaia di cittadini e organizzazioni afghane, per lo svolgimento di lavoro civile remunerato considerato da molti costruttivo, seppure costituisse parte di uno sforzo bellico altamente distruttivo. Quanto di quest’abbondanza sia stato dirottato da/verso funzionari corrotti e affaristi non abbiamo modo di sapere, ma era probabilmente sostanzioso.

Un risultato dell’utilizzo di questo “soft power” a supplement del “hard power” USA/NATO è stato creare molte relazioni amicali fra singoli individui anglo-americani, europei ed afghani, e dare una cattiva coscienza a molti intervenuti occidentali quando la decisione di por fine alla guerra ha esposto i loro partner al pericolo personale. Un altro risultato, più profondo sul lungo periodo, è stato avvezzare molte organizzazioni e persone della comunità “peacebuilding” a essere finanziate dai governi USA/UE in quanto parte del loro più vasto impegno bellico. (La “Guerra al terrorismo” forniva anche ampi finanziamenti agli interessati in attività aggiuntive come la ricerca sulle cause dell’estremismo violento – “CVE”). Il passaggio del finanziamento della ricerca sulla pace da privato a governativo negli USA è una tendenza di fondo accelerata dalle “guerre interminabili”, di cui si stanno rendendo manifesti gli effetti.

2. Ideologia

Parte delle giustificazioni per l’attacco USA al regime taliban era una presunta responsabilità nel proteggere elementi della popolazione afghana particolarmente vulnerabili all’oppressione dei governanti taliban. In particolare, donne, membri di minoranze etniche o religiose, e oppositori espliciti al programma religioso-politico del partito ultra-ortodosso. Ci può essere poco dubbio sulla illiberalità feroce del governo taliban prima della sua estromissione nel 2002. Ma gli impegnati a sostenere la guerra afghana in base all’ideologia liberal-democratica fanno in modo d’ignorare o dimenticare che quella lotta aveva motivazioni geopolitiche ben più pressanti e pertinenti che tale “responsabilità protettiva”; e che le forze anti-taliban consistevano di alcuni fra i capi più corrotti e illiberali delle disunite comunità etniche del paese.

Ovviamente, nessuno sa fino a che punto i nuovi leader taliban adempieranno alle loro promesse d’istituire un regime più rappresentativo e meno repressivo di quello dei loro predecessori. Fra certi peacebuilder persiste la definizione iniziale dei taliban come monolite disperatamente fascista, benché i loro capi abbiano mantenuto l’impegno verso i due presidenti USA di non attaccare le truppe USA o impedire un ponte aereo di oltre 100.000 afghani pro-USA, abbiano richiesto la continuazione dell’aiuto economico USA avvisando che essi stessi e i loro ex-avversari si trovino ora di fronte nemici comuni come lo Stato Islamico in Afghanistan.

Secondo osservatori di prima mano come Johan Galtung, c’è da tempo grave disaccordo fra i dirigenti taliban su temi quali l’istruzione delle ragazze e la necessità di vivere in pace con le minoranze religiose ed etniche. Ci si aspetterebbe da peacebuilder autentici la conclusione che si debba trattare con i taliban – e i russi e i cinesi – in modo proattivo, da partner di negoziato e dialogo anziché nemici innati. Ma quello non è come funziona l’imperialismo da soft power .

3. Mancata assunzione di responsabilità per l’imperialismo

Il maggior ostacolo al raggiungimento di questa sorta di comprensione, credo fermamente, è I’incapacità o indisponibilità di importanti elementi del movimento per la pace e la risoluzione dei conflitti di riconoscere gli Stati Uniti come impero globale i cui dirigenti (decisori politici d’élite, capitani d’industria, militari di vertice) sono risoluti nel mantenere l’egemonia USA e al tempo stesso ridurre le proprie perdite con una combinazione d’indubbia militare supremazia e di tattiche di “soft power”. Anziché affrontare le contraddizioni multiple fra peacebuilding e imperialismo, molti nostri associati si sono convinti che collaborando con i costruttori d’impero e “trapanando da dentro”, possono convertire una cultura di guerra e minacce di violenza in una cultura di pace.

Ci sono forse situazioni in cui si può venire finanziati dallo Zio Sam pur non ballando la sua musica. Ma il rifiuto protratto di molti sedicenti peacebuilder di accettare il fatto che il mantenimento di un impero costituisce un vero (e letale) problema sta ora generando attiva opposizione fra gli anti-imperialisti più consapevoli.

Che non tutti i pacifisti accettino l’inevitabilità dell’impero è sottolineato da recenti controversie come quella che coinvolge l’U.S. Institute of Peace, la cui mancata istituzione di un museo di pace promesso è considerata un tradimento dei suoi principii originari dagli attivisti antibellici più militanti. (Si veda l’articolo di Menachem Wecker “Il Museo della Pace che mai avvenne” nella Washington Post del 21 agosto 2021). A questo proposito, un libro che vale davvero la pena di leggere è The U.S Institute of Peace: A Critical History di Michael D. English, che racconta la storia della definitiva accettazione della logica del soft-power imperialista da parte di quell’istituzione.

Fra i promotori di pace e risoluzione dei conflitti c’è gran bisogno di permettere l’aperto affiorare di queste differenze e trattarle onestamente. Forse la controversia sulla fine della Guerra Afghana, il decline dell’impero anglo-americano, e i migliori metodi di risoluzione dei conflitti nel 21esimo secolo produrranno finalmente una miglior comprensione delle cause strutturali di violenza globale. Lo si può solo sperare.

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Richard E. Rubenstein è membro della Rete TRANSCEND per Pace Sviluppo Ambiente e professore di risoluzione dei conflitti e di faccende pubbliche al Centro Pace e Risoluzione Conflitti Jimmy and Rosalyn Carter dell’Università George Mason. Laureato all’Harvard College dell’Università di Oxford (studioso di Rhodes), e alla Scuola di Diritto di Harvard, Rubenstein è autore di nove libri sull’analisi e la risoluzione dei conflitti sociali violenti, i più recenti fra i quali sono Resolving Structural Conflicts: How Violent Systems Can Be Transformed (Routledge, 2017) e Post-Corona Conflicts: New Sources of Struggle and Opportunities for Peace. (autunno 2020

Original in English: Shall We Welcome the U.S./NATO Withdrawal from Afghanistan? TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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