(Italian) UniCredit, Finmeccanica, i capitali libici e le armi italiane a Gheddafi

ORIGINAL LANGUAGES, 7 Mar 2011

Giorgio Beretta - Unimondo

Pare si sia risolto il mistero della scomparsa del vicepresidente di UniCredit, il libico Farhat Omar Bengdara, governatore della Central Bank of Libya che nei giorni scorsi era stato dato dai vertici della banca come non ritracciabile. La Central Bank of Libya rappresenta oggi un partner strategico per l’istituto di credito di Piazza Cordusio: ha in portafoglio, infatti, il 4,99% dell’azionariato di UniCredit e insieme alla Libyan Investment Authority (LIA) – che detiene il 2,59% di Finmeccanica di cui è il secondo azionista – ha raggiunto il 7,58% del capitale di UniCredit.

Che effetti ha avuto la partecipazione libica nella maggiore banca italiana (UniCredit) e nella principale holding del settore militare italiano (Finmeccanca)? Per capirlo è utile considerare tre elementi: 1) la recente modifica delle direttive di UniCredit riguardo al settore degli armamenti; 2) l’incremento delle esportazioni militari di Finmeccanica verso la Libia tanto da fare dell’Italia il primo fornitore europeo di armi al regime Gheddafi; 3) la scomparsa, con l’insediamento dell’attuale governo Berlusconi, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio sull’export di armamenti del dettagliato elenco delle singole operazioni svolte dagli Istituti di credito riguardo ai servizi e ai finanziamenti per l’esportazione di armamenti.

UNICREDIT, I FONDI LIBICI E LE POLICY ARMAMENTI

Il progressivo incremento della quota della banca libica, insieme a quella del fondo sovrano libico LIA, offre una chiave di lettura delle modiche che UniCredit ha apportato alla propria policy sugli armamenti. A partire dal 2007 (acquisizione di Capitalia) UniCredit ha, infatti, progressivamente modificato in modo radicale la propria policy sugli armamenti: la banca è passata dal “disimpegno” dal settore annunciato nel 2000 al riconoscimento che “alcuni tipi di armi sono necessarie al perseguimento di obiettivi legittimi, accettati dalla comunità internazionale”. L’ultima e più recente dichiarazione è arrivata pochi mesi fa, a fine dicembre, quando UniCredit (in cui i fondi libici erano saliti al 7,58%) ha reso nota la nuova “posizione” per il settore della difesa. Ma andiamo con ordine.

  • Anno 2000: Gruppo Unicredito Italiano: “Armi: il nostro disimpegno”
    Nel “Bilancio Sociale Ambientale 2000” il gruppo UniCredit dedicava un ampio capitolo alla questione titolandolo “Armi: il nostro disimpegno” (p. 78). In una premessa la banca spiegava che tale scelta “apparentemente motivate esclusivamente da istanze sociali ed etiche, possa avere una risposta positiva dal mercato, sia da parte della clientela che da parte degli investitori” (p.76). Nello specifico la Direzione della Capogruppo invitava le banche del gruppo “a disporre la sospensione, con decorrenza immediata, di ogni facoltà delegata per interventi creditizi in favore di aziende che si occupano di produzione e commercializzazione di armi e prodotti connessi” (p. 78). Il medesimo Bilancio, inoltre, a proposito del “Ruolo e missione di UniCredit nella nuova Europa” afferma che “la Divisione ha ritenuto necessario estendere anche alle consociate estere la regola (già applicata nel resto del Gruppo) di eliminare nel corso del tempo l’attività creditizia nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente coinvolti nel commercio delle armi” (pg. 143).
  • Anno 2007: Unicredit acquisisce Capitalia e i fondi libici
    Il 20 maggio 2007 i Consigli di Amministrazione di Unicredit e Capitalia, riunitisi a Milano e Roma rispettivamente, approvavano il progetto di fusione per incorporazione di Capitalia S.p.A. in UniCredito Italiano S.p.A. La fusione si è realizzata il 1º ottobre 2007. Il nuovo istituto bancario viene denominato Unicredit Group. Nota: in Banca di Roma, fin dalla privatizzazione nel 1997 era presente una quota di fondi libici (il 3%), quota poi salita fino al 5% nel 2003 con la nascita di Capitalia. Un posto speciale nel CdA della banca capitolina era riservato a Ahmed Menesi, l’allora governatore della banca Centrale libica. Nel 2003, il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi aveva addirittura creato per il banchiere libico un posto ad hoc: la figura di consigliere di “comprovata esperienza bancaria”, riconoscendo così “un ruolo di primo piano ai libici della Lafico, che sono un’azionista importante con una quota del 3%”.
  • Anno 2007: Primo annuncio di modifica della policy sugli armamenti
    E proprio nel 2007 arriva l’annuncio di una modifica della policy di UniCredit sugli armamenti. Nel “Bilancio di Sostenibilità 2007” il gruppo UniCredit – dopo aver affermato che “La globalizzazione e la società moderna ridisegnano rapidamente i confini tra paesi, industrie e popoli, quando addirittura non li eliminano” definisce come “irresponsabile” il “non riconoscere come alcuni tipi di armi siano necessari al perseguimento di obiettivi legittimi accettati dalla comunità internazionale, quali le missioni di pace e la difesa nazionale (p. 65). Il gruppo preannuncia quindi le linee di una nuova politica per il settore degli armamenti fondata su “due solidi ed imprescindibili principi” e delinea chiaramente quattro “principali criteri” senza però fare alcun riferimento al precedente “sganciamento” dal settore dell’esportazione di armamenti. Infatti, pur sottolineando che l’industria della difesa “non rappresenta un settore significativo delle proprie attività” – il Gruppo afferma che “al crescere delle nostre dimensioni, degli ambiti operativi e delle complessità, aumentano le probabilità di sviluppare rapporti di affari con grandi conglomerati, attivi anche nel settore della difesa”. Anche quelli libici?
  • Anno 2008: “Trattato d’amicizia Italia-Libia”, la Central Bank of Lybia acquisisce il 4,23% di UniCredit che annuncia una nuova policy armamenti
    Nell’agosto del 2008 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e leader libico Muammar Gheddafi firmano Bengasi il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia”. Due mesi dopo, il 16 ottobre UniCredit apre a banche e fondi libici: la Central Bank of Libya (Cbl), la Libyan Investment Authority (Lia) e la Libyan Foreign Bank (Lfb) annunciano di aver acquisito sul mercato una quota ulteriore che consente loro di raggiungere il 4,23% del capitale del gruppo UniCredit. La notizia è “salutata positivamente” dai mercati tanto che il titolo della banca, che in mattinata aveva perso il 13%, nel pomeriggio sale del 3,7%: da gennaio l’istituto guidato da Alessandro Profumo era sceso del 62% bruciando circa 48 miliardi di euro.
    I nuovi e freschi capitali accelerano anche il processo di revisione di UniCredit riguardo alle sue politiche in tema di difesa e armamenti nonché di energia nucleare, il “Bilancio di Sostenibilità 2008” segnalava come nel corso dell’anno il Gruppo UniCredit si sia consultato “con numerosi esperti esterni del settore, rappresentanti del mondo imprenditoriale e ONG” e di aver avviato “una fase di revisione e rafforzamento” di entrambe le politiche (p. 38). “Nel mese di gennaio – riporta il Bilancio – si è tenuto un incontro con un gruppo internazionale di ONG in vista dell’aggiornamento della nostra politica sulla difesa e gli armamenti”. Il Gruppo, quindi, ha aperto una fase di “revisione e rafforzamento” in vista “dell’aggiornamento della nostra politica sulla difesa e gli armamenti”. Tale processo – annunciava il Bilancio 2008 – si avvierà alle consultazioni finali nel corso del 2009” (p.39).
  • Anno 2009: Farhat Omar Bengdara nominato vicepresidente di UniCredit che approva, ma non rivela, la nuova “policy sugli armamenti”
    Dall’ottobre del 2008, con l’acquisizione della seconda quota di maggioranza in UniCredit, la Central Bank of Libya comincia a chiedere un posto nel consiglio d’amministrazione della banca di piazza Cordusio. Lo ottiene nell’aprile del 2009 quando il governatore della banca libica, Farhat Omar Bengdara viene nominato vicepresidente e – si noti – “Membro del Comitato Permanente Strategico”.
    Intanto il “Bilancio di Sostenibilità 2009” segnala che il Gruppo ha “ultimato la fase di revisione” delle politiche in tema di difesa e armamenti (p. 21). Inoltre più avanti, nel contesto dell’“Aggiornamento su prodotti e politiche in ambito di Responsible Lending”, il Bilancio riporta che “nel 2009 il Comitato rischi del Gruppo ha formalmente approvato la policy modificata in tema di energia nucleare e quella relativa all’industria della Difesa/Armamenti, distribuendole alle società del Gruppo per l’adozione formale” che il Gruppo provvederà “a comunicare i contenuti principali di tali politiche, pubblicandole sul proprio sito web nel corso del 2010” (p. 57).
  • Anno 2010: I fondi libici salgono al 7,58% di UniCredit. Profumo se ne va e la nuova policy sugli armamenti diventa solo una “dichiarazione”
    Nel settembre del 2010 la Libia prosegue nella politica di investimento in UniCredit e la Lybian Investment Authority (LIA) acquista sul mercato un altro mezzo punto percentuale, salendo così dal 2,075% (acquistato il 3 agosto) al 2,59 per cento che – porta le banche e i fondi del colonnello Gheddafi a detenere complessivamente il 7,58% del capitale di UniCredit. Sul bliz estivo la Consob afferma di voler vederci chiaro sebbene la partecipazione sia spaccata tra due entità formalmente distinte: la Banca centrale libica che detiene il 4,99% e la Libyan Investment Authority, il fondo governativo che a inizio agosto ha comunicato di aver superato la soglia rilevante con una partecipazione del 2,075%. L’operazione non piace agli altri investitori e il 21 settembre 2010 l’amministratore delegato di UniCredit, Alessandro Profumo, viene sfiduciato dal consiglio d’amministrazione riunitosi in seduta straordinaria.

Quasi allo scadere dell’anno, il 21 dicembre, UniCredit pubblica sul proprio sito non l’annunciata “policy” bensì una più modesta “dichiarazione” della posizione del gruppo per il settore della difesa (in .pdf). La dichiarazione ribadisce in gran parte quanto affermato dal gruppo fin dal 2007 (fusione con Capitalia e partecipazione libica), ma soprattutto si distingue per tre mancanze rispetto agli annunci precedenti:

1) Mentre tra i quattro criteri presenti nel “Bilancio di Sostenibilità 2007” la banca annoverava la necessità di “evitare, a causa dell’assenza di regolamentazioni internazionali, qualsiasi rapporto con controparti che producono, curano la manutenzione o commerciano in armi piccole o leggere (p. 65) nella recente “dichiarazione” questo criterio è del tutto scomparso.

2) Al di là dell’esclusione di Paesi che non ottemperano ai principali Trattati e alle principali Convenzioni Internazionali in materia di armi (nucleari, chimiche e biologiche, convenzionali, missili, piccole armi, armi leggere e prodotti dal duplice utilizzo), del finanziamenti a società che “producono, curano la manutenzione o commerciano armi controverse o non convenzionali” (nucleari, biologiche e chimiche di distruzione di massa, bombe a grappolo, mine e uranio 238e di “commercianti d’armi” (wholesale arms merchants) l’unico criterio restrittivo che di fatto UniCredit pone riguarda “i destinatari o utenti di armi” che “devono essere governi, organizzazioni governative, società statali o organizzazioni sopranazionali” ad unica condizione che “forniscano garanzie credibili sul fatto che le armi non siano trasferite a terzi o in altri paesi”. Dov’è l’annunciato “rafforzamento?”

3) Nessun impegno nel campo della trasparenza. Mentre ormai i principali istituti di credito italiani (IntesaSanpaolo; Monte dei Paschi; UBI Banca, ecc.) da anni pubblicano nei loro Bilanci Sociali dettagliati resoconti delle proprie attività in linea con le direttive che si sono dati riguardo al settore degli armamenti e del finanziamento all’industria militare, la “dichiarazione” di UniCredit non dice nulla in proposito, nemmeno per quanto concerne la trasparenza e la rendicontazione sulle attività svolte o in atto per l’esportazione di armamenti convenzionali (ex lege 185/1990).

Una dichiarazione alquanto debole, riduttiva rispetto agli annunci riportati nei Bilanci sociali di UniCredit che rappresenta un’ampia – ma non migliorativa – “revisione” degli impegni già assunti dal gruppo senza manifestare alcun “rafforzamento” in materia.

Prima conclusione: All’aumentare dei fondi libici in UniCredit, il gruppo bancario ha allargato le maglie della propria partecipazione nell’industria degli armamenti. Mera coincidenza?

FINMECCANICA, I FONDI LIBICI E LE ARMI ITALIANE A GHEDDAFI

Nel frattempo, come Unimondo ha per primo ampiamente documentato, l’Italia è diventata il primo esportatore europeo di armi al regime di Gheddafi: nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Si tratta di forniture quasi tutte riconducibili alle ditte del gruppo Finmeccanica: elicotteri militari dell’Agusta Westland, aeremobili dell’Alenia Aeronautica, velivoli della Alenia Aermacchi, sistemi missilistici della MBDA Italia per citarne solo alcuni.

Seconda conclusione: All’aumentare dei fondi libici in Finmeccanica sono aumentate anche le esportazioni di armamenti e di sistemi militari verso il regime del colonnello Gheddafi. Mera coincidenza?

GOVERNO BERLUSCONI E RIDUZIONE DELLE INFORMAZIONI

Intanto, con l’insediamento dell’attuale governo Berlusconi, dalla Relazione annuale della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni di armamenti è stato sottratto il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito relativo alle esportazioni di armamenti. Si tratta di un elenco – presente fin dalle primissime relazioni – che dettagliava tutte le operazioni (valore e compensi di intermediazione) svolte dalle banche verso i singoli paesi per conto delle ditte esportatrici di armamenti loro clienti. Tutto questo ha reso impossibile verificare l’attività delle banche nel settore. Un fatto ripetutamente denunciato dalla Campagna di pressione alle “banche armate” anche con lettere ufficiali indirizzate alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri competenti, che però non hanno mai avuto risposta.

Terza conclusione: Al rafforzarsi dell’amicizia col colonello Gheddafi, il governo Berlusconi ha ridotto la trasparenza nel settore dell’esportazione di sistemi militari. Mera coincidenza? A questo punto le coincidenze cominciano ad essere tante. Troppe.

PER APPROFONDIRE:

Chiara Bonaiuti e Giorgio Beretta (a cura di), Finanza e armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale, Edizioni Plus – Pisa University Press, Pisa 2010, pp. 304, € 19,00

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