(Italiano) La Proposta Di Legge “Un’altra Difesa” Non “Ripudia La Guerra” (Art. 11 Cost.) Né Fa Obiezione Di Coscienza Alle Forze Armate

ORIGINAL LANGUAGES, 18 May 2026

Antonino Drago – TRANSCEND Media Service

11 maggio 2026 – La Difesa Popolare Non Violenta mira a risolvere un conflitto in modo non violento. Dal suggerimento di Galtung su che cosa è un conflitto sappiamo che esso è un A (Assunzioni)-B (Behavior, fatti)-C(Contraddizione). Pertanto, lo stesso nome di questo tipo di difesa del conflitto guerra deve rappresentare sin dal suo nome una risposta a ciascuna dimensione del conflitto: la nonviolenza come atteggiamento di fondo (A); la lotta della popolazione contro la guerra (C) e le azioni di solo Difesa (B). Di conseguenza, dobbiamo chiarire che l’oggetto del nostro discorso è la una Difesa che è Popolare e che è Non Violenta (DPN). No al solo termine “non armato” suggerito dalla NATO per A, né al solo termine “civile” suggerito ancora una volta dalla NATO e dallo Stato per aggiungere un sostegno alle truppe armate. Essere esatti nelle parole è molto importante.

Il 16 marzo 2026 è stata depositata in Cassazione la proposta di legge (pdl) “Un’altra difesa è possibile” per iniziativa di vari movimenti non violenti, per la pace e per il disarmo. Riguarda essa la DPN?

Analisi dei testi

Per prima cosa occorre stabilire su che cosa si discute; se su ciò che nel testo della proposta ha valore legale, o su opinioni personali di qualcuno che l’ha letta, o addirittura sulle amicizie e la fiducia che abbiamo verso i nostri amici nei vari movimenti per la pace, se siano buoni e bravi o se ci lascino sorpresi. Il fatto è che le parole della relazione introduttiva e del testo della legge sono chiare ai politici che debbono decidere su di esse; e come parole precise le dobbiamo considerare. In Parlamento si approvano leggi con testi scritti, dove ogni parola è pesata e circoscritta. Quello che si scrive sui documenti ufficiali non è soggetto a libere interpretazioni: “carta canta”.

La relazione introduttiva della pdl si dilunga sul pensiero di Pietro Pinna, che molti non riconoscerebbero come un fautore della DPN, in quanto nei convegni specifici poneva sempre una domanda provocatoria: “Chi mi sa definire che cosa è la difesa popolare non violenta (DPN)?” Non ricorda invece tutta la lotta e il lavoro che hanno costruito la legge 230/98 che per prima ha fatto scrivere una difesa alternativa, la DPN (la stessa parola “obiettore” viene usata solo nella relazione dove viene indicato uno solo: Pietro Pinna): dimenticanza?

La relazione parla spesso di “difesa civile non armata e nonviolenta”; così pure la pdl. Ma queste parole sono semplici etichette rispetto alla funzione che si vuole avere rispetto alle FF. AA.; la quale funzione è definita proprio quando la relazione conclude (i grassetti sono miei):

“… forme di difesa civile basate su principi non armati e nonviolenti, integrando tali strumenti nelle proprie politiche di sicurezza nazionale e cooperazione internazionale…. [esempi: Svezia e Svizzera che già hanno integrato i civili nelle FF.AA.]…. L’obiettivo perseguito [dalla pdl] non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili,….”(https://www.difesacivilenonviolenta.org/wp-content/uploads/2026/03/PdL_DCNANV_2026-AltraDifesaPossibile-depositato.pdf)

Poi anche il testo della pdl la definisce:

” Art. 1   … complementare alle forme di difesa militare…”

(https://www.difesacivilenonviolenta.org/la-proposta-di-legge/)

La presentazione propone come esempi da imitare la Svezia e la Svizzera. E’ ben noto che:

“La Svezia ha a disposizione inoltre, come componente effettiva delle Forze Armate, una Guardia Nazionale (Hemvärnet – nationella skyddsstyrkorna) reclutata su base volontaria e locale, con una capacità di mobilitazione pressoché immediata. Pensata e strutturata per la Difesa territoriale [che è una difesa armata; quella organizzata ad es. dalla Jugoslava per difendersi con armi distribuite al popolo da una possibile invasione dell’URSS]  può essere anche utilizzata per compiti di Difesa civile (incendi, inondazioni, emergenze sanitarie ecc.). La Guardia Nazionale dispone su tutto il territorio nazionale di una forza di circa 20.000 effettivi.” (https://storiaesoldati.wordpress.com/2015/01/20/forze-armate-dellunione-europea-svezia/; v. anche articolo su Limes n. 10, 2025 sulla nuova difesa svedese).

“… [essa deve] contribuire alla capacità di difesa militare nell’ambito della difesa collettiva della NATO”. https://www.mcf.se/en/about-us/our-mission/

(Della difesa della Svizzera non c’è bisogno di citare; si sa bene che la Svizzera è un Paese molto militarista: ogni professionista civile in caso di guerra è un ufficiale militare; inoltre ci sono 600.000 civili che in caso di guerra vengono integrati nelle FF. AA.)

E’ anche da tenere in conto la proposta di una “difesa civile” della NATO. Nel 1999 la NATO ha istituito una unità che integra i civili nelle operazioni belliche: il CIMIC (Civil-Military Cooperation; notare la parola “cooperazione”).

Il CIMIC si definisce così:

“Una funzione militare congiunta che integra [nel militare] la comprensione dei fattori civili dell’ambiente operativo e che consente, facilita e conduce l’interazione civile-militare per supportare il raggiungimento delle missioni e degli obiettivi strategici militari in tempo di pace, crisi e conflitto.”[ NATO Agreed, 2022-08-04]

“L’integrazione può essere descritta come il processo di collaborazione volto al raggiungimento di un obiettivo comune. Rappresenta il massimo livello [tra i sette previsti] di interazione tra due attori [militare e civile], implicando la pianificazione e l’esecuzione di azioni congiunte all’interno di uno spazio di impegno condiviso. Ad esempio, le autorità civili e militari formano uno stato maggiore integrato per pianificare e sincronizzare le attività militari e non militari al fine di organizzare un’operazione militare e mitigarne l’impatto sulla società civile”.(https://www.cimic-coe.org/handbook-entries/welcome-to-the-cimic-handbook/ii-fundamentals/2-1-nato-cimic/)

I presentatori della pdl sono persone adulte; non c’è da pensare che abbiano scritto parole solo approssimative. Le loro parole sono chiare: al di là del ripetere l’etichetta della “Difesa civile, non armata e nonviolenta”, che serve anche per collegarsi ad un precedente giuridico (senza però dichiarare mai di fare seguito alla legge 230/98 o a quello che ne è rimasto nel Testo Unico della Difesa, né nominarla: perché?), la difesa della pdl non vuole l’“alternativa” alle FF.AA. ma una difesa “complementare” e “integrata“ ad esse; in particolare anche nelle missioni militari all’estero.

Il fatto da discutere è che la parola “alternativa”, finora usata dai pacifisti e dai non violenti italiani, è diventata “complementare” e “integrata”. Le due parole sono scritte in maniera inequivocabile in ambedue i due testi della pdl ed è con queste parole che i presentatori dicono con chiarezza che si deve qualificare la loro difesa. Che poi chi facesse questa difesa non spari dichiarandosi non violento, è un fatto secondario; anche la Croce rossa non spara; e Gandhi dopo l’esperienza di infermiere in Sud Africa non ha più voluto fare il “complementare” di una guerra.

 Sulle parole equivoche dei militari e non

Chi ha usato la parola “complementare” e “integrata” però nel titolo ha chiamato questa difesa “altra” non credo che non sapesse che cosa stesse scrivendo. La nuova difesa è chiamata “altra”, in modo che così non ha un nome preciso. Che poteva essere: civile, non armata, non violenta, tutte e tre (come dice la legge 230/98). La parola “altra” dice solo che essa non è proprio quella militare, ma non dice di quanto sia “altra”. Data questa vaghezza, ognuno ci può vedere ingenuamente la sua idea di difesa senza però notare le differenze tra la sua e le altre denominazioni.

E’ vero che nel testo si nomina anche la non violenza a proposito del comportamento del singolo, che quindi non spara; ma magari perché impiegato in fureria, o come autista, o addirittura nei… (nelle FF. AA. ci sono anche questi) servizi segreti.

Inoltre dal 1990 viviamo lo stravolgimento dell’art. 11 della Costituzione perché hanno detto (Andreotti) che, per il suo secondo comma, l’adesione alla NATO comporta il nostro obbligo a seguirla in tutte le sue avventure belliche; con ciò hanno messo per primo il secondo comma e il primo comma, quello del “ripudio della guerra”, messo per secondo e subordinato alla NATO, è diventato una aspirazione morale senza più contenuto giuridico. La non violenza non può aderire a questo equivoco che sarebbe convalidato dal nostro accettare le FF. AA. stravolgenti l’art. 11 della Costituzione e dall’andare ad obbedire alle strategie NATO dirette dalla superpotenza mondiale USA (che da guerrafondai si dà il diritto di usare per prima le armi nucleari “contro qualsiasi entità politica”). Quando si esce nella arena politica internazionale la prima cosa da fare è decidersi tra lo stare con quell’Italia che attraverso la NATO partecipa al sistema mondiale di potere imposto dagli USA, o con l’ONU, l’unica organizzazione politica internazionale che (bene o male) rappresenta tutti i popoli.

In più dobbiamo notare un equivoco. Noi pensiamo che ogni guerra debba essere di sola “difesa”. Ma da alcuni decenni i militari (che prima erano “tutti d’un pezzo”) usano parole equivoche. Loro chiamano “difesa” quella che è la guerra; v. Ministero della Guerra cambiato in Ministero della Difesa. Il quale poi, come NATO, fa guerre dichiarate “difensive” (tutte guerre dalla parte del torto e devastanti le popolazioni locali: Jugoslavia,  Afganistan, Iraq, Libia; in questo mese ci siamo salvati per un pelo da una guerra NATO contro l’Iran) perché loro avrebbero la “saggezza” di prevenire aggressioni prima che esse avvengano! Dicendo noi “difesa”, i militari ci vedono come aderenti alla loro difesa armata e alla loro guerra chiamata di “pace”. Quindi per dire che la nostra difesa è “altra” dalla loro difesa occorre mettere i paletti con opportune parole distintive; altrimenti essi, integrando una componente che non spara, magari dichiarata non violenta, utilizzeranno questo fatto per farsi propaganda di essere d’accordo con tutti i pacifisti e con tutti i non violenti (e poi chi potrebbe obiettare a questa entità che raccoglie tutti?). Di fatto nei due testi della pdl non si dice mai “autonoma” o “indipendente”.

Se scegliamo di allinearci con le nostre FF:AA: che sono soggette alla NATO, i popoli sanno come giudicarci.

            Qual è la differenza sostanziale tra difesa “alternativa” e difesa “complementare”?

Per esemplificare, la differenza tra una difesa “complementare” e “integrata” nelle FF:AA. e una difesa “alternativa “è quella tra:

1) da una parte, la Croce Rossa (nata per l’umanità di uno svizzero, Dunant, rimasto inorridito dal massacro di Curtatone e Montanara) che poi è stata “integrata” dalle FF. AA. come corpo collaterale; essa quindi segue le segue in qualsiasi operazione (anche contro la pace) e cura solo i connazionali  e, dall’altra parte, Emergency di Gino Strada e Medicins sans Frontières i quali curano tutti, si finanziano autonomamente e sono indipendenti dalle FF. AA. del proprio Paese.

2) gli odierni Vigili del Fuoco militarizzati (a forza, come fu durante il Fascismo)                        e, così come vogliono quelli che fanno questo lavoro, un corpo nazionale autonomo di difesa non armata (Lo stesso vale per i Vigili Urbani e la Guardia di Finanza).

3) il servizio civile (SC) che ha privatizzato il progetto della difesa nazionale nonviolenta in una miriade di progettini di servizio sociale comunitario                 e il SC detto dalla legge 230/98, cioè quello organizzato dallo Stato per preparare, assieme alla Protezione Civile, una difesa nazionale alternativa

4) gli ausiliari militari che seguono tutte le avventure belliche delle FF. AA. italiane e della NATO e           l’autofinanziata Operazione Colomba di Rimini, che per difendere i Diritti Umani interviene in autonomia in tutto il mondo al di fuori della protezione delle FF. AA. italiane eventualmente sul luogo (e così pure la Nonviolent Peace Force, le Peace Brigades International, i Corpi civili di Pace italiani).

5) la Festa della Repubblica (2 Giugno) trasformata in parata delle FF. AA. alla quale fanno partecipare anche un gruppo di SC.isti, e la Festa dell’unica vittoria delle FF. AA. italiane (4 Novembre) “nate dalla Resistenza” che fa aprire tutte le caserme anche ai bambini                     e il 2 Giugno come Festa del lavoro, della solidarietà e della pace (artt. 1, 3 e11 della Costituzione) e il 4 Novembre come lutto per la “strage inutile”, anche perché, se non entravamo in guerra, ci davano proprio quei territori che poi abbiamo conquistato con massacri.

6) le “missioni di Pace” per portare la libertà alle donne e la democrazia ai paesi autocrati o sotto tiranni compiute da NATO e USA e                       le missioni ONU di Peacebuilding civile e quelle di Peacekeeping (armate come forza di polizia che non spara mai per prima).

Di fatto, la strategia della DPN non può essere inclusa nella strategia delle FF. AA.; altrimenti, se essa sul campo agisse collettivamente in maniera non violenta, limiterebbe la loro libertà d’azione; e in più dall’esterno l’azione dell’Italia verrebbe percepita come facente un doppio gioco, di pace e di guerra.

Inoltre la DPN deve separarsi da quella delle FF. AA. anche nella catena di comando. Se le FF. AA. “integrassero” qualcosa di “altro”, la loro catena di comando resterebbe inevitabilmente unica e sottometterebbe la difesa “altra” alla sua disciplina di azione contro il nemico. Una volta un generale norvegese disse a Galtung dopo un seminario sulla difesa alternativa: “In linea di principio questa difesa ci sembra del tutto possibile e praticabile. Ma c’è un problema: essa ci si può rivoltare contro! Perciò non la vogliamo (a meno di sottometterla a priori).” Perciò. se Mattarella, Capo supremo delle FF. AA. e, per la pdl, anche delle forze disarmate, dicesse di andare a bombardare il Paese X, anche la difesa “complementare” e “integrata” dovrebbe andarci; infatti dentro le FF. AA. l’obbedienza al Capo di Stato non può essere contrattata o discussa democraticamente, né nelle FF.AA. c’è la obiezione di coscienza, neanche per gli “integrati”. Se fosse approvata questa pdl, vedremmo, si fa per dire, Mao Valpiana che guida una compagnia di pacifisti, tutti in una divisa specifica per la difesa “altra”, in partenza da Taranto benedetti dal cappellano dei corpi civili, Alex Zanotelli o Tonio dall’Olio, per una missione NATO all’estero. Che ne penserebbe la gente semplice in Italia? Che non esiste alternativa possibile alle FF.AA. (così potenziate).

Cosicché i pacifisti della difesa “altra” diventerebbero corresponsabili delle possibili grandi illegalità, massacri, politiche sbagliate e sconfitte dell’esercito italiano intruppato nella NATO, senza riservarsi nessuna possibilità di dissentire dalle decisioni degli strateghi militari.

In conclusione, questa difesa “altra” non “ripudia la guerra” (art. 11 della Costituzione). Cioè la difesa “altra” non farebbe nascere il pluralismo nella difesa nazionale, ma darebbe alle FF.AA. una faccia variabile, a seconda delle circostanze; quando si riserva di fare qualche “iniziativa di pace” con la popolazione che subisce la guerra. Ma che senso avrebbe una azione non violenta di questo corpo integrato nelle FF. AA. sbarcato in terra straniera? Esso non avrebbe forse le spalle coperte da commilitoni con mitragliatore e dal volo di cacciabombardieri italiani? La gente del luogo come la dovrebbe vedere?

Che dice Don Milani a questo proposito? “E’ tanto ladro chi ruba che chi tiene il sacco”, anche se chi regge il sacco è solo “complementare” a chi ruba.

Quindi questa iniziativa di legge è una conversione a U rispetto ai primi obiettori, a Capitini (che mai ha pensato di collaborare con i militari), a don Tonino Bello (la sua missione a Sarajevo con cinquecento persone sarebbe stata una pazzia?) al progetto di nuova difesa dei cristiani, che sanno di costituire una nuova religione solo perché essi hanno una fede in più degli ebrei, quella con cui si può (e quindi, si deve) “amare anche il nemico”, così come ha fatto San Francesco verso gli arabi invasori della Terra santa e così come ha fatto l’indù Gandhi verso gli Inglesi dell’Impero Britannico.

Eppure finora le leggi italiane erano state chiare sulla alternativa nella difesa nazionale.

Dopo aver conquistato con le leggi 772/1972 e 230/198 il diritto di essere un cittadino alla pari di tutti gli altri pur essendo obiettore di coscienza alle FF. AA., oggi c’è da ottenere il diritto di organizzare la nostra forma di difesa attraverso un’apposita legislazione. In Italia, dove la legge costituzionale n. 11 “ripudia la guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali”, la Corte Costituzionale ha più volte affermato che è equivalente servire la difesa del Paese con o senza armi; e la legge 230/1998, ottenuta grazie alla pressione della Campagna Nazionale OSM-DPN con il rifiuto delle tasse per le armi, ha fatto introdurre la istruzione sulla difesa alternativa per gli obiettori di coscienza. Infatti la Campagna fu molto chiara: essa fece inserire (all’on. Luciano Guerzoni, che la propose) molti aggettivi, “una difesa civile, non armata e non violenta”, proprio per dire chiaramente che essa doveva essere alternativa a quella militare; e poi, proprio con quegli aggettivi la legge è stata approvata; ed è questa difesa alternativa che la legge dice che dovrebbe essere insegnata ai SC.isti.

E nel dic. 1993 alcuni deputati della IX Legislatura presentarono una proposta di legge che non parlava di difesa “altra”, ma proprio della DPN e la dettagliava con precisione: la pdl Bertezzolo, Crippa, Dorigo, Lusetti e altri, tra i quali Pietro Ingrao (!).

Successivamente, per la crescita del movimento per la pace nella società e nelle caserme, il servizio militare è stato “sospeso” (che parola equivoca!). Comunque, ogni successiva legge sul SC volontario ha affermato che esso è finalizzato ad una difesa alternativa. Così dice anche la prima legge istitutiva del SC volontario:

“LEGGE 6 marzo 2001, n. 64 – Istituzione del servizio civile nazionale – Capo I  Disposizioni relative alla istituzione del servizio civile nazionale Articolo 1  Princìpi e finalità.  1. È istituito il servizio civile nazionale finalizzato a: a) concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi e attività non militari….”.

Quindi la attuale pdl è una inversione ad U rispetto alle leggi non violenti italiani, conquistate con 50 anni di prigioni e di lotte.

Quale iter, se la pdl arrivasse in Parlamento?

La pdl non proviene da un ampio dibattito tra i movimenti per la pace: alcuni movimenti sono stati inglobati all’ultimo momento. Quindi è bene illustrare a che cosa si va incontro con questa pdl di iniziativa popolare.

Ipotizziamo che la pdl raccolga le firme necessarie. Ma questo non vuol dire che essa verrà presa in considerazione dal Parlamento; non è la prima volta che pdl analoghe sono rimasti nel dimenticatoio dei lavori Parlamentari.

Se comunque verrà considerata, poi l’obiettivo di riuscire a percorrere tutto il cammino di un progetto di legge mantenendo tutti i desideri della pdl non è realistico. Come fu per la legge sulla odc del 1972 essa sarà soggetta ad un iter parlamentare massacrante: prima dovrà passare in Commissione difesa, dominata da militaristi. Lì altri deputati potranno aggiungere altre proposte di legge sul tema. Poi, un membro dei partiti del Governo (come nel 1972 fece l’on. Marcora della DC) presenterà un suo progetto-sintesi di tutti i progetti. Egli, scartando quello che non gli piace, prenderà quello che piace a lui e al governo. Solo allora questa nuova versione verrà presentata al Parlamento per farla approvare dalla sua maggioranza numerica (che oggi è di destra ed è convinta sostenitrice delle FF. AA.).

Questa pdl raccoglie tutti i desideri della base (Dipartimento specifico, Corpi civili di pace, Istituto di ricerca, SC per la nuova difesa, Consiglio nazionale sulla nuova difesa, obiezione fiscale legale) senza una valutazione di quanto ogni desiderio sia realistico e quanto questi desideri siano compatibili tra loro e quanto corrispondano ad una strategia. Però lo fa in modo che tutti i pacifisti ci possano ritrovare il proprio desiderio.

La differenza con le esperienze della approvazione della 772/1972 e della 230/98 (che fu votata dieci volte da solo un ramo del Parlamento ma poi questo voto decadeva perché si scioglievano le Camere; e che una volta venne approvata da ambdue i rami, fu respinta con chiari pretesti dal Presidente della Repubblica Cossiga (1991)  e la si dovette approvare di nuovo) è che a sostenerle allora c’erano le pressioni politiche di azioni popolari non violente (obiezioni illegali all’esercito, obiezioni illegali fiscali di diecimila persone contro la difesa militare); oggi invece c’è solamente un movimento di opinione (non precisa), come tanti altri movimenti di opinione o movimenti di firmatari di petizioni. Che capacità ha oggi il movimento per la pace di esercitare pressioni per far cambiare questo destino parlamentare penoso e far così approvare i desideri espressi dal progetto?

Anche la battaglia da fare in Parlamento è dura. Quanti parlamentari occorrerebbero (oltre ai pochi firmatari della pdl) per fare massa sufficiente a, per lo meno, non far stravolgere il progetto? Di fronte ai deputati pacifisti, è ovvio che quelli militaristi cercheranno di prendere la palla al balzo per trovare consenso alla politica militare dominante, cioè per asservire le parole “pace” e “non violenza” alla loro propaganda (già le FF. AA. fanno questa propaganda alla grande: le missioni di guerra chiamate “di pace”; i cappellani, graduati ufficiali, che curano le anime usati per sostegno psicologico e propagandistico; il Papa “buono”, Giovanni XXIII, stato nominato loro santo patrono; la nave Vespucci consacrata come sede giubilare, ecc.).

Ma soprattutto, nella ipotesi che si arrivi ad un accordo per approvarla,  quale sarà il punto di incontro tra parlamentari militaristi e quelli pacifisti? Chiaramente e sicuramente la parola “integrata” con cui è stata caratterizzata dalla pdl la difesa “altra” e che è la stessa parola del CIMIC della NATO. Cioè il Governo, che è stabilmente militarista, potrà ben accettare questa proposta chiaramente espressa dalla pdl: essere “complementari” e “integrati” alle FF.AA.; cioè, in soldoni, di partecipare alle missioni NATO là dove nel mondo la “pace chiama” secondo le idee del governo e delle FF.AA..

Poi, i desideri della dpl restano un optional da contrattare per sanare differenze di vedute tra i due gruppi di deputati. Allora ci sarà da sperare che, in cambio della “tosatura” dalla proposta originaria e della entrata, non proprio gloriosa, dei pacifisti nelle FF. AA., venga loro concesso qualcosa dei desideri? Perché questa è la politica così come intesa dalle persone che, non basandosi sulla testimonianza, “se ne intendono”: la politica come contrattazione; per cui io dò una cosa a te, tu dai una cosa a me.

Alla fin fine, siamo noi disposti ad accettare che i giovani non violenti vadano al seguito delle operazioni NATO all’estero (in trenta e passa anni sono state tutte fallimentari e tutte colpevoli di “stare dalla parte sbagliata”, direbbe Don Milani), pur di avere come contentino uno dei vari desideri che dice la pdl? Ad es., il Dipartimento (chi ne nomina il capo?); l’Istituto (chi ne nomina il Direttore? Ricordiamoci che dal 2014 è nato l’European Peace Institute col direttore nominato dalla UE; chi l’hai mai sentito? Infatti esso parla di “pace” ai Governi, non alla gente), ecc.. Ricordiamo allora che l’arte di “assorbire” le idee degli avversari è una caratteristica dei politici.

Possibile che per costruire qualche istituzione non violenta in Italia dobbiamo scegliere la politica di Esaù, che vendette l’eredità futura per avere subito un piatto di lenticchie?

Come la politica dei non violenti è arrivata a questo proposta?

A me sembra che la questione non sia solo la finalità della pdl; la pdl parla da sola; quanto piuttosto l’interpretazione da dare alla conversione politica che l’ha suggerita. Cioè il problema ora è: come spiegare la politica di quei movimenti che hanno preso questa iniziativa scrivendo quelle frasi inequivocabili? (Ricordo che negli anni 1980-2000 la nostra politica andò bene anche perché avemmo l’appoggio esterno della chiaroveggente Caritas Italiana del tempo; poi dopo nessuna grande associazione, schierandosi per una politica non violenta ci ha aiutato in politica).

Alcune cose sono chiare nella nostra storia di non violenti italiani.

La difesa civile che oggi viene presentata come “complementare” e “integrata”, è quella che nel 1973 la grande maggioranza dei primi obiettori in servizio civile (80 su circa 110) rifiutarono: erano stati inviati a Passo Corese RI, dove appunto c’era un centro di difesa civile della NATO. Per questo “inammissibile” rifiuto di obbedienza il Ministero della Difesa rinunciò a gestire il SC, facendo conto che tutto andasse a ramengo. Allora invece è nato il SC autonomo dalle direttive del Ministero, portato avanti dai pochi Enti di Servizio civile che erano solidali con i servizio civilisti (in particolare la Caritas Italiana, che istruiva gli obiettori anche alla DPN).

Poi la Campagna OSM-DPN, Alberto L’Abate, Nanni Salio ed io abbiamo sempre sostenuto la DPN senza rapporti istituzionali con i militari. Invece Marco Pannella durante la guerra in Jugoslavia fece una conferenza stampa dove si presentò vestito con la tuta mimetica per chiedere (in nome di Gandhi!) l’intervento delle FF.AA. Anche Alex Langer durante la guerra in Jugoslavia voleva l’intervento armato. (“Pacifismo tifoso, pacifismo dogmatico, pacifismo concreto”, in A. Drago e M. Soccio (edd.), Peacekeeping e Peacebuilding. La difesa della Pace con mezzi civili, Editoria Universitaria, Venezia, 1995, pp. 65-66. Invece proprio allora nacque la Operazione Colomba di Rimini: decine di obiettori in SC illegalmente espatriarono là e iniziarono a compartecipare la vita della popolazione che subiva la guerra). Negli anni ’90 il Centro Studi Difesa Civile di Roma (fondato da ex obiettori o amici di obiettori: in particolare Francesco Tullio, Giorgio Giannini, Giovanni Scotto) hanno proposto la difesa civile integrata alle FF. AA. ed hanno cercato di avere un accordo con i militari. Di fatto il gruppo non è stato preso granché in considerazione; ottennero solo un finanziamento per pubblicare il libro che presentava la loro proposta.

Per un confronto, in Francia l’Istituto (INRC) del maggiore non violento francese, J.-M. Muller è stato finanziato dai militari sin dal 1990. In Germania invece ha prevalso l’idea anarchica, tanto che nel 1990 hanno rifiutato 10 milioni di marchi che il governo dava loro per iniziare autonomamente una difesa alternativa. La Svezia invece ha avuto un percorso di collaborazione con i militari senza apparenti opposizioni.

Quale valutazione da parte della tradizione non violenta italiana?

Nel settembre 1993 il Movimento Nonviolento uscì dalla campagna di obiezione alle spese militari (OSM-DPN) perché dichiarò che “bisognava finirla con le testimonianze”. Così la sua fondazione sulla testimonianza di non violenza (di tutta una vita) di Aldo Capitini di fatto è stata messa da parte (e così il pensiero di Capitini resta tuttora “inspiegato”, giudizio dato da Norberto Bobbio). Iniziò allora così tra i non violenti una politica di sola opinione, di appelli e di firme. Si può anche sostenere che questo abbandonare le piazze e gli atti di (almeno) protesta diede anche inizio ad una politica di collateralismo ai partiti (di sinistra). Senza però che questa loro politica sia mai stata ascoltata dal Parlamento (anzi, vedasi la fine ingloriosa della legge 185/90 sul commercio delle armi).

Ormai è chiaro, sia nel mondo che in Italia, che la nonviolenza è spaccata in diverse ideologie politiche. Oltre una definizione gandhiana, che comporta un impegno di tutto se stesso, anche nella spiritualità, ci sono: una definizione “cosmologica” di Johan Galtung, una solo razionale di J.-M. Muller e una definizione (oggi molto maggioritaria nel mondo) pragmatica di Gene Sharp, e in Italia di Marco Pannella e il Partito Radicale.

Perciò, sia nel mondo che in Italia, ci sono diverse politiche sul rapporto cruciale per chiamarsi non violenti, quello con le FF. AA. (ad es. Sharp diceva sempre che egli voleva parlare prima ai militari, poi agli obiettori come persone come tutti gli altri). La proposta di difesa “altra” non fa altro che esprimere la non violenza pragmatica: con tecniche non violente essa cerca un successo politico senza essere tanto precisa nella formulazione e chiara nelle intenzioni, e senza preoccuparsi di essere democratica con la gente (ad es., quale dibattito ha preparato la stesura di questa pdl? Non sarebbe forse stato necessario un convegno apposito, in cui si fossero confrontate tutte le posizioni possibili?). Per cui non è strano che la pdl attiri l’attenzione su un obiettivo diverso da quello della Campagna OSM-DPN (a cui il Movimento Nonviolento era stato sempre laterale, tanto che chiamava, con Pietro Pinna, l’obiezione fiscale un semplice “gesto”).

Non c’è da meravigliarsi. Anche in campo cattolico avviene lo stesso. Papa Francesco ha chiamato “pazzia” la guerra e praticamente ha demotivato tutti i cattolici a fare guerre e quindi ha invitato a difendersi altrimenti. Il papa attuale nell’ottobre 2025 davanti al Colosseo ha gridato forte più volte “Mai più guerre!” e la CEI ha invitato ogni diocesi ad avere la propria scuola di pace e della non violenza. Ma l’organizzatore dello stesso incontro ecumenico mondiale del Colosseo e fondatore della Comunità S. Egidio, Andrea Riccardi, ha scritto su Avvenire per sostenere il riarmo europeo (forse perché lui, essendo stato Ministro, crede di intendersi di che cosa è la politica “seria”); e così dice pure il Presidente della CEI, Mons. Zuppi, che appartiene alla stessa Comunità.

Purtroppo si è lasciato svuotare il servizio civile del suo contenuto sulla difesa dalle guerre

In più dobbiamo tener conto che il problema della difesa nazionale alternativa, indicato dalla 230/98 art. 8, è stato svuotato dall’aver recuperato il SC (non solo nella parata delle FF. AA. del 2 Giugno), pur nato dagli obiettori e conquistato con la legge 64/2001.

Quando si ottiene una legge, poi c’è un braccio di ferro nella sua attuazione; per cui nel dopo-legge si può perdere tutto quello che si è guadagnato; vedasi l’art. 18 sui diritti dei lavoratori, che dopo alcuni anni è stato svuotato.

1) Dopo la legge 230/1998 e la legge 64/2001 lo Stato ha evitato il suo dovere di attuare le leggi che dicevano di costruire la difesa alternativa; ha “esternalizzato” il problema della difesa da costruire a una miriade di Enti di Servizio civile, che con i loro singoli progetti privati al limite potrebbero dare soluzioni alla difesa nazionale! Gli Enti di SC, in cambio della loro condiscendenza politica alla fuga dello Stato dal suo dovere di legge di occuparsi di DPN, hanno ricevuto manodopera gratuita, praticamente illimitata, per diventare sempre più grandi. Per questo scambio lo Stato ha potuto stipulare con il SC.sta un Contratto di impiego che non è pubblico, come quello che hanno i militari e tutti quelli che si occupano di difesa nazionale, ma privato; e addirittura esso è uno dei circa 50 tipi “anomali” (cioè fuori della legalità).

2) Per di più la Corte costituzionale ha emanato la sentenza 228/2004, che, per non far passare la competenza del SC dallo Stato alle Regioni, ancora una volta attribuiva al SC il carattere di difesa nazionale (e quindi esso doveva restare statale), ma lo definiva degradandolo ad “attività di impegno sociale non armato”, quindi una difesa solo sociale nella vita civile.

3) Poi è avvenuta la crisi del Comitato Ministeriale della DCNV che doveva suggerire una via per attuare la DPN. Esso prima (nel 2005) è stato bloccato dagli Enti di SC; poi, negli anni successivi, non ha prodotto neanche un documento utile, pur avendo ricevuto il finanziamento complessivo di un milione di euro.

4) Infine la invenzione di Renzi: chiamare il SC ”universale”; il che dà una idea di internazionalismo, ma solo perché ai SC.isti fa fare viaggi all’estero.

Purtroppo ciò è avvenuto senza che i movimenti non violenti abbiano alzato la voce (nessun articolo contrario, anzi nel 1999 gli articoli di Azione Nonviolenta erano tutti contenti della “fine della naja”). Perché tutti i movimenti per la pace non hanno mai protestato in proposito? Abbiamo così perso la prima conquista politica della non violenza in Italia; e con ciò la base sociale per costruire la DPN: i SC.isti. Oggi chi vuole la DPN dovrebbe innanzitutto cercare di rimediare a questa prima sconfitta politica nazionale dei non violenti italiani. Altrimenti la politica nazionale non ci prenderà più sul serio.

(E, a proposito di Istituto di ricerca per la difesa “altra”: anche la sconfitta sui corsi di laurea per la pace di Firenze (chiuso nel 2010) e di Pisa (crisi del 2013) non è stata né contrastata né segnalata dai movimenti per la pace e per la non violenza. Intanto il Multinational CIMIC Group ha istituito due “Memorandum of Working agreement” (MoWA) con l’Università di Trieste (2017) e quella di Verona (2019) per la collaborazione ed il reciproco supporto in attività di ricerca, sviluppo e didattica in materia di civil-military cooperation).

Quali sono i fatti su cui si basa la DPN oggi?

– Su 320 rivoluzioni avvenute nel secolo XX in tutto il mondo, il centinaio di quelle non violente sono state tutte contro le FF.AA. del sistema di potere, oppure con il favore di quella parte di esse che erano state indotte dalle manifestazioni della gente a ribellarsi al governo; in particolare, le rivoluzioni non violente del 1989, che hanno sconfessato clamorosamente l’unica strategia che avevano le FF. AA. di ogni Paese Occidentale: la distruzione nucleare dell’Europa; esse hanno dimostrato che i popoli possono combattere violentemente anche i previsti scontri a bombe nucleari; e vincere.

– La Resistenza italiana, che in buona parte è stata non violenta; in particolare quella dei 600.000 internati militari nei lager della Germania nazista che, a costo di morire di stenti, si sono rifiutati di tornare nell’esercito fascista: così le FF.AA. di Mussolini sono rimaste dimezzate.

– La vittoria della più grande manifestazione non violenta italiana (1500 persone) contro il Salone delle armi di Genova (il quale perciò è rimasto sospeso per molti anni).

– La interposizione non violenta di 1500 persone a Gerusalemme: Time for Peace 1989. La marcia dei cinquecento a Sarajevo, guidata da don Tonino Bello (1982), e quella Mir sada (1983) contro la guerra in Jugoslavia; i Volontari nel Medio Oriente contro la guerra all’Irak 2001; la Flottilla per rompere non violentemente l’assedio di Gaza.

– La DPN a livello di giurisprudenza: le suddette leggi sulla obiezione di coscienza e sul servizio civile. Esse sono le più avanzate nel mondo.

– La DPN continua come assistenza sanitaria: Emergency di Gino Strada e Medicins sans frontières.

– La DPN continua come difesa dei diritti umani nel mondo: Operazione Colomba di Rimini, Peace Brigades International, Nonviolent Peace Force.

– La DPN continua a livello di organismi internazionali: il Peacebuilding dell’ONU e il suo Peacekeeping da polizia internazionale.

– Una Proposta di programma europeo di DPN: Rapporto Clark-Dudouet 2009 commissionato dal Parlamento Europeo (https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/etudes/join/2009/407008/EXPO-DROI_ET(2009)407008_EN.pdf (non la pdl europea di Gulcher-Langer 1995 che è ambigua sul tipo di difesa proposta e che poi è stato abbandonato); vedasi anche Véronique Dudouet: Integrated Civil Resistance and Peacebuilding Strategies, Int. Center of Nonviolent Conflict, 1, 2017 www.nonviolent-conflict.org).

Quali passi strategici successivi? Proposte per la DPN

Il primo passo strategico è promuovere una lotta anche giuridica (specie tra i SC.isti che possono invocare la DPN come la prima finalità delle loro leggi) per la apertura permanente dell’Albo Nazionale degli obiettori di coscienza. (Questo tipo di lotta è approssimata dalla lettera ai sindaci per iscriversi come obiettori nelle loro liste di leva). Ne va della nostra identità civile, statale e politica. Senza questo riconoscimento statale siamo un corpo sociale politicamente amorfo. Con esso avremmo fatto il passo fondamentale per la nascita di un’organizzazione di base, ben di più delle particolari associazioni per la pace e la non violenza. Con esso non si sarebbe più un gruppo di sola opinione che chiede dei desideri; si potrà invece lavorare, sia all’interno che all’esterno del Paese per dimostrare la capacità della DPN. Cosicché, prima di chiedere qualcosa al Parlamento, se ne sarà costruito l’inizio nella vita sociale.

Il secondo passo strategico è formulare e diffondere un manuale per l’istruzione dei SC.isti e della popolazione in genere alla DPN. Sono approssimazioni: il manuale del Ministero degli Interni austriaco (1989) e quello recentemente pubblicato dal Mouvement pour l’Alternative Non-violente in Francia.

Il terzo passo strategico è fare causa allo Stato per aver privatizzato il problema della DPN che esso doveva attuare.

Poi creare un Istituto di ricerca che suggerisca le azioni popolari da intraprendere da parte del corpo degli obiettori di coscienza. Ma è essenziale che sia indipendente dal Governo (che altrimenti ne nominerebbe il Direttore a sua immagine e somiglianza e così lo aggregherebbe alla sua politica) e quindi che sia finanziato da contribuzioni volontarie.

Inoltre ci sono quelle azioni di DPN che devono essere compiute contro il Governo quando nella politica internazionale esso intraprende azioni illegali o autoritarie: infatti, questa politica non si corregge solo con le iniziative parlamentari, ma anche con le manifestazioni popolari.

Infine, la DPN può associarsi alla componente civile delle operazioni di pace delle Nazioni Unite. In particolare esiste un loro copro di UN Volunteers (l’accesso è per concorso, ma per legge potrebbe essere facilitato agli obiettori e ai SC.isti). Poi abbiamo la fortuna di avere a Brindisi lo hub per le operazioni di Peacebuilding ONU in tutto il mondo. A New York si è favorevoli ad accettare SC.isti e volontari per lavorare nella base, e la vicina città di San Vito dei Normanni ad ospitare i SC.isti.

P.S. Per facilitare il lettore suggerisco un quadro che riduce all’osso la discussione di sopra indicando le possibili scelte sul tema:

  Se essa è vera DPN Se essa non è DPN
Chi approva la pdl Mantiene l’amicizia e l’unità con i movimenti della pace. E’ strumentalizzato e sedotto da alcuni movimenti per la pace.
Chi rifiuta la pdl Non ha capito la DPN di questi movimenti Denuncia la adesione dei mov. alla difesa solo civile, integrata nelle FF.AA.

_________________________________________

Antonino Drago è stato professore associato di Storia della Fisica all’Università di Napoli, in pensione dal 2004, è membro della Rete TRANSCEND per la Pace, Sviluppo e Ambiente, e insegna presso la TRANSCEND Peace University-TPU.


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This article originally appeared on Transcend Media Service (TMS) on 18 May 2026.

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