(Italiano) Non c’è pace senza giustizia. Ma non c’è giustizia senza pace

ORIGINAL LANGUAGES, 14 Nov 2022

Enrico Peyretti | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

Hostomel’, Kyiv Oblast, Ukraine | Photo by Nick Tsybenko on Unsplash

Ho riletto l’articolo del 5 novembre su La Stampa, ripreso in parte dal sito Vita, di Francesca Mannocchi, che stimo, e mi permetto qualche annotazione. “Non c’è pace senza giustizia”, scrive l’Autrice in apertura e in chiusura. È verità indiscutibile: la pace è offesa non soltanto dal bombardare e uccidere, ma anche dall’ingiustizia: dominare, opprimere, sfruttare.

La violenza ha più forme: è bellica, armata, omicida, invasiva; ma c’è anche la violenza strutturale, incarnata nelle strutture economiche e sociali; e c’è anche, più profonda, la violenza culturale, quando è insediata nelle menti, nelle tradizioni onorate, nelle teorie, nelle antropologie che riconoscono fatale e insuperabile la violenza in tutte le sue forme.

La violenza bellica è la più visibile, fragorosa e dolorosa, ma la violenza più grave, più incistata nella storia umana è la violenza culturale, quella che accetta e naturalizza tutte le altre offese alla vita, quella che pensa inevitabile, ad un certo punto delle tensioni, la guerra.

“La pace sarà frutto della giustizia”: lo dice, nella Bibbia, anche il profeta Isaia (32, 15-17) e si trova nel salmo 85,11. Senza giustizia non c’è vera pace. Può esserci la pace d’imperio, che giustamente Bobbio, con Raymond Aron, giudica la peggior specie di pace: in realtà è violenza statica, stabilita, e non la pace che permette lo sviluppo della vita di tutti.

La pace sarà frutto della giustizia, ed è altrettanto vero che “la giustizia sarà frutto della pace”. Come si realizza la giustizia, per avere la pace? Quante volte abbiamo visto e sofferto la pretesa di fare giustizia coi mezzi della violenza, della guerra di persone umane contro persone umane! Lo abbiamo visto nel terrorismo, nel fanatismo, nei nazionalismi bellicosi, negli imperialismi, e il risultato è dominio e offesa, non è giustizia, e tanto meno pace. La via della giustizia è via di pace, di nonviolenza, di ragione e condivisione: “Giustizia e pace si sono abbracciate” (salmo 85,11)

“La via per la pace è la pace stessa” insegna Gandhi nelle sue azioni ed esperienze. Cioè, il mezzo deve essere omogeneo allo scopo e al risultato. Una pace senza violenza si ottiene solo con mezzi nonviolenti. La pace che risulta da una vittoria in guerra non può essere giusta. Perché la vittoria è l’imposizione al più debole della volontà del più forte e più distruttivo. La  guerra non può fare giustizia. “La guerra è l’antitesi del diritto”, l’antitesi della giustizia (Norberto Bobbio).  La pace sarà davvero giusta, frutto della giustizia, solo se cercata e raggiunta con i mezzi giusti, nonviolenti, umani, rispettosi e promotori della vita e della sua fioritura.

Con una guerra in corso, nelle auspicabili trattative dopo il cessate il fuoco, è davvero sempre male e viltà cedere su qualcosa per ottenere di più? Per ottenere la vita invece della morte, la possibilità di convivere su terre condivise, o su un confine-contatto, di transito invece che di muro armato. In tutte le guerre, se si fossero fatti più presto accordi di comune convenienza, anche minore della vittoria, si sarebbe sofferto e distrutto di meno, e sarebbe vera vittoria comune (win-win), quella non decisa dalle armi, ma dall’accordo.

Mi dispiace che l’Autrice attribuisca ai manifestanti per la pace del 5 novembre, fini egoistici (il caro-bollette!), e li veda come “tifosi della pace-come-resa dell’Ucraina”. Essere contro la guerra non è “sfilarsi” e abbandonare le vittime. Infatti, volere una politica di trattativa e mediazione è difendere la vita e poi anche i diritti dei civili oggi vittime di violenza. Ma di più: volere armi ferme e dialogo aperto, mediato da parti terze di buona volontà, è anche difesa di chi è usato come strumento di guerra. I soldati mandati ad uccidere ed essere uccisi sono esseri umani sacrificati all’idolo del potere! Si aiutano le vittime, tutte, da ogni parte, non col combattere e uccidere, ma anzitutto con lo smettere di uccidere.

Anch’io, nato nel ’35, ho visto da vicino, in casa, i volti oppressi dalla minaccia continua della guerra. Anche per questo preferisco qualunque difficile mediazione alla guerra, che è il peggiore terrorismo. Mai più possiamo sentir dire sacra e gloriosa, né giustificata, una guerra, noi viventi nel duemila, a quasi ottant’anni da Hiroshima e Nagasaki, che hanno rerso la guerra totalmente irragionevole: “alienum a ratione” (Giovanni XXIII) . Chi è morto e ha sofferto le guerre della storia affida oggi a noi il compito di abolire la guerra, ogni guerra. Nulla di meno. Nessuno ha un potere lecito per fare guerra.

Lo sappiamo: nella tragedia non c’è la soluzione perfetta. Si cerca la meno dolorosa e meno ingiusta. La vittoria con le armi omicide è pagata con dolore gravemente ingiusto e non assicura affatto un risultato giusto. Dice Simone Weil: “La verità e la giustizia fuggono dal campo del vincitore”.

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Enrico Peyretti è membro della Rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente.

 

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