(Italiano) Intervista con Vandana Shiva

ORIGINAL LANGUAGES, 4 Oct 2021

Vandana Shiva | Centro Studi Sereno Regis - TRANSCEND Media Service

30 Settembre 2021 – In prossimità dell’inizio della terza edizione del Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile proponiamo un’intervista con Vandana Shiva tratta da un video pubblicato in inglese dall’agenzia di stampa Pressenza come testo di riflessione e di sintesi su temi che saranno affrontati da diverse angolature nelle giornate del Festival.

Vandana Shiva – Foto: Stephan Röhl | Fonte: Flickr.com Heinrich-Böll-Stiftung CC BY-SA 2.0

Donne che costruiscono il futuro. Intervista con VANDANA SHIVA – India

Juana Pérez (JP) – intervistatrice, Pressenza: Car* amic*, come potete vedere siamo qui con Vandana Shiva. È una nota pensatrice, scrittrice, fisica, attivista, ecofemminista, con milioni di persone in tutto il mondo che seguono le sue proposte. Occorrerebbe tutta l’intervista per elencare tutti i suoi lavori e i progetti in cui è coinvolta.

Tu lavori sia a livello di base sia governativo. Ti sei opposta al potere denunciando importanti aziende. È difficile elencare tutto quello che hai fatto; in una parola, vorremmo che tu ci dicessi che cosa hanno in comune tutte le cause che difendi.

Vandana Shiva (VS): Tutto ciò su cui lavoro sorge da dentro di me, come l’amore per la vita e l’amore per la libertà, indipendentemente da ciò di cui si tratta: la difesa di una foresta, la difesa delle  sementi, stare con le mie sorelle donne, con i contadini, difendere la terra o il suolo. Tutto è difesa della vita  che origina dall’amore e difesa della libertà che origina dalla non libertà.

JP: Parli di decolonizzazione, contrapponi l’ecofemminismo al patriarcato capitalista e parli di decolonizzare la natura, le donne e il futuro.

VS: Se ci pensi, gli stessi processi di colonizzazione, che è il progetto del patriarcato capitalista, colonizzano la natura, trasformano la terra da bene comune a proprietà privata, trasformano le sementi da bene comune a proprietà intellettuale, trasformano gli umani da esseri autonomi a utenti di algoritmi e di macchine.  Al cuore della colonizzazione sta l’arbitrio di costruire recinzioni a delimitare la terra bene comune. La colonizzazione della natura è strettamente collegata alla colonizzazione delle donne. Esattamente come la madre terra (earth) – terra mater – fu trasformata in terreno (land) – terra nullius, terra di nessuno – la colonizzazione delle donne le trasformò da esseri autonomi, produttivi, creativi, che sostenevano l’economia e la società, in corpi vuoti, oggetti da sfruttare.

Tutto il lavoro che facciamo, tutta la creatività, tutta la conoscenza che abbiamo furono trasformati in non-lavoro e non-conoscenza. Questi processi di colonizzazione della natura e delle donne minano alla base le fondamenta stesse della vita. Quando sfrutti eccessivamente un fiume, lo stai uccidendo. Ma questo fiume è l’acqua per la gente di oggi e di domani. Quando, per avidità e cecità, bruci combustibili fossili e usi prodotti chimici in agricoltura, ed emetti il 50% dei gas serra che causano il cambiamento climatico, stai rubando il futuro alle nuove generazioni. È per questo che le giovani generazioni sono molto consapevoli della crisi climatica e ci sono movimenti come Fridays for Future. Ma ciò che ancora manca è l’interconnessione fra  le diverse colonizzazioni. Il giorno in cui l’umanità si sveglierà e si accorgerà di questo, il potere della terra e il potere del popolo formeranno un potere creativo che sarà assolutamente inarrestabile per portare il cambiamento.

JP: Ne parleremo anche più avanti, ma hai detto che si tratta di qualcosa che viene dal di dentro in difesa della vita. Hai avuto una o più esperienze sia a livello interiore sia nelle tue relazioni con le persone che ti ha portato a diventare un’attivista in difesa della vita o c’è stato qualcosa o qualcuno che ha provocato una svolta e ti ha fatto impegnare in questi movimenti?

VS: La mia formazione di base è in fisica e conseguii il mio dottorato sulla teoria quantistica. La mia formazione intellettuale, quindi, è la non-separazione, tutto è interconnesso. La formazione intellettuale è un potenziale. L’idea che le donne siano biologicamente inferiori è creata essenzialmente dal patriarcato capitalista. Le donne devono avere ruoli importanti nell’economia, nella democrazia, nella cultura. Quindi la questione della non-separazione e del potenziale è parte integrante della mia formazione. Il mio coinvolgimento nelle questioni ecologiche e il mio risveglio per percepire la violenza del patriarcato capitalista e per formare una filosofia che riconosca che la natura è creativa, che le donne sono creative, iniziarono con un’esperienza personale.

Stavo partendo per il Canada per conseguire il dottorato e feci  una escursione nella mia foresta preferita.  Mio padre si era occupato della protezione delle foreste e io ero già stata in quella foresta durante la mia infanzia. La foresta di querce non c’era più, era stata trasformata in un meleto e il ruscello che veniva dalla foresta di querce era diventato un rigagnolo. Sentii come se fosse stata amputata una parte di me perché ero cresciuta in quella foresta. Ero molto turbata e cominciai a parlare. Sulla via del ritorno a Delhi, mi fermai a un negozio di tè, dove mi informarono del nuovo movimento Chipko (movimento per la conservazione delle foreste in India).

Chipko significa abbracciare. Fu iniziato dalle donne delle colline della mia regione. Io stavo partendo per il Canada, ma mi ripromisi di tornare ogni vacanza per fare volontariato per questo movimento straordinario. Come ho già detto, conseguii il mio dottorato in fisica quantistica alla Western Ontario University in Canada, ma ho fatto il mio dottorato in ecologia e attivismo ecologico grazie all’insegnamento del movimento Chipko, nelle montagne della mia regione. Questo fu ciò che realmente formò il mio impegno ad essere un’attivista ecologica e ad essere costantemente informata.

Indipendentemente da dove avveniva la distruzione della natura, le donne erano quelle che insorgevano, non perché i loro geni dicessero loro di essere vicine alla natura, ma perché erano state lasciate a prendersi cura delle cose di base, come fornire cibo, acqua e combustibili. Ciò non era considerato lavoro né economia. Esse erano state lasciate a soddisfare i veri bisogni della società e perciò erano diventate esperte in sostentamento, in sopravvivenza, in ecologia.

Il secondo grande cambiamento avvenne nel 1984, quando in India si verificarono due eventi molto violenti. Uno fu una rivolta di agricoltori nello stato del Punjab, che è il primo posto del Terzo Mondo in cui fu introdotta la “rivoluzione verde”, cioè l’uso di prodotti chimici in agricoltura. Fino ad allora, ciò era limitato al mondo industrializzato. La chimica portata nel Terzo Mondo fu chiamata “rivoluzione verde”, ma non fu né verde né una rivoluzione, fu solo violenza, tecnologie militari portate in agricoltura e nella nostra relazione con la natura. Questo rovinò lo stato del Punjab e gli agricoltori si ribellarono. Nello stesso anno, 1984, nella città di Bhopal, nelle stesse industrie di prodotti chimici si verificò una fuga di pesticidi che provocò migliaia di vittime. Allora stavo lavorando per l’Università delle Nazioni Unite ad un programma per la pace e la trasformazione globale, con particolare enfasi sui conflitti per le risorse. Dissi all’ONU che stava succedendo qualcosa e che volevo andare a vedere. Così feci un libro sulla rivoluzione verde, la violenza della rivoluzione verde.

La conoscenza per me non è carriera, la ricerca non è scrivere un’altra pubblicazione per aggiungere una riga al curriculum vitae; la conoscenza per me è una guida all’azione. Se so che qualcosa è sbagliata, farò di tutto per impedire che essa continui, per mezzo sia della mia conoscenza sia delle mie azioni. Fu allora che mi impegnai in una ricerca continua sulla violenza del “cartello dei veleni” e sull’agricoltura industriale. Ed è per questo che in 36 anni ho finito per diventare un’esperta in questo campo, solo per evitare danni. Mi sono impegnata a promuovere un’agricoltura nonviolenta, ed è quello che ho fatto dal 1984. Come risultato di questo lavoro, nel 1987 fui invitata ad una riunione in cui il cartello dei veleni  voleva essere riconosciuto quale proprietario delle sementi, rivendicando che si trattava di uno “strumento” da loro inventato in laboratorio; volevano dei brevetti e un trattato globale per imporre questo al mondo. Quello fu il giorno in cui iniziai a salvare le sementi e fondai il movimento Navdanya.

Ognuno dei miei cambiamenti più grandi è stato provocato da grandi ingiustizie e violazioni contro la terra e le persone, specialmente le donne.

JP: Hai citato diverse cause e movimenti. Il giorno in cui queste cause e movimenti si uniranno, vivremo in una situazione diversa. Dal momento che ci sono tanti movimenti e reti che sono in costruzione in tutto il pianeta, che cosa credi che occorra per avere una massa critica che sia in grado di cambiare la direzione degli eventi a livello planetario? Che cosa ci vorrebbe o come potremmo contribuire affinché questo momento si verifichi?

VS: Come ho detto, ho iniziato il mio lavoro come ecologista nel movimento Chipko nei primi anni ’70 – il mio lavoro intellettuale ovviamente è molto precedente. La mia storia femminista inizia da quando sono nata. Ho avuto genitori  straordinari; mia madre era una femminista  eccezionale, prima ancora che il termine entrasse nel vocabolario.  In questi ultimi secoli abbiamo assistito al colonialismo come espressione del patriarcato capitalista, la convergenza del potere, dell’avidità, del fare soldi con la dominazione delle donne.

Il patriarcato capitalista è correlato con l’antropocentrismo (l’idea che gli esseri umani sono superiori alle altre specie), con quello che ho chiamato apartheid ecologico (noi separati dalla natura). È esattamente nello stesso modo e con gli stessi processi che si è creato un nuovo razzismo,  che ritiene le persone di colore inferiori ai bianchi. Il colonialismo doveva essere giustificato dalla superiorità di una religione, il cristianesimo, del colore della pelle, bianco, del genere, maschile.

Tutto questo era un pacchetto completo se lo vedi come un sistema. I movimenti crebbero nel tempo, affrontando aspetti particolari di questa comune guerra contro la vita. Era una guerra contro la vita, contro l’autonomia, contro l’auto-organizzazione, contro la diversità.  Tutti questi aspetti erano interconnessi, alla radice, con cause e forze comuni. Le cause erano il colonialismo e il patriarcato capitalista. Le forze motrici erano l’avidità, l’estrattivismo, il far soldi con ogni mezzo possibile, la creazione di una narrazione per provare e giustificare lo sfruttamento come missione civilizzatrice: “Non ti sto sfruttando, ti sto civilizzando! Senza di me sei un barbaro, un primitivo. Sei inferiore.”

Questa narrazione ha spezzato e frammentato i movimenti. In questo modo, c’è Black lives matter e c’è un movimento delle donne, e, ancora separato, c’è Fridays for future, che parla del futuro. C’è un movimento per i diritti di madre terra, totalmente separato dai movimenti per la giustizia di genere, antirazzisti e per gli interessi delle generazioni future. Quindi, che cosa dobbiamo fare ora? Abbiamo una finestra di transizione decennale. Sappiamo che, se non cambiamo direzione nei prossimi 10 anni, distruggeremo le condizioni per la vita umana sulla terra, così come abbiamo distrutto le condizioni di altre forme di vita sulla terra. Queste non sono speculazioni, sono come l’estrapolazione di un grafico. Quello che è stato fatto ad altre specie o ad altre culture – l’ecocidio di diverse specie, il genocidio dei popoli indigeni, il femminicidio – è tutto lì, come evidenza (prova).

Così, per quelli che straparlano di “scienza basata sulle evidenze”, queste sono evidenze (prove) che siete sulla strada del collasso e dell’estinzione, ma pensate di essere così superiori che fuggirete su Marte e in qualche modo sopravviverete, mentre rovinate questo pianeta. Quindi, prima di tutto, dobbiamo svegliarci riguardo la finestra decennale. In secondo luogo, dobbiamo risvegliarci riguardo le radici comuni delle ingiustizie: non le espressioni, che sono diverse, ma le radici, che sono comuni. La terza cosa da fare è renderci conto che abbiamo un potere creativo. Gandhi disse che dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo. Non dobbiamo aspettare che qualcuno venga e ci dica “Sveglia!”. Il risveglio viene da dentro. Questo potere è in noi. La separazione ci è stata imposta. La non-separazione è la realtà della nostra vita: non-separazione con la natura, non-separazione con gli esseri umani, non-separazione con le generazioni future. Questa non-separabilità è una legge, tanto quanto la legge di non-separazione della teoria dei quanti. Abbiamo bisogno di capire la non-separabilità quantistica fra noi e le altre specie e all’interno della specie umana.

Quando avremo fatto questo cambiamento di coscienza, allora tutte le possibilità saranno disponibili. Dico questo per esperienza, come scienza basata sulle evidenze, perché ho fatto questo lavoro. Ho cominciato con il salvataggio di piccoli semi e ora abbiamo un sistema alimentare e agricolo completo, che può risolvere i problemi del clima e del suolo, può affrontare la catastrofe sanitaria, non deve creare pandemie (come questa agricoltura invasiva che coltiva soia OGM in Amazzonia), ci dà buona salute e crea giustizia ad ogni livello. È completamente fattibile, è nelle nostre storie.

È per questo che le popolazioni indigene devono essere un ponte importante verso il futuro. È nelle capacità delle donne, che, contro ogni previsione, continuano a sostenere le società. Quindi le donne dovranno essere le guide in questa transizione. Dobbiamo renderci conto che siamo uno, uno con la natura, uno con l’umanità, abbiamo una vita comune, come una sola umanità su un (solo) pianeta. Il risveglio aprirà finestre che sono state chiuse dal patriarcato capitalista: questo ci ha impedito di muoverci, di cambiare, di essere gli agenti del cambiamento.

JP: Aggiungeresti a quello che hai appena detto qualche altro elemento tangibile o intangibile che potremmo aggiungere per la costruzione di questo futuro nonviolento a cui aspiriamo?

VS: Come ho già detto, tutto l’attivismo della mia vita cominciò con il movimento Chipko che è un movimento nonviolento. Le azioni in cui sono stata coinvolta sono state ispirate dalla nonviolenza contro le forze della violenza: le forze della violenza in Punjab, che distruggevano l’agricoltura, la rivoluzione verde, l’agricoltura industriale; le forze della violenza dei pesticidi delle fabbriche della Union Carbide; le forze della violenza della Monsanto, che voleva possedere le sementi. Ho vissuto e imparato tre lezioni. La prima è l’auto-organizzazione: dobbiamo renderci conto che siamo esseri autonomi, non siamo oggetti. Come esseri auto-organizzati e soggetti autonomi siamo collegati agli altri in mutualità.

Siamo autonomi, ma interconnessi; auto-organizzati, ma diversi. Vediamo che l’auto-organizzazione diventa sia un dovere sia un diritto e comincia a dare forma a politiche diverse. Ovunque nel mondo, il voto è in crisi, perché il voto è stato sequestrato dal denaro. Invece di governi dal popolo, del popolo, per il popolo, vedi ovunque governi dalle aziende, delle aziende, per le aziende, o dai miliardari, dei miliardari, per i miliardari. La democrazia rappresentativa sta fallendo per la terra e per l’umanità. Abbiamo bisogno di una democrazia con una partecipazione più profonda. Questo può avvenire se ognuno si rende conto che può fare la differenza, che non deve aspettare chi ha eletto, perché la sua influenza sulle elezioni è oggi molto piccola rispetto a quella dei ricchi. Dobbiamo essere il cambiamento, lì dove siamo. Seconda lezione. La globalizzazione degli ultimi 30 anni è stata una ricolonizzazione. Se guardi i dati delle emissioni di gas serra e delle estinzioni di specie, se guardi la crisi idrica e quella dei rifugiati, gli ultimi 30 anni sono stati devastanti per la società e il pianeta.

Quindi dobbiamo rilocalizzare e riecologizzare l’economia. Chiamo ciò creare “economie viventi”. La terza lezione è il potere della consapevolezza, il potere della verità. Molte persone si sentono impotenti, quando i governi, influenzati dai ricchi, promulgano leggi per togliere libertà alla gente comune e pensano “O mio Dio! Che cosa farò?”. Gli inglesi provarono a fare ciò in India, in Sud Africa, rendendo illegale produrre il nostro sale dalla nostra acqua, dal nostro mare. Approvarono una legge sul sale, che dava loro il monopolio, in modo che potessero riscuoterne i diritti. Gandhi andò sulla spiaggia, prese il sale dal mare e disse che la natura lo dava gratis, che ne avevamo bisogno per la nostra sopravvivenza e che avremmo continuato a  produrre sale e non avremmo obbedito alle loro leggi. Questo si chiama satyagraha, la forza della verità.

Mi sono ispirata a questo fatto: così, quando vidi che aziende come la Monsanto pretendevano di essere proprietarie delle sementi tramite i brevetti e l’ingegneria genetica, iniziammo una satyagraha delle sementi, come la satyagraha del sale. Dicemmo: “Voi non avete inventato le sementi, questa è una menzogna. Salveremo le sementi e non accetteremo leggi che rendono illegale per noi conservare e condividere le sementi, perché questo è il nostro dovere verso la terra, verso ognuno di noi e verso le generazioni future”. Non dare il consenso a leggi ingiuste, brutali, violente è la più alta espressione dell’essere umano e della nostra libertà.

JP: Molte grazie. Vuoi aggiungere qualcos’altro, qualche altro commento?

VS: No, state bene .

JP: Grazie mille, è stato meraviglioso stare con te.

VS: Grazie, arrivederci.

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Fonte: Canale Youtube di Pressenza IPA

httpv://www.youtube.com/watch?v=oB_oqc4V8js

Traduzione di Franco Malpeli e revisione di Franco Lovisolo per il Centro Studi Sereno Regis

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Prof. Vandana Shiva è membro della rete TRANSCEND per la Pace Sviluppo Ambiente, fisica, ecofemminista, filosofa, attivista e ambientalista indiana, destinataria del Premio per la Pace 2010 di Sydney e autrice di più di 20 libri e 500 articoli. Ha fondato la Research Foundation for Science, Technology and Ecology (“Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ecologia”) e si è battuta per la biodiversità, la conservazione della natura e i diritti dei contadini. Ha vinto nel 1993 il Right Livelihood Award [Premio Nobel Alternativo]. E’ direttrice del Navdanya Trust.

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