(Italiano) I frutti avvelenati della violenza–Come uscire dall’impotenza?
ORIGINAL LANGUAGES, 9 Mar 2026
Angela Dogliotti Marasso | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service
– La mattina del 28 febbraio è avvenuto il temuto attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in aperta violazione della legalità internazionale. Un ulteriore, pericolosissimo passaggio, verso il caos e la guerra permanente poiché, come scrive Luigi Ferraioli su il Manifesto (1° marzo 2026), «questa guerra è stata la proclamazione ufficiale, da parte della potenza militare più grande del mondo, della legge del più forte quale norma fondamentale dei rapporti internazionali», il che fa regredire l’umanità «allo stato di natura» della guerra di tutti contro tutti.
È solo l’ultimo atto di un folle percorso, accelerato dalla presidenza Trump che sostiene e appoggia il governo Netanyahu nelle sue scelte genocidarie.
Ma come è possibile che alla massima carica degli Stati Uniti possa essere arrivato un personaggio come Trump?
Da dove vengono questo sfacciato rifiuto delle regole, un accentramento del potere senza limiti, la conseguente delegittimazione delle istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, sostituite da organismi privati come il Board of Peace, la rivendicazione del diritto di imporre i propri interessi e la difesa del proprio “spazio vitale” su tutto il continente americano, da cui l’attacco al Venezuela, lo strangolamento di Cuba, le minacce a Colombia e Messico, le pretese su Canada e Groenlandia e, ora, la seconda aggressione all’Iran dopo pochi mesi dalla prima?
E, all’interno del paese, da dove vengono le crudeli politiche antimigratorie, con la deportazione sommaria, la detenzione arbitraria, la disumanizzazione dell’altro come nemico, l’invocazione dell’Insurrection Act del 1807 per impiegare l’esercito in operazioni di ordine pubblico? Come si può spiegare, in generale, l’emergere di uno «stato globale securitario che cerca di normalizzare uno stato di eccezione a scala mondiale, dove i concetti di diritto e libertà, che erano inseparabili dal progetto della modernità, rimangono sospesi», come dice Achille Mbembe, nell’intervista a cura di A.Fernandez-Savater, pubblicata su Comune-info nell’agosto del 2016?
C’è qualcosa che non torna nella narrazione prevalente che vede questi fenomeni come parentesi in un contesto di generale e progressivo sviluppo di civiltà. Sembrano, piuttosto, l’autobiografia di una nazione profondamente contaminata dal virus della violenza, paragrafando Gobetti nella sua interpretazione del fascismo.
Se si percorre anche sommariamente la storia degli Stati Uniti balzano infatti subito agli occhi almeno due fenomeni di una violenza devastante: la conquista del West con lo sterminio delle tribù indiane native e lo schiavismo. È su questa violenza strutturale che si è costruita la società nord-americana, che non a caso prevede nella sua Costituzione il secondo emendamento, che protegge il «diritto dei cittadini di detenere e portare armi».
Ma tutto ciò mi sembra la punta dell’iceberg che ben esprime la drammatica distopia cui stiamo assistendo a livello globale: al prevalere di una politica di potenza in difesa di un disordine economico che tutela gli interessi di ristrette minoranze si accompagna una piena e ulteriore rilegittimazione della guerra come unica prospettiva per gestire i rapporti tra interessi confliggenti e dunque la degenerazione dei conflitti in guerre devastanti, la militarizzazione delle società, l’emergere di una cultura di violenza e sopraffazione a tutti i livelli, una crisi della democrazia costituzionale con tendenze all’accentramento del potere , di cui anche il caso della riforma della giustizia in Italia è un esempio.
Quanto avviene in modo scoperto e plateale negli USA, si manifesta anche in diversi modi nelle nostre società europee, facendo emergere i frutti avvelenati di un passato che ha nella pratica del dominio coloniale la cifra del rapporto tra l’Occidente e il resto del mondo ed evidenziando le tracce di una cultura profonda che il filosofo Giuliano Pontara ha connotato come tendenze naziste della nuova barbarie del XXI secolo. Tendenze che si esprimono in una visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la sopravvivenza, nell’affermazione del diritto assoluto del più forte (si pensi al suprematismo bianco e al razzismo che sta emergendo dagli Epstein Files…), nello svincolamento della politica da ogni limite morale.
Certo l’Occidente non è solo questo (e diverse forme di violenza e oppressione sono diffuse a ogni latitudine). In parallelo e in contrasto con queste tendenze si sono sviluppati antidoti che hanno cercato di contenere la violenza e promuovere una diversa visione antropologica e sociale. In primo luogo il Diritto, da cui il Costituzionalismo e la nascita di organismi come le Nazioni Unite, a livello istituzionale, e lo sviluppo di movimenti di opposizione dal basso, dal movimento operaio a quello ambientalista a quello femminista e antimilitarista, che hanno agito il conflitto in modo prevalentemente nonviolento.
Se gli Stati Uniti sono il paese del genocidio indiano, sono anche il paese di Jane Addams, di Martin Luther King, di Dorothy Day, della lotta contro la guerra del Vietnam e oggi della resistenza civile di Minneapolis, così come, nel cuore dell’impero coloniale inglese è nata una figura come quella di Gandhi, o nel Sudafrica dell’apartheid quelle di Mandela e di Desmond Tutu.
In questi ultimi mesi abbiamo assistito a grandi manifestazioni, ad azioni coraggiose e determinate come quelle della Global Sumud Flottilla in difesa del popolo palestinese, a strategie di difesa civile, protezione degli immigrati e contenimento della violenza contro l’azione dell’ICE negli Stati Uniti . Sono segnali di speranza, che però necessitano di intelligenza politica e forza morale per non disperdersi e di organizzazione che dia stabilità, continuità e perseveranza.
Tutto ciò richiede una visione di futuro, una prospettiva di cambiamento che sappia individuare gli obiettivi e praticarli in modo concreto ed efficace. Servono strutture che possano accogliere esperienze e costruire reti per sviluppare comunità forti e capaci di democratizzare la politica dal basso . Serve soprattutto un lavoro capace di incidere su una trasformazione della cultura profonda, radicato in pratiche che sappiano prefigurare nel qui e ora l’alternativa a livello relazionale, socio-politico ed economico. Sono molte le esperienze dal basso che si muovono in questo senso, ma devono essere sostenute , moltiplicate e messe in relazione tra loro.
In questo contesto di disperante trionfo di una politica di dominio non è facile percorrere queste strade, ma sono le uniche via di uscita.
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Angela Dogliotti Marasso è membro della Rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente e direttrice del Centro Studi Sereno Regis a Torino.
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