(Italiano) ‘Ordine internazionale su base normativa’: nuova metafora per un primato geopolitico U.S.A.

ORIGINAL LANGUAGES, 7 Jun 2021

Richard Falk | Centro Studi Sereno Regis - TRANSCEND Media Service

Gli USA sono alla guida di una coalizione di governi impegnati per la democrazia e i diritti umani o di un’alleanza geopolitica?

Foto di Jackie Ramirez da Pixabay

3 Giugno 2021 – Il segretario di stato di Biden, Antony Blinken, ha fatto dell’adesione USA a un ‘ordine internazionale su base normativa’ il nucleo della politica estera americana. Che viene usata come spada contro Cina, Russia, e qualche altro paese antagonista di Washington per una varietà di ragioni. Sembra essere un aspetto di quel che Biden deve avere in mente quando parla di ‘ricostruire meglio’.   Ovviamente, parte di questa nuova ondata di ‘internazionalismo liberista’ americano serve a sfilarsi dalla buia eredità di nazionalismo sciovinista e di rapporti transazionali con i governi esteri lasciata dalla presidenza Trump.   Biden vuole invece riaffermare le pretese USA di essere un leader globale quasi che vivesse negli anni post-2^-guerra-mondiale. Trump era altrettanto intento al confronto verso la Cina che Biden/Blinken ma validava la sua diplomazia ostile e altisonante con sforzi esclusivi per avanzare con l’agenda politica USA d’interessi egoistici nazionali. Implicitamente, diceva agli alleati della Guerra Fredda Americana, comprese le democrazie europee, che avrebbero dovuto pagare la propria giusta quota se volevano che l’alleanza NATO Americana continuasse a provvedere alla loro sicurezza. L’approccio di Biden pare disposto a riacquisire la leadership globale investendo qualunque somma costi per mantenere il sistema di sicurezza globale americano di 800 basi [militari] per il mondo, flotte in ogni oceano, e un margine nell’armamento specifico risultante dalle innovazioni nella tecnologia cibernetica, nella robotica e nell’Intelligenza Artificiale.

C’è una certa sovrapposizione fra le politiche estere delle due presidenze; Biden come Trump ha ammesso che gli interventi per indurre cambiamenti di regime e l’occupazione prolungata di una società ostile nel sud globale ha finito per far registrare una serie di costosi fallimenti. Il ritiro di Biden dall’Afghanistan entro pochi mesi, senza badare agli ammonimenti del Pentagono, è stato un segnale che ci sarebbero meno ‘guerre perpetue’ nei prossimi anni. Una seconda convergenza col trumpismo è mantenere un bilancio militare gonfiato e spingere le vendite all’estero di armi, assicurando così il perdurare della articolarità equivoca di essere di gran lunga il principale investitore annuo al mondo nella predisposizione di capacità militari e l’attore dominante nel lucrativo mercato globale degli armamenti.

Dove Biden/Blinken divergono più marcatamente da Trump/Pompeo è riguardo alle pretese ideologiche e normative che hanno a che fare con la solidarietà con le democrazie e un robusto impegno per i diritti umani. Già prima del suo ingresso alla Casa Bianca, Biden aveva chiarito che la sua motivazione primaria in politica estera sarebbe stato condurre i governi di orientamento democratico in un [confronto] ideologico contro gli autocrati del mondo, uno schieramento che prometteva di essere divisivo e rischiare un secondo avvento di divisione del mondo da Guerra Fredda fra amici e nemici. Peggiore che la rivalità con i sovietici, tale nuova configurazione di conflitto rischia guerre calde e distoglie risorse ed energie in un periodo in cui altre necessità urgenti, soprattutto il cambiamento climatico, meritano di essere al centro delle preoccupazioni di sicurezza. In questo importante senso, Biden vive pericolosamente in un passato finito da tempo.

Inoltre, quando si esaminino criticamente i significanti della democrazia e dei diritti umani, salta fuori che riguardano in pratica più una propaganda ostile che l’espressione di impegni coerenti per forme democratiche di governance o rispetto per i diritti umani. Il criterio distintivo dell’affinità diplomatica è per Biden la disponibilità ad essere un partner condiscendente di alleanza, né più, né meno.

In tale luce che cosa dobbiamo farcene di questo linguaggio diplomatico che suona tanto idealistico? Considerandolo attentamente anche da una prospettiva favorevole, è nulla più che un modo di attrarre l’attenzione su una bipolarità normativa. Traccia una linea immaginaria fra democrati e autocrati, con USA e i loro alleati NATO in cima alle democrazie e Cina e Russia in tasta alle autocrazie. In termini esistenziali ci sono autocrati a pieno titolo ben accolti fra i democratici pur col loro curriculum autocratico — per esempio, Modi, Mohammed bin Salmon, al-Sisi, Bolsonaro, e a tal proposito Netanyahu.

Quando Israele si beffava in modo flagrante del dominio della legge nella sua recente operazione militare contro Gaza, gli Stati Uniti usavano la propria forza di pressione per bloccare gli appelli a una tregua al Consiglio di Sicurezza ONU dicendo mellifluamente al mondo che Israele ‘aveva diritto di difendersi’ trascurando i suoi atti provocatori (sfratti di famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, marce di coloni destrorsi protetti dalla polizia israeliana al grido di ‘Morte agli arabi’, l’interferenza con i fedeli alla moschea di al-Aqsa al culmine del Ramadan), che parevano intesi ad incitare Hamas ad attaccare con i suoi razzi primitivi che avrebbero fornito a Israele giusto quel tanto di copertura legale per lanciare una massiccia operazione militare che ha causato 20 volte il  numero di morti civili a Gaza rispetto agli israeliani uccisi dai razzi di Hamas. Con la verosimile congettura che un Netanyahu in brutte acque politiche interne abbia cercato la crisi con i palestinesi come modo per restare al potere dato che il pubblico israeliano ha sempre sostenuto i suoi dirigenti  allorché Israele sia impegnato militarmente.

Vivere in un ‘Ordine internazionale governato normativamente’?

Con un tale Quadro di fondo, ci si sarebbe aspettati che Biden e Blinken almeno accompagnassero il proprio entusiasmo per la diplomazia dell’alleanza con un linguaggio indicativo di rispetto per il diritto internazionale e di sostegno a un’ONU più forte. Una svista così ovvia che si deve dedurne che sia stata intenzionale. Il che ci porta a chiederci inoltre quale sorta di ‘ordine internazionale governato normativamente’ alternativo sia stata proposta. Un’ipotesi è che Blinken sia stato colpevole di un lapsus ripetuto, mentre intendeva come al solito ‘un mondo governato da un sovrano (=normatore)’ – ‘indovina chi?’. La prassi diplomatica in quest’inizio della politica di Biden rende tale riformulazione qualcosa in più di un gioco semantico.

Quando si tratti di Cina o Bielorussia, il loro comportamento giustifica un opportunistico suonare l’allarme per le loro presunte mancanza di osservanza delle norme del diritto internazionale. Sì, la Cina ha dichiarato un giudizio avverso alla Corte Permanente d’Arbitrato qualche anno fa riguardo alle dispute con le Filippine sulle risorse delle proprie isole nei Mari Cinesi Meridionali. Anziché fare della Cina un escluso, tale espressione di disprezzo per la decisione di un tribunale internazionale sembra indicare che si sia accodata al comportamento di altri membri del club geopolitico. Gli Stati Uniti si sono recentemente infischiati di istituzioni internazionali rigettando ufficialmente una decisione della Corte Penale Internazionale che asseriva la propria autorità legale d’indagare in ben fondati presunti crimini internazionali USA contro l’umanità in Afghanistan. Il motivo per sottolineare l’incoerenza nell’asserzione di Blinken sul ruolo USA è mostrare che l’impegno per un ordine internazionale basato su regole si fonda sull’ipocrisia morale, e dovrebbe essere percepito per quel che è, propaganda ostile.

Questo modo di vedere con un occhio solo è ancor più spudorato quando si tratti di diritti umani — quando i silenzi urlano e le grida vengono manipolate per mobilitare all’ostilità. Da Washington si sente forse delle tattiche gestionali da gangster di Duterte nelle Filippine o della negazione dei diritti ai musulmani in India, specialmente in Kashmir? Anzi, le lamentele assai meno gravi della popolazione di Hong Kong o del Tibet diventano una grossa preoccupazione di Washington e il trattamento degli uighuri in Xinjiang vengono incendiariamente descritti come ‘genocidio’.

I compiacenti media mainstream occidentali hanno doverosamente seguito le line guida non scritte in quanto a cancellazioni e squilli di tromba, mentre i programmatori del Pentagono e i militaristi dei think tank sollecitano il Congress ad aumentare le spese per armi, e sembrano gustare e prospettive di un confronto nelle acque che circondano la terraferma cinese, specialmente mettendo in risalto le minacce cinesi alla sicurezza di Taiwan e il fermo proposito USA di impegnarsi militarmente in risposta. Questo ethos guerrafondaio è evidente nella chiamata alle armi anziché una promessa solenne di evitare incidenti che potrebbero condurre a usare la forza stabilendo schemi congiunti di gestione della crisi.

Note conclusive

Questa enfasi su un mondo ‘governato da norme’ implicitamente esprime l’asserzione polemica che gli Stati Uniti si muovono secondo le regole mentre gli avversari no. Ma ciò che cosa può voler dire? Gli Stati Uniti hanno proiettato oltre confine più forza letale che qualunque altro stato nel corso degli ultiio 75 anni. Sono inoltre intervenuti ripetutamente lungo gli anni a scombinare democrazie e usare le proprie prerogative geopolitiche per bloccare e sanzionare forme democratiche di governance ove rifiutino la tutela USA o mostrino propensioni che possano essere censurate come ‘socialiste’. Le rivelazioni di Snowden indicano che gli USA hanno investito più pesantemente di qualunque altro governo del pianeta nello sviluppo di capacità di sorveglianza intrusiva. I precedenti USA di manipolazione di elezioni estere sono notori, e sono da tempo una parte ben nota del repertorio CIA.

Emergono parecchie conclusioni:

  • L’insistenza di Blinken sulle virtù di un mondo governato da norme non dovrebbe essere confusa con un impegno USA a condurre la propria politica estera in accordo col diritto internazionale:
  • Quando questo linguaggio di governo delle norme si usa per criticare il comportamento di altri, si sottintende l’asserzione fuorviante che gli USA si comportano secondo le norme, mentre i loro avversari no;
  • Si dovrebbe far pressione su Blinken affinché chiarisca il concetto e spieghi perché si trattiene da riferimenti al diritto internazionale e allo Statuto ONU descrivendo la politica estera USA;
  • Si dovrebbe sottolineare da parte di diplomatici stranieri e giuristi internazionali che l’unico legittimo ordine internazionale governato da norme è il diritto internazionale stesso, anche quando si critichino i suoi precedenti egemonici e la sua applicazione selettiva. E altre iniziative progressive della società civile dovrebbero usare il diritto internazionale, ove possibile, come strumento anti-egemonico per conto della giustizia globale.

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Richard Falk è membro della Rete TRANSCEND, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University,autore, co-autore o redattore di 60 libri, e conferenziere e attivista in affair mondiali. Nel 2008, the United Nations Human Rights Council (UNHRC) ha nominato Falk per sei anni United Nations Special Rapporteur su “la situazione dei diritti umani nei territori Palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, e insegna al campus locale di Studi Globali e Internazionali dell’University of California, e dal 2005 presiede il consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace Foundation. I suoi libri più recenti sono: On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization, and Disarmament (2019); ed Public Intellectual-The Life of a Citizen Pilgrim (memoirs-autobiography) (Clarity Press) Feb 2021.

Original in English: ‘Rule-Based-International-Order’: A New Metaphor for U.S. Geopolitical Primacy – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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