(Italiano) Elezioni israeliane 2022: una vittoria per i “coloni” colonialisti o per la lotta di Liberazione Palestinese?

ORIGINAL LANGUAGES, 21 Nov 2022

Richard Falk | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

Non c’è dubbio che le elezioni israeliane 2022 del 1°novembre [u.s.] saranno d’importanza durevole per il carattere evolutivo dello stato israeliano e per le prospettive di realizzazione dei diritti basilari per il popolo palestinese. Per porre la questione con più crudo realismo: i mesi e gli anni a venire riveleranno se Israele consolidi il suo status di stato coloniale mediante occupazione, o se al contrario la lotta palestinese mostri maggiore resistenza al dominio israeliano rafforzata da un movimento globale di solidarietà in via d’intensificazione per la vitalità aggiuntiva delle mobilitazioni propalestinesi in tutto il sud globale e un rinnovato sostegno in ambito ONU.

Dal lato d’Israele, la vittoria di Netanyahu in questo quinto tentativo del Likud nei quattro anni scorsi di fornire una guida al processo di governo israeliano. L’elezione non è mai stata consequenziale in quanto ai temi fondamentali d’immediata rilevanza per la gente palestinese. Un ampio spettro di cittadinanza ebraica dell’opposizione a Netanyahu capeggiata da Yair Lapid e Benny Gantz ha mantenuto le politiche e pratiche d’Israele che avevano condotto all’emergere di un consenso della società civile internazionale sulla colpevolezza d’Israele nell’imporre un regime d’apartheid per il controllo dei palestinesi.

Inoltre, al di fuori dell’ambito di contesa nell’elezione, c’era il mantenimento della partnership strategica con gli Stati Uniti e la perdurante diplomazia di normalizzazione iniziata alla fine della presidenza di Trump nel 2020. Le vedute conformi di Netanyahu erano state riassunte in modo convincente dal giornalista e apologeta israeliano Bret Stephens col seguente linguaggio pro domo sua: “Le sue vedute sui palestinesi riflettono un rassegnato consenso israeliano: la pace arriverà quando una futura generazione di capi palestinesi — non i teocrati di Hamas o i cleptocrati di Fatah — abbandoni il sogno di distruggere lo stato ebraico. Fino ad allora, Israele accetterà un infausto status quo come la migliore di brutte alternative”. [Stephens, NY Times, 8 nov. 2022]

Allora che cosa ha reso significativa questa elezione? Prima di tutto, la disponibilità del Likud di abbracciare una strategia elettorale basata su una coalizione con il Sionismo Religioso (SR), un partito politico ultranazionalista guidato da famigerati razzisti antipalestinesi, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. A Netanyahu ovviamente importava tanto riconquistare la guida d’Israele da accettare tali soci, il che indica fin dove arrivi il suo opportunismo.

È quasi certo che il gabinetto di Netanyahu conceda a RZ una legittimità e influenza senza precedenti, portando così ai supremi livelli governativi d’Israele veri e propri fascisti e disinvolti difensori del terrorismo di stato e civico. I capi di SR proclamano di essere pronti ad espellere definitivamente i palestinesi e addirittura gli ebrei che siano ritenuti, secondo i propri criteri estremisti, ‘sleali’ verso lo stato d’Israele.

Non solo, RZ propone l’annessione unilaterale della Cisgiordania e a volgere il fenomeno dei coloni violenti in attori liberi di commettere atti quotidiani di terrorismo ai danni di civili palestinesi. Untale ethos emana chiaro nella ricorrente salmodia stradale della potente fazione militante giovanile di RZ — ‘morte agli arabi’. Fino a poco tempo fa Ben-Gvir aveva un ritratto di Baruch Goldstein, autore del massacro di 29 musulmani oranti in moschea, appeso in soggiorno a Hebron. Possiamo presumere che tali vedute non siano del tutto non congeniali ai lealisti del Likud o allo stesso Netanyahu, che ha mostrato tendenze annessioniste, presuntuose (da “più giusto”), aggressive e razziste durante la sua lunga carriera politica.  Tendenze che paiono inibite solo dalle sue preoccupazioni pragmatiche per gli equilibri di potere e i rapporti con gli USA. Di fatto questi sono risaliti a nuove altezze di reciprocità durante le presidenze Trump/Biden, con il secondo che si descrive effettivamente come un sionista non-ebreo. Si può inoltre dare per scontato che Netanyahu beneficerà personalmente di quest’alleanza con SR dato che essa dà precedenza ad indebolire l’indipendenza dell’apparato giudiziario israeliano, che nell’ambito del loro ‘Piano di legge e Giustizia’ porterebbe al rigetto delle accuse di corruzione sospese da vari anni sul capo di Netanyahu.

Infine queste elezioni israeliane possono risultare importanti soprattutto perché danno un robusto sostegno indiretto al completamento del progetto ancora interminato di istituire Israele come ‘stato coloniale mediante occupazione’. C’è stato un fallimento generale da parte dei critici israeliani nel distinguere fra la realtà di uno stato coloniale mediante occupazione e l’aspirazione a stabilire e mantenere una tale sistemazione politica. Come teroico guida del colonialismo per occupazione, Patrick Wolfe, ha sottolineato che tale progetto cerca di sostituire la popolazione natia o di marginalizzarne del tutto l’esistenza.

Nonostante la Nakba, ossia catastrofe, e continui tentativi di sostituzione e marginalizzazione, il popolo palestinese resta una formidabile presenza demografica in Israele e nella Palestina Occupata, con una robusta storia di saldezza (ossia samud) in rapporto al proprio continuo sforzo esistenziale di por fine al tormento prolungato del soggiogamento e di mantenere il proprio diritto inalienabile di autodeterminazione.

In tal senso essenziale, Israele aspira a conseguire una realtà coloniale mediante occupazione ma non ha né completato il progetto secondo la modalità di stati come gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia, né abbandonato come l’Algeria e il SudAfrica. Israele ha imposto coercitivamente e asserito impudentemente la propria supremazia razziale nella sua Legge Base del 2018, ma rimane soggetto a una credibile sfida della resistenza palestinese, e non è stato in grado di sostituire o marginalizzare il popolo palestinese.

Eppure, l’esito elettorale israeliano assume una minacciosa importanza. Pur senza assumere il nome di SR, sembra verosimilmente impegnato ad intraprendere ulteriori passi verso il completamento del Progetto Coloniale degli Occupanti. Favorisce piuttosto la pulizia etnica in un’insistita riedizione dell’espulsione del 1948, la Nakba, e cerca inoltre di brigare per una fine dello status di ‘occupazione’ della Cisgiordania incorporandola in Israele in modo simile alle pretese di sovranità effettivamente fatte valere per Gerusalemme dopo la guerra del 1967. Resta da vedere quanto Netanyahu il pragmatista resista alla quasi certa intensa spinta ideologica a sostegno degli obiettivi programmatici di SR.

Certamente concederà terreno quanto basta se vuol restare al potere, ma quanto appunto e con quali effetti resta ignoto. Se si sommano i partiti molto religiosi Shas e Giudaismo della Torah Unito all’influenza esercitata da SR, il controllo della Knesset passerà decisamente dal sionismo secolare a quello religioso, con un implicito impegno collaterale a un esito coloniale per gli occupanti.

Ci sono due notevoli esempi di resistenza al colonialismo d’occupazione che meritano un esame da vicino: Algeria e SudAfrica. In ambo i casi la dominazione e lo sfruttamento colonialista furono accompagnati da un interesse alla marginalizzazione di fatto delle popolazioni natie. La presenza di coloni in Algeria fu forte, rappresentando a un certo punto 1/9 della popolazione francese, e generando gravi ansie razziste in Francia riguardo al trattamento degli algerini nativi alla pari coi cittadini francesi, una mossa progettata dai colonialisti a Parigi per attribuire qualche legittimità alla dominazione coloniale degli occupanti. [v. Joseph Massad, “Algeria, Israel and the Last European Settler Colony in the Colony in the Arab World,” Middle East Eye del 19.07.2022].

Analogamente in SudAfrica le aspirazioni d’insediamento coloniale della minoranza europea al potere, circa ¼ della popolazione complessiva, indussero all’istituzione di bantustan tribali che davano agli africani autonomia nominale entro enclave territoriali assegnate, tipicamente con terra agricola povera e ritenuta priva di risorse naturali di valore. Questi tentativi di stabilizzare e legittimare il colonialismo degli occupanti fallirono, soccombendo al flusso antirazzista e anti-coloniale della storia.  Israele è stato finora in grado di persistere come progetto coloniale mediante occupazione per la determinazione sionista e i benefici della muscolarità geopolitica e geo-economica occidentale. Tuttavia il percorso per la liberazione palestinese è lungi dall’essere giunta a un punto morto.

Parecchi fattori, fra cui anche di precedenti alle elezioni israeliane, suggeriscono che un mutar di vento politico verso le aspirazioni palestinesi potrebbe non essere un sogno vacuo. Fra questi, dei ripensamenti nel mondo arabo sui benefici netti degli accordi di normalizzazione, un riaccendersi d’interesse per le Proposte di Pace Arabe del 2002 avanzate dal re Abdullah dell’Arabia Saudita, e una Risoluzione dell’Assemblea Generale ONU con un intenso sostegno, a condanna di sviluppo, detenzione e possesso di armi nucleari al di fuori dell’ambito normativo del Trattato di Non-Proliferazione [v. Risoluz.Ass.Gen.ONU A/C.1/77/L.2, 152-5 del 25.10.2022].

Senza dubbio, il più influente di questi sviluppi preelettorali utili alla lotta palestinese è stato lo storico Primo Rapporto di Francesca Albanese nel suo ruolo di nuova Rapporteur Speciale ONU per la Palestina Occupata, che offre un’analisi convincente del perché la negazione dei diritti palestinesi all’auto-determinazione sia una tale trasgressione fondamentale alla giustizia e agli obblighi legali [A/77/356 del 21.09.2022].

Le elezioni in sé, pur probabilmente non tali da indebolire a breve il sostegno a Israele fra i governi occidentali, avranno probabilmente un effetto galvanizzante sugli attori della società civile, comprese le comunità di fede e i sindacati dei lavoratori. L’immaginario anti-arabo, anti-islamico è diventato più vivido a causa della prominenza di SR e delle posture aggressive di Netanyahu presumibilmente motivate dalla sua ultima opportunità di enfatizzare la sua eredità col solidificare la dominazione israeliana e la sua presa territoriale calpestando ulteriormente i diritti basilari dei palestinesi che vivono sotto occupazione.

Al momento, la maggiore incognita col potenziale trasformativo per promuovere la lotta palestinese è il possibile risveglio del Sud globale alla constatazione che finché l’autodeterminazione palestinese non sia compiuta, il movimento anticoloniale non ha terminato la sua opera di metter fine al colonialismo europeo.

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Richard Falk è membro della Rete TRANSCEND, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University,autore, co-autore o redattore di 60 libri, e conferenziere e attivista in affair mondiali. Nel 2008, the United Nations Human Rights Council (UNHRC) ha nominato Falk per sei anni United Nations Special Rapporteur su “la situazione dei diritti umani nei territori Palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, e insegna al campus locale di Studi Globali e Internazionali dell’University of California, e dal 2005 presiede il consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace Foundation. I suoi libri più recenti sono: On Nuclear Weapons, Denuclearization, Demilitarization, and Disarmament (2019); ed Public Intellectual-The Life of a Citizen Pilgrim (memoirs-autobiography) (Clarity Press) Feb 2021.

Original in English: 2022 Israeli Elections: A Victory for Settler Colonialists or for the Palestinian Liberation Struggle? – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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