(Italiano) Che cosa muove l’antisemitismo? Forme fasulle e reali

ORIGINAL LANGUAGES, 6 Jan 2020

Richard Falk | Centro Studi Sereno Regis – TRANSCEND Media Service

30 Dicembre 2019 – C’è poco dubbio che un vero antisemitismo, nel senso di odio verso gli ebrei, sia aumentato in Europa e NordAmerica nell’ultimo decennio o giù di lì. Ma restano particolarmente oscure e soggetti a manipolazioni il perché accada e la sua vera natura. Part di questa oscurità è intenzionale, nasce dagli sforzi quanto mai riusciti di etichettare la critica a Israele o le tattiche e l’ideologia sionista come anti-semitica o in alcuni casi come espressiva del ‘Neo-antisemitismp’. Tale estensione della portata del termine antisemitismo sembra designata a inibire un’opposizione responsabile alla condotta d’Israele in violazione del diritto internazionale e, inoltre, a rendere insicuri alcuni ebrei nel proprio paese di residenza, al punto di considerare di emigrare in Israele, che in anni recenti ha avuto un efflusso netto di ebrei.

L’essenza del nuovo antisemitismo è radicata nella definizione proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che mescola una forte critica d’Israele con odio per gli ebrei. Il presidente Donald Trump ha inglobato questa definizione IHRA nel suo ordine esecutivo emanate l’11 dicembre 2019, accoppiato con assalti legali del governo USA e organizzazioni sioniste di destra a rispettabili iniziative universitarie USA con indirizzo critico al conflitto Israele/ Palestina, che comporta l’impegno attivo di studenti e corpi accademici in iniziative solidaristiche nonviolente a sostegno della ricerca palestinese dei diritti fondamentali, come la campagna BDS. Un esempio recente di quest’èmpito governativo è la richiesta di un’indagine al Center for Contemporary Arab Studies alla Georgetown University a causa di alcuni suoi membri che sono sostenitori della BDS.

La definizione IHRA è elaborata nei termini di segni di antisemitismo manifestato nella critica di Israele. Uno di tali segni è puntare sul solo Israele per criticare atti coercitivi mentre tale comportamento non è peggiore di quello di altri violatori di diritti umani. Questa è la base per il presunto legame fra BDS e antisemitismo. Che tuttavia è una verifica non condotta in alcun altro contesto. Rammentando la campagna anti-apartheid contro il SudAfrica di 30 anni fa, si dovrebbe tener presente che gli apologhi dell’apartheid allora asserivano che le condizioni dei neri in Sud-Africa erano migliori che altrove nell’area subsahariana. Erano asserzioni argomentative, ma mai usate per soffocare l’attivismo anti-apartheid all’estero, ivi compresa una robusta campagna BDS anti-apartheid, che molti osservatori credono abbia contribuito all’inattesa inversione di rotta della leadership Afrikaner a Pretoria che aprì le porte a conseguire la transizione a un SudAfrica post-apartheid pacifico, con presupposti costituzionali di uguaglianza razziale e dignità umana per tutti.

Nella mia esperienza, i peggiori effetti generali di questo tentativo di stigmatizzare l’attivismo e il dibattito anti-israeliano come antisemitismo non sono le sue dimensioni punitive volte a programmi e singole persone in modi disonesti e nocivi, ma la più ampia atmosfera informale d’intimidazione e tacita discriminazione che si produce. Amministratori accademici e istituzionali già pavidi eviteranno proposte di conferenze, inviti ad oratori e nomine nel corpo docente se ci sia una prospettiva di attacco da parte di associazioni di sorveglianza sioniste. Sono sicuro che altri hanno storie da raccontare di questo tenore, ma già per quanto mi riguarda sono stato testimone di e ho ascoltato molti casi del genere. Solo pochi ottengono visibilità, che può avvenire quando si rifiuta no locali d’incontro o si cancella un evento per via di preoccupazioni di presunta sicurezza.

Questo è quanto mi successe in occasione del lancio londinese del mio libro su Israele/Palestina due anni fa, allorché si sparsero storie di guasti programmati per indurre cancellazioni, il che di fatto avvenne in due università. Eppure alcuni di quegli eventi programmati andarono avanti, compresa una sessione burrascosa alla London School of Economics dove durante la discussione grida e comportamento ostile da parte di sostenitori e critici d’Israele fra il pubblico furono trattati come minacce all’ordine pubblico, ma tuttavia si arrivò alla fine. Me lo riferirono poi, la Scuola reagì adottando un regolamento più severo per assicurare l’equilibrio delle presentazioni e l’identità del moderatore, segnale istituzionale apposito per scoraggiare questioni controverse. Il che è già deplorevole, ma credo che il vero effetto di tali esperienze sia far sì che il corpo docente e gli amministratori ci pensino due volte prima di sostenere eventi percepiti critici di Israele o solidali con la lotta palestinese. La mia impressione è che fra gli effetti indiretti di quest’attività sionista ci sia ottenere un impatto maggiore sulla libertà accademica e sulla libertà d’espressione di quanto possano le sconvolgenti iniziative repressive in corso di adozione nei parlamenti di stati guida come Francia, Germania, e presto GranBretagna e Stati Uniti.

Uno dei supposti tropi antisemitici è stato la disputa sull’influenza sproporzionata esercitata da secoli dagli ebrei sulla politica pubblica in modi nocivi al benessere generale della società. È difficile interpretare il successo degli sforzi concertati sionisti e israeliani per adottare la definizione e l’approccio IHRA se non come una conferma di questa accusa, che convalida i motivi di preoccupazione pubblica per l’eccessiva influenza degli ebrei.

Due eminenti politologi centristi, John Mearsheimer e Stephen Walt, hanno scritto uno studio molto accademico per dimostrare come la lobby israeliana negli Stati Uniti stesse producendo iniziative di politica estera difformi dagli interessi nazionali (The Israeli Lobby and U.S. Foreign Policy – 2007). Vero o no che fosse il loro assunto, gli autori sono stati ingiustamente denigrate fin dal 2003 per aver osato porre tali questioni sull’ampiezza e il carattere dell’influenza ebraica, e benché leader nel proprio campo, hanno indubbiamente pagato prezzi di carriera sempre più nascosti. Si dovrebbe notare che prendere di mira musulmani, più comune e perfido di quanto sia valso per gli ebrei, non ha prodotto condanne ufficiali comparabili d’islamofobia.

Più attinente in uno sforzo di penetrare la penombra confusa attorno a questo argomento è il sostegno quasi fanatico di certi orientamenti politici destrorsi per Israele, perseguendo al tempo stesso un’agenda antisemitica. Questo è il caso ampiamente noto di molti gruppi cristiani evangelici che leggono il Libro delle Rivelazioni come una promessa di Seconda Venuta di Gesù una volta che Israele si sia ristabilito e vi tornino gli ebrei, avendo allora offerta un’opzione per convertirsi o affrontare la dannazione.

Effettivamente quest’apparente tensione, quasi il contrario della supposta fusion di atteggiamenti anti-israeliani e antisemitici secondo l’approccio IHRA, ha davvero profonde radici nell’esperienza pre-israeliana del movimento sionista. Dall’inizio del Mandato Britannico la minoranza ebraica in Palestina era meno del 10%, difficilmente base per una pretesa istituzione di stato ebraico in una società essenzialmente araba. I sionisti se ne resero conto e furono determinati nel superare la loro inferiorità demografica invalidante. Ne risultò che i sionisti fecero di tutto in loro potere per indurre gli ebrei della diaspora a trasferirsi in Palestina, ricorrendo perfino a patti faustiani con regimi scandalosamente antisemitici in Europa, ivi compreso il governo nazista in Germania.

Questa dinamica di trasferimento coatto di popolazione ebraica è documentata in base alle ricerche d’archivio in The State of Terror (2016) di Thomas Suarez. Su questo sfondo la carta antisemitica è stata giocata in modi contradditori dai falchi sionisti, dapprima utile per incoraggiare l’immigrazione ebraica in Israele, e recentemente per inibire la critica a Israele, con il comune denominatore dell’opportunismo.

C’è un’altra dimensione rafforzante tali politiche che agisce a ulteriore discredito dell’approccio IHRA. La politica estera israeliana, anche in circostanze di effettiva esistenza di uno stato ebraico d’Israele, cui è stata conferito status costituzionale con la Legge Base del 2018: “Israele quale stato-nazione del Popolo Ebraico “, continua ad essere una disposizione israeliana a non badare al dichiarato antisemitismo in un leader straniero purché fornisca amicizia diplomatica a Israele.

Viktor Orban (Ungheria) è l’esempio più sovente citato, ma sembra un campione che spiega la prossimità a Modi, Bolsonaro, e perfino Trump. L’Israele di Netanyahu ricambia con accordi per armi e formazione militare/di polizia a governi di estrema destra, e il suo ambasciatore in Myanmar recentemente è arrivato al punto di fornire sostegno psicologico alla difesa legale del governo di Myanmar alla Corte di Giustizia Internazionale che persegue quello che risulta da prove schiaccianti un genocidio contro la minoranza musulmana, i Rohingya. Mentre la definizione IHRA di antisemitismo viene giustificata come impedimento a dimenticare l’Olocausto, quando vittime di genocidio sono non-ebrei, vale evidentemente un ben diverso calcolo etico.

Penso che queste varie considerazioni rendano evidente che l’antisemitismo al mondo è animato da una combinazione di molti fattori intersecantisi, alcuni genuini, alcuni contraffatti. Fra questi c’è il tentativo di estendere la portata dell’antisemitismo aldilà del suo riferimento essenziale a odio e ostilità per gli ebrei. In questo senso lato, col classificare come antisemiti i sostenitori dei diritti umani dei palestinesi c’è sia una perdita del punto focale, sia un’insistenza mistificante sull’essere gli oppositori dell’apartheid e dell’oppressione israeliane degli antisemiti.

Un motivo finale di sospetto per tale tattica è il non badare in modo apparentemente incondizionato al comportamento d’Israele. Senza di che, marchiare l’opposizione a Israele o la solidarietà con la lotta palestinese come antisemitica vuol dire impegnarsi in una forma distruttiva di polemica anti-democratica che ha l’effetto perverso d’incoraggiare un reale comportamento antisemitico che merita condanna. Perfino il procuratore del Tribunale Penale Internazionale, notoriamente cauto, ha appena annunciato un’indagine per imputazioni criminali relative alle attività degli insediamenti abusivi d’Israele su Cisgiordania e Gaza.

Inoltre c’è un crescente consenso fra gli informati sul rapporto generale fra Israele e il popolo palestinese (compreso quello nei campi profughi ed esuli) come precisamente basato su strutture di controllo d’apartheid. Se questa è una percezione ragionevole, BDS e altre iniziative solidali sono reazioni giustificabili che meritano e hanno bisogno di sostegno e protezione anziché essere vergognosamente stigmatizzate come antisemite.

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Richard Falk è membro della Rete TRANSCEND, studioso di relazioni internazionali, professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University, autore, coautore o redattore di 40 libri, e conferenziere e attivista in affair mondiali. Nel 2008, the United Nations Human Rights Council (UNHRC) ha nominato Falk per sei anni United Nations Special Rapporteur su “la situazione dei diritti umani nei territori Palestinesi occupati dal 1967”. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, e insegna al campus locale di Studi Globali e Internazionali dell’University of California, e dal 2005 presiede il consiglio d’amministrazione della Nuclear Age Peace Foundation. Il suo libro più recente è Achieving Human Rights (2009) [Conseguire I diritti umani].

Titolo originale: What Drives Anti-Semitism? Fake and Real Forms – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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