(Italiano) La Turchia si Sta di Nuovo Bloccando?

MIDDLE EAST AND NORTH AFRICA, ORIGINAL LANGUAGES, 24 Jun 2013

Johan Galtung – TRANSCEND Media Service

(Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis)

Da Istanbul

La Turchia ha fatto l’impossibile, passando quasi senza violenza da una dittatura militare laica a una democrazia civile a maggioranza sunnita. La Turchia si è sbloccata. Con una circolazione d’élite in atto, secondo la teoria di Prabhat Rainjan Sarkar (filosofo indiano contemporaneo, autore della “Teoria dei cicli sociali”. Per una introduzione al suo pensiero, si veda: Sohail Inayatullah, “Understanding Sarkar. The Indian Episteme, Macrohistory and Transformative Knowledge”,  Brill Academic Publishers, Leiden 2001, NdT): militari, poi religiosi-intellettuali, poi uomini d’affari, poi gente comune – e ancora una volta i militari. Secondo ciclo.

Avrebbero bussato alla porta i poteri forti economici, come avvenne nella rivoluzione di Thatcher-Reagan a metà degli anni 1980. Quindi non sorprende che uno dei progetti fosse un grosso centro commerciale, insieme a un teatro lirico, una moschea e un monumento del periodo Ottomano per quanto riguarda piazza Taksim e il parco Gezi. Ogni elemento essendo un dono per i 14 milioni di abitanti di Istanbul. Ma, al costo di un parco, natura verde, polmoni, in quella zona di Istanbul.

Se da lì si sia sviluppato un confronto extra-parlamentare fra i vincitori (Partito della Giustizia e dello Sviluppo – AKP) e gli sconfitti (Partito Popolare Repubblicano – CHP, latori di molta parte dell’infelice passato) delle ultime due elezioni, o viceversa o ambo le cose, si può discutere – e lo si fa.

Sono in corso altri processi. La Siria. Anziché la politica di problemi zero coi vicini che ha così ben funzionato, l’AKP si schiera con l’opposizione, contro il regime Alevita. Non senza ragioni, ma un cambio di regime è meglio attuarlo con libere ed eque elezioni, ben monitorate. La violenza stimola le assunzioni di potere militari, non la democrazia. E l’AKP sceglie come nome per il terzo ponte sul Bosforo Yavuz (il Feroce) Sultano Selim I – che risulta aver ucciso 45.000 Alevi; adottando l’Islam sunnita. Una posizione forte. Necessaria?

Le proteste di piazza Taksim si sono diffuse in tutta la Turchia. Reazioni poliziesche violentissime, alcune delle quali denunciate dallo stesso Erdögan, il primo ministro. Ci sono ovunque fiamme, violenze a proprietà, gas lacrimogeno, e gente che balla per strada. La Primavera Araba è diventata Turca? Sì e no; quanto succede in Turchia si rifà soprattutto a cause turche. Torniamo allora alla piazza e al parco, sapendo bene che c’è molto altro in gioco.

Regimi d’ogni genere: andateci piano coi parchi. Rendetevi conto che gli umani sono anche della natura, per la natura e ne provengono. I parchi sono natura addomesticata, nulla di pericoloso ma pur sempre natura. Non rovesciateci sopra asfalto, non “sviluppate”. E siate ancor più cauti con gli alberi. Non solo sono organismi viventi e come tali destinati a una morte naturale, non a essere trapiantati o uccisi tagliandoli con una sega; sono anche silenziosi testimoni della storia, parte della nostra vita e di quella dei nostri predecessori, come i vecchi edifici. Attenzione, attenzione –”sviluppate” e ci saranno come a Osaka amari rimpianti.

Il conflitto si può definire come azione governativa contro la gente, o come modernità-sviluppo contro storia-natura. Ci sono ragioni profonde e buoni argomenti da entrambe le parti; e un conflitto irrisolto che porta a una intensa violenza, verbale, fisica.

Gli studi per la pace possono servire al caso di Gezi? Mettiamo in atto la formula

                   Equità x Armonia

Pace = ——————————

                  Trauma x Conflitto

ma a ritroso, cominciando dalla risoluzione del conflitto. E’ necessario uno schema del tipo sia-sia; è difficile credere che Istanbul non possa avere sia il parco sia i progetti, seppure non nello stesso luogo. Esempio: sistemando il centro commerciale sotto il parco e la piazza, come ad Alcoy in Spagna, con abitazioni, teatro lirico e moschea altrove; il monumento alla storia magari lì. Un’ alternativa elaborata subito all’inizio (alla dimostrazione del 27 maggio) avrebbe comunicato meglio della critica, che lasciava spazio alla polarizzazione, pur se meno attraente per mentalità aggressive. La pace è costruttiva.

Regimi d’ogni genere: siate cauti con la storia. Affiorano centenari di gloria e trauma. C’è Gelibolu, ossia Gallipoli, la brillante vittoria del XX secolo di Mustafa Kemal su una reliquia del XIX, Winston Churchill, e gli Australiani e altri (mezzo milione di uccisi in otto mesi!) che sacrificò. Ne emerse la Turchia di Kemal Atatürk, in evoluzione, come tutto ciò che è organico. C’è molto da celebrare in ciò che è stato ottenuto come in ciò che ha subito un declino, e molto da rimpiangere. Focalizzatevi sull’uno e l’altro aspetto.

Armonia: quello che si richiede è l’empatia con tutte le parti in gioco. Non bisogna demonizzare, bisogna invece proprio empatizzare; non a favore o contro, solo per conoscere. Per uno che ha dialogato per gli ultimi 60 anni con ogni genere di contendente in ogni tipologia di conflitto, è impressa nella mente un’esperienza fondamentale: tutte le parti in gioco hanno qualcuno dei loro obiettivi del tutto legittimi. Occorre conoscerli; e allora è probabile che affiori qualche soluzione.

Cooperazione a beneficio reciproco e uguale: in un conflitto spesso noto come dibattito, negoziando per qualche compromesso. C’è un approccio migliore: il dialogo, cercando insieme qualcosa di nuovo. Come è stato fatto notare così sovente durante questo conflitto: la democrazia non riguarda solo elezioni multi-partitiche ogni quattro anni, ma anche la trasparenza e un dialogo continuo. Nessuno ha un monopolio sulla verità; se lo pensa un governo sostenuto da una maggioranza, la democrazia diventa dittatura della maggioranza. Osservate come se la sbrigano quei bravi svizzeri, governi di coalizione in dialogo permanente che approfittano di buone idee di destra, sinistra o centro. Per ben sette secoli, con l’ottavo in corso.

Non basta che un presidente dica che il messaggio è arrivato, importa la sua reazione e la reazione a tale reazione. Non basta che un primo ministro rifiuti il dialogo, né che un ministro degli esteri deplori il danno all’immagine della Turchia all’estero. Il problema è come procedere, risolvendo il conflitto con rispetto per un passato traumatico per le vittime dell’Impero Ottomano in espansione, che temono si possa ripetere. E traumatico per i martiri delle dimostrazioni del 1° maggio 1977 di piazza Taksim, che hanno sacralizzato la piazza per molti.

L’AKP ha trainato la Turchia in una posizione guida politicamente ed economicamente verso un’economia mista pubblica-privata e in uno stato del benessere. La distanza che li separa dal diventare vittima del proprio successo, rifiutando il dialogo, è breve, come da innumerevoli testimonianze storiche. Si opti per il dialogo in tutte le direzioni, cercando soluzioni per venirne fuori.

E la Turchia sarà sbloccata – di nuovo.

Titolo originale: Turkey Getting Stuck Again? TRANSCEND Media Service-TMS

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