(Italiano) Scienziati in affanno? Ai confini tra scienza, società e policy

ORIGINAL LANGUAGES, 14 Nov 2022

Elena Camino | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

Perché fidarsi della scienza?

Proprio in questi giorni, nell’ambito della vasta rassegna di ‘Biennale Tecnologia’ organizzata dal Politecnico di Torino (il 13/11), una nota studiosa americana, Naomi Oreskes, terrà una lezione dal titolo “Perché fidarsi della scienza?”.  Nella locandina di presentazione dell’evento si legge:

I medici sanno di cosa parlano quando ci dicono che i vaccini sono sicuri? Dobbiamo prendere alla let­tera gli esperti quando ci parlano del riscaldamento globale? Un’au­dace e convincente difesa della scienza ci svelerà perché gli aspetti sociali della conoscenza scientifica costituiscono il suo principale pun­to di forza e la motivazione per cui possiamo affidarci a lei.”

Naomi Oreskes, docente di Storia della Scienza, e docente di Earth and planetary Sciences alla Harvard University, si è occupata a lungo del tema della veridicità e affidabilità della conoscenza scientifica: nel libro ‘Mercanti di dubbi’ tradotto nel 2019 a cura delle Edizioni Ambiente, l’Autrice aveva descritto come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dai danni del fumo al riscaldamento globale, manipolando le proprie conoscenze e mettendole a disposizione delle industrie e dei decisori politici, allo scopo di screditare la comunità scientifica e costruire dubbi e incertezze. Nel 2021 è stato tradotto – presso la Casa Editrice Boringhieri – il suo ultimo libro, con il titolo ‘Perché fidarsi della scienza?’, ed è di questo argomento – sempre più attuale e problematico –  che la scienziata terrà la sua  lezione al Politecnico.

Il suo libro è stato accolto con favore dalla comunità scientifica: tra i commenti di esperti e studiosi ne seleziono uno, particolarmente ‘deciso’ nella sua affermazione: «In un’epoca di fake news e fatti alternativi, in cui le opinioni e l’ideologia vincono sull’evidenza empirica e sul metodo scientifico, come deve rispondere la scienza? Il titolo di questo libro incredibilmente importante pone una delle domande più urgenti del nostro tempo, perché se non ci fidiamo della scienza l’umanità è spacciata». (Jim Al-Khalili, Fellow of the Royal Society, fisico e autore di Il mondo secondo la fisica e La fisica del diavolo).

Scienziati in ‘affanno’?

Tra poche settimane (il 6 dicembre alle 17), presso la sede del Centro Studi Sereno Regis di Torino, alcune studiose e studiosi presenteranno un libro che è stato da poco pubblicato dalla casa editrice del CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche), all’interno della Collana editoriale ‘Scienziati in affanno?’.  Il titolo di questo volume – il primo della serie – è “Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche”.  Il testo è liberamente scaricabile dal sito: http://www.cnr.it/it/scienziati-in-affanno#1PNS. Come si legge in una delle prefazioni, le tre studiose ideatrici della Collana

hanno deciso di mettere assieme le loro diverse competenze per aprire uno spazio di osservazione sulle relazioni fra scienza, società e politica; uno spazio dove affrontare, condividere e dibattere studi e ricerche sui cambiamenti in corso nella produzione, nella applicazione e nella condivisione della conoscenza scientifica, mai come ora oggetto di discussione e ridefinizione pubblica. Il titolo della Collana invita, da un lato, a riconoscere l’affanno che a volte ricercatori e ricercatrici avvertono quando si trovano ad affrontare temi cruciali relativi al ruolo della scienza e della tecnologia per la società, specialmente nel dibattito pubblico; dall’altro, il punto di domanda apre al confronto e alla condivisione di idee, alla possibilità di cambiare prospettiva, per ragionare criticamente sul contributo che tutti possiamo dare per risolvere problemi che investono la società intera.

Gli scienziati sono in affanno perché sempre più spesso alla scienza viene chiesto di fornire risposte chiare ed univoche su questioni sanitarie o socio-ambientali, in contesti di per sé ad elevata complessità ed incertezza, ma in cui è urgente prendere decisioni o predisporre politiche regolatorie. Il coinvolgimento in processi decisionali su tali temi, che riguardano la vita di molte persone, pone a chi fa ricerca scientifica una sfida particolarmente difficile, per le implicazioni che tali tematiche hanno in termini di rischio, sicurezza e precauzione.

Da qui l’esigenza di nuovi approcci di indagine al confine tra scienza e politica. E da qui emerge l’idea che sia necessario prendere atto della pluralità di legittime prospettive in gioco nelle questioni in esame – sempre più complesse – e coinvolgere una cerchia più ampia di soggetti, anche esterni alla comunità scientifica: infatti n tutte le circostanze in cui i valori degli interventi sul piano sociale sono in discussione, la posta in gioco è alta e le decisioni urgenti, l’approccio scientifico tradizionale risulta inadeguato a fornire una conoscenza affidabile e obiettiva di supporto alle decisioni politiche.  Da questa consapevolezza emerge la proposta dell’approccio della scienza post-normale (PNS)[1], che è oggetto del presente volume.

Rispetto alla posizione di Naomi Oreskes, che difende criteri e metodi della scienza cosiddetta ‘normale’, nello scenario della scienza post-normale i criteri di selezione dei dati, le metodologie di indagine, le ipotesi adottate nei modelli sono operazioni valutative, nella consapevolezza che i processi decisionali non possono svolgersi solo tra tecnici ma devono includere il dialogo tra coloro che sono interessati alla questione e che sono impegnati a risolverla. Sono gli  ‘stakeholders’, portatori di interessi, le cui prospettive  ed esigenze devono essere ascoltate e possono contribuire ad elaborare gli esiti di ogni processo decisionale.

La proposta epistemologica della PNS consiste, quindi, in un allargamento dei soggetti legittimati a partecipare al processo di indagine: a definire il problema e ad elaborare risposte o soluzioni dovrebbe esserci, cioè, una “comunità estesa di pari” che includa, accanto agli esperti riconosciuti in una data materia, anche scienziati latori di prospettive minoritarie o di altri settori, cittadini interessati ed altri possibili portatori di interessi.

Una conoscenza ‘scomoda’?

Come sottolineano due delle autrici del libro, Alba L’Astorina e Cristina Mangia, a oltre trenta anni dalla sua prima formulazione la PNS ha raccolto intorno alle proprie idee una comunità multidisciplinare che dibatte sui suoi temi in convegni internazionali e nelle pubblicazioni della letteratura scientifica; ha ispirato politiche pubbliche e ha introdotto narrazioni alternative sull’uso della scienza nelle istituzioni europee.  L’approccio ha dato, inoltre, spunto a nuove pratiche di ricerca ed educative nei più vari ambiti disciplinari.

Silvio Funtowicz, che con Jerry Ravetz ha proposto la scienza post-normale all’inizio degli anni ’90 del 900, attualmente chiarisce non solo che cosa è, ma anche che cosa non è la scienza post-normale.

La scienza post-normale non è un nuovo metodo scientifico né un nuovo paradigma che cerca di diventare la nuova normalità scientifica. È un insieme di idee, concetti, intuizioni che hanno a che vedere con le pratiche della ricerca e della politica”.

Nonostante il suo testo fondante abbia migliaia di citazioni, e sebbene si moltiplichino le situazioni – reali e studiate – che si possono definire post-normali, la PNS continua a essere considerata una scienza scomoda, irritante e poco gradita a molti scienziati. L’attitudine della PNS a seminare dubbi senza offrire certezze rischia, secondo alcuni, di creare resistenze e generare ulteriore scetticismo, in un momento in cui la fiducia nel rapporto scienza – politica – società è profondamente messa in discussione dentro e fuori l’accademia e nelle istituzioni politiche.

Come osserva uno degli autori del libro, Andrea Saltelli, la PNS è una scienza umile, non solo perché afferma i limiti della sua applicabilità agli scenari in cui ricorrano le sue condizioni (incertezza, posta in gioco, pluralità di valori) ma anche perché si dichiara programmaticamente né indipendente dai valori né neutrale, rinunciando alla pretesa imparzialità del metodo e del sapere scientifico.

Su poche semplici idee la PNS offre certezze:

non è possibile separare i fatti dai valori; non è possibile osservare in maniera oggettiva la realtà; la scienza non può fornire da sola tutte le risposte alle sfide che caratterizzano il nostro tempo, ma deve creare alleanze con una comunità estesa di pari”.

Forse è questa dichiarazione di umiltà che la rende ‘scomoda’…

La scienza Post-Normale e il CSSR

Non ricordo di quale testo in particolare ci parlò Nanni Salio, allora Presidente del CSSR, dopo la pubblicazione dei primi libri e articoli firmati da Funtowicz e Ravetz (Uncertainty and Quality in Science for Policy, Springer 1990;  Uncertainty, complexity and post-normal science, Environmental Toxicology and Chemistry, Vol. 13, No. 12, pp. 1881-1885, 1994; Science for the Post-Normal Age, Futures, 25 (7), 739-755, 1993).  Lettore instancabile, Nanni esplorava con curiosità e passione pubblicazioni di discipline e argomenti diversi, di vari ambiti linguistici e culturali, ‘scovando’ continuamente idee, visioni, prospettive fuori dalle narrazioni mainstream. Con entusiasmo ci parlò di questi autori e tradusse in italiano parti dei loro testi, nella speranza (delusa) di trovare qualche editore disposto a pubblicarli.

Fu proprio in questi anni (1990 – 1995) che Nanni prese contatto con Jerry Ravetz e Silvio Funtowicz, dando avvio a una collaborazione che si sviluppò nei decenni successivi, e costituì l’impulso a incontri, seminari, convegni che fecero del CSSR un luogo di riflessione e approfondimento importante sulla PNS. Negli anni successivi l’approccio transdisciplinare della PNS favorì la collaborazione con IRIS, un piccolo Istituto di Ricerca Interuniversitaria sulla Sostenibilità, fondato nel 2003 sull’onda dell’entusiasmo da alcun* ricercatori e ricercatrici,  sia accademici che non accademici – persone provenienti da ambiti scientifici, umanistici, artistici, educativi e altri campi,  che condividevano un interesse comune nell’esplorazione di questioni relative al concetto di sostenibilità da un’ampia gamma di prospettive, oltre i confini disciplinari. Era l’ambiente ideale per sviluppare il percorso suggerito dalla PNS!

Tra le iniziative realizzate dal CSSR e IRIS ricordo – in particolare – un workshop realizzato nel dicembre 2007:  “Scienza e conoscenza come beni comuni per un futuro sostenibile”, una giornata di studio sul complesso processo di creazione, legittimazione e condivisione di conoscenze rilevanti nella definizione e nella gestione delle questioni socio-ambientali, complesse e controverse. Tra i/le partecipanti vi erano scienziati (Marcello Cini), artiste (O’Thiasos Teatro Natura), e giovani ricercatrici e ricercatori che ora ritroviamo tra le firme del volume ‘Scienziati in affanno’ (Ângela Guimarães Pereira, Laura Colucci, Alice Benessia).

Scienza post-normale e nonviolenza

Tra i dialoghi che la PNS ha avviato negli anni con tante persone e gruppi impegnati in ricerche e prospettive trans-disciplinari non poteva mancare, da parte del CSSR, uno sguardo alla nonviolenza. Nell’ambito di un ciclo di incontri organizzati dal CSSR – ‘FIORI DI PACE. La spiritualità della nonviolenza in sei autori contemporanei’ –  Silvio Funtowicz (28 aprile 2010) fu invitato a partecipare a una conversazione su   Ecologia, spiritualità e tecnoscienza: la scienza post-normale.

Al di là di questa specifica occasione, il tema della nonviolenza è stato chiamato in causa più volte da uno dei due Autori, Jerry Ravetz, che gli ha dedicato un articolo specifico[2].   Egli ci ricorda che fino a pochi decenni fa la ricerca scientifica veniva sviluppata entro uno scenario in cui il ruolo – il ‘compito’ – della natura “era quello di essere controllata, dominata, sfruttata o espropriata, essendo implicitamente considerata fonte infinita di materie prime, e pozzo infinito di discarica dei rifiuti.”   L’idea di rispetto o reverenza per la Natura era considerata un residuo di un vecchio modo di pensare.

E adesso, improvvisamente – ci fa notare Ravetz in questo articolo – scopriamo che la scienza non ci offre risposte – né semplici né risolutive. C’è dunque da chiedersi “se, e in quali modi, non sia la scienza a dover essere trasformata, se deve aiutarci nella ricerca della sostenibilità e sopravvivenza”.  La nostra civilizzazione basata sulle conquiste della scienza si trova di fronte a due contraddizioni. L’insostenibilità dello stile di vita della porzione benestante dell’umanità pone problemi etici in termini di diritti e povertà che la tecnoscienza non è in grado di risolvere.  Inoltre, ora che la scienza è uscita dalle mura dei laboratori, e modifica direttamente la vita della gente, l’economia, la natura, i suoi effetti non possono più essere controllati né predetti.  Viviamo consapevolmente in una età di ‘conseguenze non previste’, di ‘ignoranze ignorate’: non possiamo più praticare la solita scienza cui eravamo abituati.

Ravetz propone (e fa esempi) di una  progressiva trasformazione della coscienza tra gli scienziati,  in grado di aprire la strada a discorsi alternativi della scienza, in cui le problematiche etiche siano riconosciute e non – come adesso – ignorate o cancellate.  Tra i tanti possibili esempi che cita, Ravetz sceglie il pensiero di Gandhi, e propone una lista degli attributi della scienza basati sul concetto di ‘satyagraha’[3]. Essi includono: la consapevolezza della propria ignoranza e della propensione all’errore; la disponibilità ad apprendere da chiunque, esperto o cittadino qualunque; l’assunzione di responsabilità per le conseguenze non previste delle proprie scoperte o invenzioni; la possibilità di fare del male in nome del bene; riconoscere le contraddizioni in cui si viene a trovare chiunque debba confrontarsi con le pressioni del potere e della responsabilità…

Nel suo contributo al testo ‘Scienziati in affanno?’[4] Ravetz introduce un’altra parola che rimanda alla nonviolenza: è la parola ‘compassione’. Secondo Ravetz possiamo immaginare la complessità come una situazione in cui non esiste una prospettiva privilegiata nella ricerca della conoscenza. La consapevolezza di questo concetto apre la strada a un’euristica molto più ricca, che comprende il concetto di ‘contingenza’ (la particolarità di una situazione che si incontra quando si agisce), poi quello di ‘incertezza’, di ‘complessità’, poi di ‘contraddizione’ (nel senso di problemi, o sfide, che non possono essere risolte all’interno del paradigma esistente), e si conclude con la ‘compassione’.   Con ‘compassione’ – spiega Ravetz –

non intendo un’emotività nei confronti della sofferenza, ovunque essa si manifesti quanto piuttosto una consapevolezza che gli Altri, per quanto repellenti siano i loro punti di vista, sono esseri senzienti, che lottano come me, e che hanno anche la loro Storia.

Una carrellata transdisciplinare e una conversazione a più voci

Scorrendo l’indice di questo ampio e articolato testo, emerge una varietà di sguardi sulla scienza post-normale: dalla ricostruzione della storia ormai trentennale di questo approccio, alle sue applicazioni in diversi ambiti professionali (la sanità, l’educazione, l’ambiente…) alla diffusione in differenti contesti nazionali e internazionali. Una riflessione che sottende tutti gli interventi è la sfida a democratizzare la scienza, un passo necessario per rendere coerente la riflessione etica e praticabile la ricerca concreta di giustizia.

La parola ‘affanno’ nel suo duplice significato – letterale e metaforico – mi sembra molto adatta a ispirare non solo il mondo scientifico – ma la società tutta, a mettere in atto un personale e collettivo satyagraha.

Il 6 dicembre prossimo, dalle 17 alle 19,30, presso il Centro Studi Sereno Regis alcun* autori e autrici del libro Scienziati in affanno? converseranno con il pubblico, per illustrare la loro ricerca e condividerne i tanti interrogativi.

NOTE:

[1] Funtowicz S. & Ravetz J., Uncertainty, complexity and post-normal science, Environmental Toxicology and Chemistry, Vol. 13, No. 12, pp. 1881-1885, 1994.

[2] Ravetz, J., 2006. Towards a non-violent discourse in science. In Klein Goldewijk, B., Frerks, G. (Eds.), New Challenges to Human Security: Empowering Alternative Discourses, Wageningen Academic Press, Netherlands.

[3] La parola deriva dai termini in sanscrito satya, la cui radice sat significa Essere/Vero, e agraha. Le traduzioni italiane che più si avvicinano al significato di Satyagraha sono “vera forza”, “forza dell’amore” o “fermezza nella verità”. Il termine porta con sé l’idea di ahimsa, cioè assenza di danneggiamento. In Italia lo stesso concetto è identificato con il nome di Nonviolenza e ha visto le sue radici ad opera di Aldo Capitini. (dal Dizionario di italiano).

[4] Scienza post-normale: il nostro futuro. La scienza post-normale tra intuizioni originarie e prospettive future.

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Elena Camino è membro della rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente e Gruppo ASSEFA Torino.

 

 

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